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Un attore autore

di Marco Pistoia
  Lo straniero, un'intervista impossibile
Data di pubblicazione su web 30/08/2017  

Ora che questo spettacolo ha concluso una nuova fase (prima al Vascello di Roma, poi al Franco Parenti di Milano) di una trionfale tournée, possiamo dire di averne intuito bene il successo dopo averlo visto in anteprima assoluta ai primi di luglio del 2015, sempre a Milano. La stessa impressione positiva è stata confermata, in tempi più recenti, nella serata fiorentina al Niccolini. E dire che questo nuovo “assolo” era nato come una proposta del Circolo dei Lettori di Torino, nell’ambito del Festival Torino Spiritualità, in serata unica al Carignano. Ma la curiosità artistica e intellettuale e la maestria di Fabrizio Gifuni, nonché l’empatia con il pubblico hanno fatto sì che il romanzo di Camus divenisse un’altra importante tappa del suo percorso attoriale e a suo modo autoriale.

Seguendo a una certa distanza di tempo il magistrale dittico Pasolini-Gadda, questo Straniero potrebbe sembrare deviare da quella linea progettuale che Gifuni (all’epoca con Giuseppe Bertolucci) si era dato, accostando i due grandi intellettuali come paradigmi di un’idea di antibiografia di una nazione. A sua volta lo “straniero” Meursault è un anti-eroe, come a suo modo il Gonzalo Pirobutirro gaddiano, entrambi espressione di un preciso male di vivere, di una “cognizione del dolore” che, nel caso del personaggio di Camus, si dà anche come una rinuncia alla difesa di sé.


Un momento dello spettacolo

Per un attore da sempre rigoroso nel costruire il proprio percorso, tanto più nell’ambito teatrale, deve essere scattato un interesse non solo verso un altro grande scrittore, ma anche nel corpo a corpo con un personaggio di spessore. Abbacinato da un faro che lo fronteggia per tutto lo spettacolo – evocazione del sole algerino che nel film di Visconti (1967) colpiva il viso sofferente di Mastroianni – Gifuni trasuda passione stando spesso fermo davanti al leggio, cui si affida peraltro a intermittenza, calibrando essenziali ma fondamentali movimenti e creando una sempre rinnovata polifonia di voci e suoni. Volta per volta egli è Meursault, ma è anche il commissario e poi il Pubblico Ministero e nel dire le parole del romanzo ne mette in evidenza i valori linguistici, semantici e espressivi, come in altri lavori precedenti. Certo, stavolta si tratta di recitare e interpretare in italiano un testo francese, ma la lingua di Camus ha una sorta di grado zero, di essenzialità della “messa in frase” tale da conservare anche nella nostra lingua gran parte delle proprie qualità. Parafrasando un celebre scambio di battute di Amleto è come se l’attore dicesse al pubblico “queste parole sono mie” e il pubblico a sua volta “sì ma ora sono anche mie”, perché ascoltare un grande attore che legge o dice a alta voce per noi un testo crea un meccanismo di scambio. Una relazione teatrale.


Un momento della tournée spettacolare di Gifuni

Tornano alla mente le immagini del citato film di Visconti – che Gifuni a suo modo ha tenuto in considerazione – già quando vediamo l’attore indossare un abito che richiama molto da vicino quello di Mastroianni. Sia nel capolavoro viscontiano che in questo monologo i vestiti di Meursault, di taglio sartoriale, sembrano appartenere più a un borghese che a un semplice impiegato, estraniandolo.

In taluni allestimenti del monologo gifuniano sono state collocate in scena delle valigie, addossate quasi alla maniera di una celebre installazione di Fabio Mauri conservata al MAXXI di Roma. Ciò, ci è sembrato, a evocare il tema del viaggio, che è da intendere sia come percorso interiore sia come destino. Bravissimo G.U.P Alcaro che ha composto suoni e musiche di stridente, inquietante valenza, anche in forma di adattamenti di brani dei Cure o dei Tuxedomoon. Essenziale e efficace la regia di Roberta Lena che ha l’intelligenza di mettersi al servizio di un grande attore. 



Lo straniero, un'intervista impossibile
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Filippo Gifuni interpreta Lo straniero
© Filippo Manzini

 
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