Al di qua di Wagner

di Paolo Patrizi

Data di pubblicazione su web 23/06/2026

Parsifal

Il Parsifal che ha rappresentato il titolo operistico delle Wiener Festwochen di quest’anno illustra bene – benché la produzione abbia avuto il suo battesimo, l’ottobre scorso, ad Anversa – la mission del direttore artistico Milo Rau: il teatro lirico svuotato delle proprie specificità musico-vocali e inteso come finestra sulla contemporaneità, crocevia di linguaggi, memento dei diritti civili. È una visione che retrocede la musica a un primus inter pares, ma soprattutto una dichiarazione d’intenti che solo gli esiti sul palcoscenico potranno, di volta in volta, corroborare o infirmare: quando fu lo stesso Rau a provarci in veste di regista – due anni fa, nella Clemenza di Tito – i risultati apparvero piuttosto inconcludenti, e si sperava che il Parsifal affidato a Susanne Kennedy e Markus Selg potesse invece avvalorare questa rotta, data anche la sostanziale “antinarratività” del capolavoro testamentario wagneriano. 

Regia della prima, scene e video del secondo, Konzept di entrambi, il binomio Kennedy – Selg realizza dunque un Parsifal a metà strada tra teatro e videoinstallazione, senza affondi mistici – nonostante la sua definizione di “dramma sacro” – ma all’insegna d’un più generico sincretismo religioso, molto inclusivo, femminista quanto basta, politicamente correttissimo. Chissà se è anche un bello spettacolo. L’impressione è che – tra il Wagner “concettuale” ma un po’ reazionario di ieri e quello innocuamente fantasy, più vicino al pensiero debole di oggi – la regista e il videoartista abbiano tentato una terza via, che però non hanno poi saputo seguire fino in fondo: cornice cinematografica, spettacolare, illustrativa, forse smitizzante nelle intenzioni ma involontariamente comica in taluni esiti (le didascalie da sussidiario, gli uccelli da cartone animato...); e al contempo sollecitazioni mentali da rituale collettivo, creazione d’un mondo artificiale che mette alla prova la percezione del pubblico, dove gli spettatori si perdano e si affratellino.


Un momento dello spettacolo 
© Nurth Wagner-Strauss

Il primo atto parte molto scenografico-esplicativo e le immagini saturano il palcoscenico della Sala E del Museum Quartier, deconcentrando l’ascolto del Preludio. Tuttavia, alcune soluzioni appaiono intriganti: i giovanissimi scudieri concepiti da Wagner per voce femminile qui diventano vere e proprie donne, aprendo una finestra muliebre – dunque anche un altro punto di vista – su quel mondo di soli uomini che nel Parsifal è il microcosmo di Montsalvat; il continuo trascolorare di suggestioni buddiste crea un ponte con Siddharta, personaggio cui Wagner mentalmente stava già lavorando e, forse, sarebbe stato il soggetto della sua prossima opera, se la morte non l’avesse colto di lì a poco; mentre la pelle nera del tenore Russell Thomas contribuisce a fare del protagonista non solo il “puro folle” del libretto, ma un “diverso” a tutto tondo.

Convince meno l’anestetizzazione di ogni sollecitazione carnale, la cancellazione della seduttività peccaminosa dei personaggi femminili in nome forse di scrupoli antisessisti: snodo ineludibile della drammaturgia dell’opera, il richiamo dei sensi di cui Kundry è portatrice qui cede il passo alla raffigurazione di un’algida dea indiana; e le sensualissime Fanciulle-Fiore sono le stesse asessuate donne-scudiero del primo atto. Non c’è recitazione – sostanzialmente – in questo Parsifal, né alcuna attuazione delle didascalie del libretto: il protagonista non si slancia furente contro Kundry, nessuna seduce nessuno, la ferocia di Klingsor è a un dipresso dall’atarassia. Ne scaturisce una sorta di dimensione oratoriale – o, meglio, di grande video-oratorio – dove la mancanza di gestualità ingenera confusione, ma potrebbe anche trasformarsi in trascendente valore rappresentativo. Purtroppo così non accade, o accade solo di rado. E a misura che la non-azione si dipana lungo oltre quattro ore di musica il Parsifal di Kennedy – Selg lascia inespresse le sue potenzialità, non traduce i propri limiti in caratteristiche, appare sempre più videogame e sempre meno sperimentale.

Anche la scelta di affiancare una direttrice a una regista suona più come intento programmatico che reale alchimia tra orchestra e palcoscenico. La taiwanese Yi-Chen Lin sigla una lettura pulita e precisa, dove non c’è spazio per il soggettivismo romantico, ma ne resta poco pure per le emozioni. I tempi sono tendenzialmente lenti: di una lentezza, però, priva di solennità e dettata semmai dal bisogno di allargare le maglie del tessuto strumentale per governare ogni dettaglio. Il contrappunto viene evidenziato con diligenza, senza restituirgli il suo ruolo di strumento drammaturgico; i Leitmotiv del Preludio suonano ben scanditi, ma non perfettamente concatenati; la trasparenza luminosa del suono (l’Orchestra Sinfonica della Radio di Vienna serve benissimo la direttrice) sembra dettata dall’accuratezza fonica più che da una reale idiomaticità sonora. E contare su un cast interessante, che assembla wagneriani della vecchia guardia con validi elementi di nuova generazione, non ha ingenerato dal podio un’autentica “regia vocale”.

Tutti comunque – i vecchi e i giovani – sembrano propensi a un Wagner di consolidata tradizione bayreuthiana, tendente cioè al declamatorio piuttosto che al cantabile, quando non incline a un vero e proprio Sprechgesang. Ed è una linea canora che, a ben vedere, poco si amalgama con il mondo visivo di Selg, le cui immagini colorate e ridondanti avrebbero forse dialogato meglio con una vocalità wagneriana meno spigolosa e più lirica, meno disadorna e più sontuosa. Ormai settantenne, Albert Dohmen suona piuttosto prosciugato timbricamente: resta peraltro, salvo errore, l’unico cantante che – oltre a Hans Hotter – nell’arco della propria carriera abbia interpretato tutti e quattro i ruoli gravi del Parsifal; e sebbene il Dohmen basso di oggi sia meno interessante del Dohmen baritono di ieri, il suo Gurnemanz nobilmente affaticato è una raffigurazione di gran spessore. Quanto al settantottenne Kurt Rydl è l’icona di sé stesso, come spesso accade con i bassi chiamati a interpretare il fulmineo e sepolcrale ruolo di Titurel: Rydl lo fa con voce senile per stabilità di suono, ma non certo quanto a volume e risonanza. Ed è un peccato che il suo episodio sia uno dei meno valorizzati dalla direttrice e dalla regista.



Un momento dello spettacolo 
© Nurth Wagner-Strauss

Compenetrato nella sua raffigurazione di Messia nero, Thomas appare però poco interiorizzato sul piano del fraseggio. Alla solidità della linea corrisponde un eccesso di semplificazione: ne deriva una certa superficialità del personaggio, che contribuisce a rendere epidermico questo spettacolo. Vocalmente robusto e senza troppe tentazioni introspettive sarebbe anche Kartal Karagedik; tuttavia, a favore del baritono turco, gioca un timbro naturalmente tenebroso, assai efficace nel rinviare ai tormenti di Amfortas. Werner Van Mechelen è un Klingsor un po’ sommario in senso sia vocale che interpretativo, mentre Dshamilja Kaiser rappresenta la punta più alta del cast. Risolve in chiave puramente mezzosopranile il ruolo ibrido di Kundry – sicché qualche impennata acuta non è del tutto a fuoco – e non le giova la totale perdita di sensualità con cui la regia affligge il personaggio: ma le sfumature appassionate che imprime al duetto con Parsifal neutralizzano ogni algidità scenica, mentre nel terzo atto la sua concentrazione rarefatta imprime invece un’eleganza addirittura liederistica.

Straordinario come sempre l’amalgama dell’Arnold Schönber Chor, istruito dal veterano Erwin Ortner. Pubblico diviso, sebbene quello delle Wiener Festwochen sia tutt’altro che tradizionalista. E ad aleggiare un sentore di scommessa persa: come d’una messinscena che – ferme restando certe sue indubbie singolarità – volesse andare al di là di Wagner, ma forse riesce solo a restarvi al di qua.


Parsifal

Cast & Credits






Un momento dello spettacolo 
 © Nurth Wagner-Strauss 

Cast & credits

Titolo 
Parsifal
Sotto titolo 
Dramma sacro in tre atti
Anno 
2026
Data rappresentazione 
17 giugno 2026
Città rappresentazione 
Vienna
Luogo rappresentazione 
Museum Quartier - Sala E
Prima rappresentazione 
15 giugno 2026
Evento 
Wiener Festwochen
Titolo originale 
Parsifal
Libretto 
Richard Wagner
Autori testo d'origine 
Richard Wagner
Regia 
Susanne Kennedy
Interpreti 
Russell Thomas (Parsifal)
Dshamilja Kaiser (Kundry)
Albert Dohmen (Gurnemanz)
Kartal Karagedik (Amfortas)
Werner Van Mechelen (Klingsor)
Kurt Rydl (Titurel)
Scenografia 
Markus Selg
Costumi 
Andra Dumitrascu
Coreografia 
Dominic Santia
Sceneggiatura 
Tobias Staab
Luci 
Sascha Zauner
Orchestra 
Orchestra ORF
Coro 
Arnold Schönberg Chor
Maestro del coro 
Erwin Ortner
Note 
Drammaturgia musicale Piet De Volder Konzept Susanne Kennedy e Markus Selg Yi-Chen Lin