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Intervista a Franco Pulcini

di Daniele Palma
  Franco Pulcini
Data di pubblicazione su web 18/05/2020  

In seguito alla pubblicazione della nostra recensione alla mostra Nei palchi della Scala, abbiamo intervistato Franco Pulcini, che a questo progetto ha dato i natali.


Professor Pulcini, quando e come è nata l’idea di una mostra sui palchettisti del massimo teatro meneghino?

Da quando sono entrato alla Scala come responsabile delle edizioni, ho capito che la ricostruzione della storia di ogni singolo palco doveva essere fatta: è un teatro popolato di fantasmi, interessante sapere dove stanno! Lissner, il sovrintendente che mi ha assunto, aveva altre priorità, ma con un po’ di insistenza ho convinto nel 2017 Pereira. Lui mi ha messo a disposizione un contributo per le borse di studio che gli avevo proposto. E ho avuto la fortuna di trovare grande entusiasmo nei miei colleghi del Conservatorio Pinuccia Carrer e Antonio Schilirò, che hanno coordinato il lavoro e in pratica l’hanno fatto. Il sito, estremamente raffinato, è stato ideato da Massimo Gentili Tedeschi, un’autorità nel campo della biblioteconomia e della catalogazione. Si è innamorata del progetto anche l’attuale direttrice del Museo della Scala, Donatella Brunazzi, con cui ho un ottimo rapporto, che ha costruito intorno alla ricerca una bellissima mostra. In quell’occasione si è fatta una versione del sito più divertente, semplice e intuitiva, mentre l’originale della Braidense ha una cronologia meticolosissima, ma di proporzioni considerevoli in quanto a dati inseriti, ed è quindi più uno strumento per esperti. Con quel genio di Pierluigi Pizzi, Francesca Molteni, con cui facciamo i video, Valentina Dellavia, la scenografa che segue l’allestimento, il progetto grafico di Emilio Fioravanti, e con Matteo Sartorio e Mattia Palma, ci siamo autodefiniti l’allegra brigata delle mostre. Ora ne stiamo facendo una nuova, prudentemente via Zoom.

Il lavoro di ricerca scientifica è stato condotto da studenti e diplomati del corso di Musicologia del Conservatorio di Milano. Cosa ha significato per lei, che in quel conservatorio ha insegnato Storia della Musica dal 1979 al 2017, coinvolgere dei giovani in un progetto di questa portata?

Quasi tutti i ragazzi che hanno partecipato alla ricerca erano stati miei studenti ai corsi di musicologia del Conservatorio: Paparazzo, Suardi, Tassoni, Campisi. Con un contenuto compenso, sono andati a cercare on line nelle biblioteche del mondo intero, soprattutto a Vienna, ma anche negli Stati Uniti, gli almanacchi e le pubblicazioni che mancavano alle biblioteche italiane, e che segnalavano le proprietà dei palchi anno per anno, dal 1778 al 1920. Dai nomi si ricercavano le prove delle precise identificazioni. Altre notizie sono state ritrovate negli atti notarili o negli archivi delle famiglie nobili milanesi, sempre molto disponibili, come i Visconti di Modrone. È stato per loro un viaggio nella storia della Milano dell’Ottocento: l’occupazione dell’impero d’Austria, l’arrivo dei francesi, la Restaurazione, la Carboneria, le Cinque giornate, le guerre d’indipendenza, l’Unificazione, eccetera. E hanno senz’altro imparato a muoversi con disinvoltura in un sito complesso.

La mappa digitale che avete realizzato mette a portata di click centoquarantatré anni di vita scaligera. C’è qualche storia, tra quelle dei vari Trivulzio Litta Belgiojoso e Visconti, che l’ha particolarmente colpita?

Ero curioso di sapere cosa facevano e dove abitavano questi palchettisti. Sono molto interessato ai palazzi e alle ville che possedevano: all’inizio i nobili, i politici, poi gli industriali della seta e del cotone. Sono gli stessi edifici che sono ora di Armani, dei Versace, di George Clooney o trasformati in biblioteche o facoltà universitarie. Sono stato poi colpito dalla ricostruzione della vita disinvolta di molte signore. C’era l’amante di Foscolo, quella di Rossini, la favorita di Re Umberto I (che gli cedette il palco, anziché viceversa), o le tante che Stendhal corteggiava invano. Emozionante stare nel palco dal quale probabilmente Federico Confalonieri ha sentito per la prima volta “Va’ pensiero”, alla prima mondiale del Nabucco, dopo essere stato quindici anni imprigionato allo Spielberg, mandato in esilio a New York e riparato in Svizzera. O quello da cui Luchino Visconti adorò a prima vista la Callas, decidendo di riformare con lei la regia operistica. O i palchi in cui andavano, in tempi diversi, Parini, Porta, Pellico, i Ricordi, gli amici di Bellini, o magari Radetzky, o il cuoco del Viceré. O quello da cui il conte antiaustriaco Massimiliano Cesare Stampa svillaneggiò l’imperatrice Sissi, dandole le spalle al suo ingresso nel palco reale col marito Francesco Giuseppe. Non tutti i palchi sono così carichi di storia, perché non tutti i frequentatori erano proprietari o amici dei proprietari, ma buona parte lo sono.

La mappa è uno strumento di indubbio valore scientifico, ma è ovviamente rivolta anche alla fruizione da parte di un pubblico di non esperti. C’è qualche punto di partenza ideale che vorrebbe suggerire a un navigatore alle prime armi? 

La storia è sempre un percorso in cui possiamo immergerci seguendo le nostre aspirazioni. Anche in questo excursus sulle proprietà, in buona parte “araldico”, si incontrano personalità curiose, tipi stravaganti. Certo, vi sono anche uomini potenti poco interessanti o semplici investitori: un palco costava come un trilocale nel centro di Parigi. Se fosse al valore attuale, forse sette o ottocentomila euro. Eppure rendevano magari il sei o il sette per cento della cifra investita. Era anche uno status symbol, come la villa al lago, il palazzo in città e la tomba di famiglia al cimitero monumentale. Dominique Meyer, il nuovo sovrintendente, è molto interessato alla ricerca e vorrebbe che le schede storiche venissero ridotte ed esposte dentro i palchi stessi. Ci sto lavorando con i colleghi dell’ufficio edizioni.

Vorrei ora parlare un po’ di lei. Si potrebbe ben dire che ha speso la sua vita per la cultura: musicologo, saggista e romanziere, ha lavorato in televisione per Classica HD, ed è direttore editoriale del Teatro alla Scala da quindici anni, se non vado errato. Come ha maturato la scelta di occuparsi di musica?

Da bambino vedevo le opere liriche alla televisione insieme a mia nonna, che trovava Turandot troppo moderna, piena di fastidiosi strilli. Essendo sorda la teneva a un volume insostenibile. Una sorella di mio padre era cantante lirica. Ho iniziato ad amare e comprendere il grande repertorio del passato quando avevo quattordici anni e suonavo la chitarra classica. Quando è stato il momento di scegliere una facoltà, ho optato per Lettere, per fare il musicologo. Pianoforte e composizione li ho studiati privatamente, dando gli esami al conservatorio come privatista. Da ventenne ho anche composto musiche di scena per il teatro e la radio, ma ho smesso presto. Sono stato fortunato che in quegli anni c’era un notevole incremento dello studio in Conservatorio e ho avuto un posto da insegnante quando non ero ancora laureato, grazie a un concorso per titoli, avendo già al mio attivo alcune pubblicazioni scientifiche e molte altre divulgative.

Tra i suoi docenti alla Facoltà di Lettere di Torino c’era Massimo Mila, nome illustre della musicologia italiana del Novecento. Che ricordi serba del suo maestro?

Aveva un’autorevolezza e un rigore morale che ti potevano anche gelare, ma, come tutte le persone di grande valore e dotate di un’intelligenza superiore, aveva anche una sua armata semplicità. Andavo spesso a casa sua, anche solo per la firma del piano di studi. Ti insegnava a risparmiare anche solo un pezzetto di carta per un appunto. Mi presentò a Luigi Nono come “l’ultimo pulcino della mia nidiata”, perché di lì a poco andò in pensione. Devo quasi tutto a lui: mi ha chiesto di occuparmi delle opere teatrali inedite di Janáček, con cui è iniziata la mia carriera musicologica. Quando seppe che sarei andato a insegnare al conservatorio di Milano, mentre lo accompagnavo in auto a casa, mi fece una lunga predica sul dovere per l’insegnante di non portarsi a letto le studentesse, neppure le più intraprendenti. Consigliava di dire: “Ne riparliamo quando lei sarà diplomata e io in pensione…”. Era un uomo spiritosissimo. Da lui ho imparato che, scrivendo, devi condire il sapere con ironia e sfumata malizia; ma sempre con un fine etico.

Mila ha in qualche modo incoraggiato il suo amore per il mondo slavo, amore testimoniato dagli importanti lavori su Janáček e Šostakovič, oltre che dalle traduzioni de La volpe astuta, Da una casa di morti e Káťa Kabanová per La Scala? 

Allora amavo molto Mahler, un musicista che lui non apprezzava molto. Non credo amasse né comprendesse nemmeno Šostakovič, ma non ha fatto in tempo a leggere il mio studio, che è del 1988. A un certo punto, credo fosse il 1971, avevo scoperto Janáček e gli ho confessato il mio recente amore. Devo dire che mi ha incoraggiato moltissimo. Mi ha fatto avere una borsa di studio per svolgere le mie ricerche in Cecoslovacchia e quando ero là mi scriveva, con le solite raccomandazioni. Le mie lettere sono conservate nel suo lascito: me l’ha detto un mio ex allievo, che lo sta curando. Ho avuto la soddisfazione di avergli fatto cambiare idea su qualche titolo, per esempio L’affare Makropulos, che in anni precedenti non aveva apprezzato.

Venendo ancora al massimo teatro meneghino, mi piacerebbe citare il suo giallo Delitto alla Scala. Motore degli eventi è il ritrovamento dell’Arianna, opera perduta di Claudio Monteverdi. In un certo senso, tuttavia, il romanzo è intriso della vita segreta del teatro, facendo il paio alle vicende storiche ricostruite dalla mostra sui palchi. I suoi colleghi in Scala come lo hanno preso?

Qualcuno ha pensato di essere stato messo in caricatura e ho subito qualche silenzioso malumore. Ancora oggi, mi si chiede chi è quello, e chi è quell’altro. Il teatro è luogo di passione, che si presta a contrasti emotivi. Per esperienza, ho sempre trovato il back-stage dell’opera un po’ operettistico e l’ho descritto senza troppi scrupoli. Mi è sembrata curiosa la commistione fra il ritrovato manoscritto antico un po’ iettatorio, e la commedia del narcisismo artistico. L’editore, facendo l’editing, mi segnava in margine: “questo è un po’ troppo, ma non hai paura che ti licenzino?”. Mi è andata bene. E il romanzo ha avuto un certo successo. Attualmente è venduto in edizione economica, ma è stato pubblicato anche con i giornali «la Repubblica» e «La Stampa». Sono stato fortunato che sia piaciuto molto alla signora Natalia Aspesi, che ne ha scritto una spiritosissima recensione. Ho scritto anche Delitto al Conservatorio, che è uscito e mi ha dato soddisfazioni di critica addirittura superiori, e ho completato la trilogia dei gialli musicali con Delitto alla sbarra, sul mondo del balletto, che non è ancora uscito. C’è sempre lo stesso commissario. Quando hanno spiegato a Meyer la mia doppia vita di scrittore e musicologo, lui ha commentato che “I due pulcini” sembra il titolo di un’opera…

Le ultime domande non possono che riguardare il particolare momento storico che stiamo vivendo. La crisi sanitaria ha messo in luce un po’ ovunque storture sistemiche e, nel caso particolare dei mondi della cultura, una fragilità intrinseca che necessita di sostegno accorto e specifico. A tal proposito, quali piani e prospettive sta elaborando La Scala per il post-Covid?

La Scala ha dalla biglietteria una parte rilevante della disponibilità finanziaria. Quando è chiusa, i soldi si riducono di un terzo e non può sopravvivere. A me dispiace moltissimo per tutti quelli che lavorano come assistenti, per esempio alla regia, dei singoli spettacoli. Anche se giovani, ho molti amici tra loro. Persone capaci, lavoratori instancabili, che contribuiscono a rendere grande l’Italia nel mondo. Di questi tempi non guadagnano niente, perché si tratta di partite IVA. E basta un nulla per non ottenere i seicento euro, per esempio essere iscritti a due diverse casse. Il teatro potrà riaprire quando il paese sarà in sicurezza. La stagione sta per essere annunciata, ma nessuno sa se e quando potrà iniziare.

E cosa consiglierebbe ai tanti giovani che, come lei anni fa, hanno compiuto o stanno compiendo la scelta difficile di vivere facendo cultura, sia essa musicale o meno?

Mio padre aveva preconizzato per me, occupandomi di musica, un destino di fame. Invece sono riuscito a guadagnarmi da vivere. Ho faticato molto. Lavoravo sempre, molto più di adesso. La mia famiglia non era povera, ma neppure benestante. Dalla ricerca musicologica, sono passato alla televisione, al teatro, alla scrittura creativa di genere. Direi che soprattutto la carriera di scrittore è difficilissima per un giovane. Ci vuole molto talento e molta fortuna. Ma anche quella del musicologo deve accompagnarsi a un altro lavoro, magari l’insegnante. Lo stanno facendo molti. I creativi devono specializzarsi nella sceneggiatura dei serial. Anche la scrittura per il teatro o quella dell’autore televisivo possono rappresentare una buona strada. C’è sempre la carriera universitaria, se si è disposti a un’anticamera lunghissima. L’importante è imparare a scrivere con concisione ed efficacia. Limare cento volte quel che si produce. La gente non va oltre le cinque righe. Per riuscire a fagliele superare bisogna pensare bene a quel che si scrive. Un consiglio generale: imparare alla perfezione l’inglese, parlato e scritto, la porta del mondo. Io mi sono perso nelle lingue slave e nel tedesco, trascurandolo. Ed è stato un errore.



 




Locandina della mostra 


 
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