L’equilibrio perenne degli opposti
C’è in Un ballo in maschera un paradosso che già Verdi avvertiva nel comporlo e di cui scriveva ad Antonio Somma con una certa lucidità: l’opera più “francesizzante” della sua maturità, quella in cui il riso e la maschera dovrebbero infiltrarsi nel cuore del tragico, è anche la meno governabile in palcoscenico. Chi la allestisce deve risolvere un problema che Verdi non si poneva: come trattenere insieme ciò che la sua scrittura ha disposto in equilibrio precario. La grande critica novecentesca (da Budden a Della Seta, da Conati a Parker) ha insistito sulla matrice scribiana (quel Gustave III già di Auber, 1833) e sulla maniera in cui Verdi ne assorbe il modello senza rinnegarlo: la canzone di Oscar, la ballata «Volta la tèrrea fronte», il quintetto «È scherzo od è follia» non sono ornamenti né concessioni di gusto, ma il versante senza il quale quello opposto – l’antro di Ulrica, il duetto, la congiura – perderebbe gran parte del proprio peso. Tutto, nel Ballo, sta nella convivenza di registri che si tengono in mutua dipendenza. È esattamente quanto la regia di Valentina Carrasco, al Teatro del Maggio per la prima ripresa pienamente scenica dopo l’ultima edizione di Alberto Fassini del 1995, sceglie programmaticamente di abolire.

L’abolizione
passa per una sovrapposizione: Riccardo coincide con John Fitzgerald Kennedy,
e l’opera intera viene letta come parabola del leader carismatico assassinato
da un complotto di palazzo. L’idea non è inedita, vent’anni or sono ebbe
formulazione più cauta da Pier Luigi Pizzi, nell’allestimento nato per
Piacenza Expo e poi ripreso a Palermo e Macerata, dove però il riferimento
restava sul fondale come suggestione visiva, mentre qui viene riversato addosso
allo spettatore con un didascalismo che non lascia margine all’intelligenza
interpretativa: la famiglia presidenziale al gran completo a invadere lo Studio
Ovale, le proiezioni d’archivio in moto perpetuo, l’antro di Ulrica trasferito
sotto un pulpito gospel, l’orrido campo dei patiboli divenuto un sordido
vicolo metropolitano. C’è chi ha letto la trasposizione di Ulrica come riscatto
del personaggio dal folklore e amplificazione di una coscienza civile
americana: lettura ingegnosa, ma ciò che si guadagna in attualizzazione si paga
in violenza interpretativa. La regista, come dichiara nelle note di sala,
vorrebbe inoltre problematizzare il sentimento di Amelia, sospettandolo come
una forma di soggezione subìta più che di reciprocità autentica: tesi che ha
una sua dignità ideologica ma che si scontra frontalmente con quanto la musica
del secondo atto annuncia. Una pagina che culmina in do maggiore con marcature
ostinate di dolce e di morendo non si lascia raccontare come scena di
sopraffazione; nell’opera il filo drammaturgico è portato avanti dalla partitura
oltre che dalle parole e ribaltare questa evidenza richiederebbe una coerenza
di sistema che lo spettacolo non possiede. Il prezzo dell’operazione è
esattamente quella dimensione leggera, mascherata, settecentesca a cui Verdi (lo
si legge nel celebre rifiuto delle pressioni napoletane del 1858) «teneva
troppo» per consentirne lo svuotamento.

Un momento dello spettacolo
Sul piano dei collaboratori, le scene asciutte di Andrea Belli rivelano in alcuni quadri una propria efficacia; i costumi di Silvia Aymonino, cresciuta nella scuola romana della sartoria Tirelli, e dunque erede di una tradizione artigianale che non si improvvisa, portano sul palcoscenico una signorilità che merita di essere segnalata; le luci di Marco Filibeck, fra le firme più mature del lighting design italiano, restano probabilmente l’aspetto più solido dell’intero versante visivo; Massimo Volpini, a cui è attribuita anche la cura del movimento scenico, riversa sul palcoscenico una mole di videoproiezioni d’epoca che diventa più importuna che evocativa.
Sul
versante musicale il banco di prova era il debutto operistico di Emmanuel
Tjeknavorian: violinista di rango, fresco di Premio Abbiati 2025 e
direttore musicale dell’Orchestra Sinfonica di Milano, al primo confronto in
assoluto con un titolo lirico. Il pubblico fiorentino lo ha accolto con favore
e a buon diritto: la concertazione mostra una conoscenza non superficiale della
partitura, come del resto chiarisce lo stesso direttore nelle note di sala,
dove insiste opportunamente sulla “duplicità” che il Ballo intreccia fra
eleganza brillante e una fragilità sotterranea sempre pronta a incrinarsi.
L’Orchestra del Maggio risponde con sonorità tornite, dense nei quadri tragici
e ben dosate nelle ampie oasi liriche del duetto del secondo atto, dove la buca diventa
quasi terza voce in dialogo con i protagonisti. Non mancano tuttavia indizi di
un’inesperienza fisiologica: gli incastri fra fossa e palcoscenico inciampano
qua e là, alcuni attacchi cadono indecisi, certe scelte di tempo paiono
ostinarsi a contraddire le ragioni del canto. Una bacchetta, dunque, dalla
quale ci si attende l’evoluzione, ma a cui il rodaggio teatrale farà bene
quanto a chiunque al primo cimento operistico. Il Coro istruito da Lorenzo
Fratini si comporta in modo non omogeneo: faticano le voci maschili nella
prima parte, che recuperano poi nettamente nel prosieguo; superlativi i settori femminili nella scena
dell’antro di Ulrica.

Un momento dello spettacolo
© Michele Monasta
Il
quintetto vocale si attesta su un livello professionalmente onorevole senza che
si segnalino prove di riferimento. Antonio Poli porta a Riccardo un
materiale lirico autenticamente verdiano e un fraseggio che si fa più
persuasivo a partire dal secondo
atto, culminando nella resa della romanza del terzo, una prova in crescita che
merita d’essere segnalata. Chiara Isotton offre ad Amelia una pasta
vocale di bella sostanza, particolarmente felice nelle pagine di maggior
abbandono melodico. Bogdan Baciu costruisce un Renato di scuola, con la
grande aria del terzo atto sostenuta con misura e nobiltà di accenti. Ksenia
Dudnikova presta a Ulrica un colore vocale denso, non sempre perfettamente
a fuoco nei passaggi di maggior sollecitazione. Lavinia Bini è un Oscar
attento, dalla recitazione vivace e dal canto sorvegliato. Corretti i
comprimari, con menzione per i congiurati di Mattia Denti e Adriano
Gramigni, ben affiatati nei concertati.

Un momento dello spettacolo
© Michele Monasta
Resta, a fine recita, una sensazione precisa: la regia ha condotto un’operazione coerente al proprio interno, e ben fatta secondo le sue premesse; lo si è ben visto, dalle reazioni di consenso che parte del pubblico le ha tributato accanto agli inevitabili dissensi. Ma quella coerenza è il risultato della rinuncia alla duplice natura del Ballo. La trasposizione storica, per quanto seducente, non costituisce una lettura dell’opera; ne costituisce, semmai, un caso particolare. È il rischio inevitabile di ogni regia attualizzante e in particolare di quelle che lavorano per parallelismi storici molto definiti. Ma se il Ballo in maschera, due secoli dopo la sua nascita, continua a parlarci, non lo fa perché racconta la storia di un Kennedy ante litteram, ma perché tiene insieme, ostinatamente, paradossalmente, fino all’ultima nota, tutto ciò che la cronaca dei nostri giorni pretende invece di separare.

Un momento dello spettacolo
Cast & credits
| Titolo
Un ballo in maschera |
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| Anno
2026 |
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| Data rappresentazione
15/05/2026 |
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| Città rappresentazione
Firenze |
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| Luogo rappresentazione
Teatro del Maggio Musicale Fiorentino |
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| Prima rappresentazione
12/05/2026 |
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| Evento
Festival del Maggio Musicale Fiorentino, 88ª edizione |
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| Libretto
Antonio Somma |
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| Regia
Valentina Carrasco |
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| Interpreti
Antonio Poli (Riccardo) Bogdan Baciu (Renato) Chiara Isotton (Amelia) Ksenia Dudnikova (Ulrica) Lavinia Bini (Oscar) Janusz Nosek (Silvano) Mattia Denti (Samuel) Adriano Gramigni (Tom) Francesco Congiu (Un giudice) Roberto Miani (Un servo di Amelia) |
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| Scenografia
Andrea Belli, Max Volpini (Videoproiezioni) |
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| Costumi
Silvia Aymonino |
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| Movimenti scenici
Max Volpini |
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| Luci
Marco Filibeck |
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| Orchestra
Orchestra del Maggio Musicale Fiorentino |
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| Direzione d'orchestra
Emmanuel Tjeknavorian |
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| Coro
Coro del Maggio Musicale Fiorentino |
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| Maestro del coro
Lorenzo Fratini |