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Remo Giazotto

Le carte della Scala. Storie di impresari e appaltatori teatrali (1778-1860)

Prefazione di Giampiero Tintori

Lucca, LIM, 2019, 236 pp., euro 30
ISBN 9-788870-960167

L’opportuna riedizione di questo importante volume di Remo Giazotto a quasi trent’anni dalla sua comparsa (1990) ha il merito di riportare all’attenzione di specialisti e appassionati un pregevole esempio di microstoria, applicata alle vicende del Teatro alla Scala, che ha prodotto e continua a produrre mirabili frutti. Dobbiamo quindi essere riconoscenti a uno studioso controverso ma di indubbia statura come Giazotto: autore del falso d’arte Adagio di Albinoni e di lavori documentari non sempre verificabili in archivio, ha licenziato contributi di ricerca che sono ancora oggi dei punti di riferimento imprescindibili. Dalla monografia albinoniana (1945), su cui poi si è impiantata in buona parte quella di Michael Talbot (1990), ai pionieristici studi sulle vicende amministrative dei palchi dei teatri veneziani tra Sei e Settecento, confluite in un fortunato trittico uscito a stampa negli anni Sessanta del secolo scorso (La guerra dei palchi in tre “puntate” per la «Nuova rivista musicale italiana»).

La riproposta di questo basilare lavoro del musicologo e musicista romano, lanciata intelligentemente in concomitanza con la bella mostra Nei palchi della Scala su indagini archivistiche di Franco Pulcini (visitabile on line), offre il destro per ripensare l’opera giazottiana nel più ampio contesto della ricerca storiografica, oltre che di quella relativa al teatro del Piermarini. Uno sguardo ancora “parlante”, quello di Giazotto, che sul cammino tracciato dalla “nuova storia” vaglia con acribia le più diverse tipologie documentali, costruendo pazientemente una trama impastata con la polvere dell’archivio. Cronache manoscritte, avvisi, epistolari, contratti, capitolati, registri contabili, atti notarili e giudiziari attinti di prima mano alla Biblioteca Trivulziana e in altri luoghi di ricerca della città meneghina si incastrano perfettamente con le cronologie degli spettacoli, i manifesti ministeriali, i diari dei viaggiatori, gli articoli di giornale. Ne risulta un mosaico brillantemente orchestrato che l’autore dimostra di saper leggere e interpretare con correttezza, sia pure talvolta forzando un po’ la mano a favore di un innato piglio romanzesco.

Fedele a sé stesso e al suo credo storiografico, Giazotto rinuncia al glamour del palcoscenico preferendo intrufolarsi nel dietro le quinte o indugiare sul velluto cremisi dei palchi, nella convinzione che lo spettacolo sia «anche e soprattutto la conclusione di un insieme d’intese amministrative e disciplinari, sociali e politiche» (p. 1). Attuando una sorta di ribaltamento rispetto a una tradizione attenta alla cronologia delle opere e agli artisti che ne fecero la fortuna, lo studioso abbassa il punto di vista portandolo all’altezza dell’impresario d’opera, sulla scia dei buoni studi di Giovanni Battista Cavalcaselle e di Gino Monaldi, giù giù fino a John Rosselli (tra i pochi citati in bibliografia). Sono loro, i cosiddetti “appaltatori”, i protagonisti di questa storia; salvo poche eccezioni, i Rossini, i Donizetti, i Bellini, i Verdi, le Malibran, le Strepponi, i Viganò fanno da mere comparse nel collante narrativo diluito tra un “appalto” e l’altro.

Nell’officina dell’impresario Giazotto si muove a proprio agio, sviscerando con consumati strumenti critici le complesse vicende degli “amministratori” della Scala dalla fondazione del teatro sotto Maria Teresa (1778) all’alba dell’Unità d’Italia (1863). Da Gaetano Maldonati a Bartolomeo Merelli, passando per Angelo Petracchi, Domenico Barbaja, Carlo Visconti di Motrone, si analizzano le parabole di titolari di appalti partiti quasi tutti pieni di belle speranze e finiti anzitempo in un mare di debiti, messi in ginocchio dalla lotta costante contro le ingerenze delle Direzioni del Fisco, di Polizia e di quella Teatrale, dagli stipendi onerosissimi dei cantanti, dalle esigenze di un pubblico, quello scaligero, difficile da accontentare. Le “angustie” degli impresari sono tutte racchiuse nelle loro pendenze giudiziarie, nei bilanci in rosso, nelle disperate richieste di sovvenzione e in altre carte analoghe proposte nel saggio come nell’appendice fotografica, insieme a una più ampia documentazione di contesto su intrighi sovversivi, manifestazioni di rivolta, incursioni poliziesche e presidi di controllo che accompagnano la turbolenta storia della Milano di questi decenni.

Al di là della scarsa attenzione per la bibliografia e di qualche enfasi di troppo (qui più contingentata che altrove), questo prezioso lavoro di Giazotto resta un punto di partenza essenziale per quanti vogliano addentrarsi in quella grande macchina sommersa che nell’arco di quasi un secolo mosse i fili del «primo Teatro d’Europa» (p. 72).


di Gianluca Stefani


La copertina

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