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Morte in scena

di Marco Pistoia
  Fabrizio Gifuni
Data di pubblicazione su web 04/03/2004  
'Na specie de cadavere lunghissimo, monologo ideato e interpretato da Fabrizio Gifuni, è la confluenza virtuosa di tre qualità: quella attoriale di Gifuni, tornato con smalto al teatro dopo sei anni; quella registica di Giuseppe Bertolucci, fra i pochi che sappiano davvero lavorare con gli attori; quella linguistico-drammaturgica del poeta Giorgio Somalvico, autore del testo che costituisce una sorta di terzo tempo di questo spettacolo. Esito di un progetto che Gifuni ha coltivato a lungo e al quale ha lavorato con intensità e intelligenza, uno spettacolo in parte fondato sulla selezione e sul montaggio – assai ben calibrato e strutturato – di testi del Pasolini più 'corsaro'. Opere in cui forte e dura è la riflessione sulla nuova barbarie contemporanea, sul 'nuovo fascismo', rappresentato, per dirla con Bu๑uel, da nuovi 'cavalieri dell'apocalisse': la pubblicità, il consumismo, la televisione, l'ampia e diffusa e 'tollerante' omologazione di usi, pensieri e costumi.

Brani da Scritti corsari e Lettere luterane, da La meglio gioventù e da La nuova forma della meglio gioventù, nonché dalla sceneggiatura San Paolo, mai divenuta film, costituiscono le prime due parti in cui si può suddividere lo spettacolo, che precedono il testo – narrazione di un delirio - che Somalvico immagina sia pronunciato dall'assassino di Pasolini, Pino Pelosi alias Er Pecora. Tanto nell'allestimento napoletano che in quello parmense il pubblico siede su un palcoscenico nel quale Gifuni e Bertolucci lo attendono, seduti attorno a tavolini che costituiscono il primo fulcro scenico.

Trascorsa l'attesa dell'ingresso e il necessario silenzio, Gifuni – prima seduto poi in movimento lento per la scena – inizia a parlare agli spettatori. E' Pasolini uno e bino, sdoppiato alla maniera di tanti personaggi della sua opera, in primis i 'doppi' con cui il poeta di Casarsa si è occultato per meglio manifestarsi (da ultimo i due 'Carli' di Petrolio). Un dialogo allo specchio e un monologo verso gli spettatori, che Gifuni – per ora vestito con abiti privati - sapientemente modula con piccole variazioni di tono, sapendo che le parole di Pasolini sono così forti, lucide e intense da non richiedere un grado 'altro' da parte dell'attore. Conosciamo bene quelle parole – su i jeans Jesus e sulla falsa tolleranza, sul potere piovresco del nuovo fascismo mediale, sulla perdita del senso del sacro e della religiosità, sui nuovi poteri che non si vedono ma si sentono sulla pelle e nella testa; e tuttavia la sapienza con cui, senza soluzione di continuità, Gifuni e il suo regista hanno montato e organizzato il trasumanar del poeta sulla scena è tale da restarne subito turbati.

Trascorsi una ventina di minuti, Gifuni si denuda e piano piano lascia la scena per andare nella platea vuota (a Napoli) o dietro un grande tulle che fa intravedere uno spaccato, a mo' di camerino (a Parma), come se l’attore assumesse i connotati dell'antico ypokritès. A una distanza equivalente a un campo medio cinematografico egli indossa i veri e propri abiti di scena – abito e camicia bianchi, cravatta e scarpe nere – e con l'ausilio di un microfono avvia la parte centrale. Si evoca ora la riflessione pasoliniana sulla nemesi tragica classica, insita nel destino che fa ricadere sui figli le colpe dei padri. La voce di Gifuni è amplificata e più aulica, assai meno colloquiale, sacrale fino al brano del La Nuova forma della meglio gioventù. Basta appena una parziale svestizione – via la giacca, via la cravatta – e di fronte a noi non c'è più Pasolini ma Pelosi.

Nello straordinario romanesco reinventato di Somalvico (il cosiddetto 'terzo tempo'), ricco di espressioni più o meno gergali, di suoni talora onomatopeici, a momenti rapido, poi improvvisamente rallentato, che Gifuni interpreta da attore di grande spessore e maturità, ora fermo ora saltellante fra i tavoli, con rapidi e stridenti passaggi vocali, modulati su più toni, si consuma il delirio notturno di un assassino errante per Roma, fuggito sulla Giulietta di Pasolini, che nella mente di uno spettatore abituato a pensare al cinema (come chi scrive) evoca la notturna e allucinata corsa in macchina di Terence Stamp nel felliniano Toby Dammit. Un perentorio "Ah! Che ve possino!!! Che me fregava s'era Petrolini" – delirio nel delirio – chiude lo spettacolo, in un fascio di luce che corona un altro importante elemento, il gioco di luci ideato da Cesare Accetta.

E' trascorsa poco più di un'ora e il pathos che sempre più ha avvolto l'attore e lo spettatore è giunto a un'acme difficilmente sostenibile per altri minuti. Se ne esce profondamente turbati e con l'emozione prodotta dall'aver assistito a uno spettacolo in cui il teatro ritrova la strada di un antico rito che si consuma con il pubblico, di un'esperienza offerta dal ragguardevole spessore estetico e etico, 'politico' e drammaturgico, scenico e attoriale che non trova – qui e ora – molti altri esempi degni di altrettanta attenzione.


'Na specie de cadavere lunghissimo
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