Lacrimosa, anzi comica
Melodramma
apripista del filone larmoyant, come dichiarano compattamente gli studi
musicologici, o «vera prima opera buffa», secondo un’opinione – quella di Verdi
– forse ignara di problematiche filologiche, ma al di sopra d’ogni sospetto
quando si parla di faccende teatrali? La Cecchina o sia
La buona figliuola di Niccolò Piccinni (1760) reca in sé
tutta la fertile ambiguità delle creazioni bifronti, anche la sua genesi “su
due livelli” sta a testimoniarlo: un libretto di Goldoni basato su una
fonte indiretta (quella Pamela di Richardson che in breve tempo
era diventata capostipite dei romanzi epistolari) e una più esplicita (la
goldoniana Pamela nubile, che, del romanzo inglese, aveva
rappresentato il liberissimo adattamento teatrale italiano); libretto, a sua
volta, già musicato da altri compositori, ma assurto a risonanza europea solo grazie
all’intonazione piccinniana; e tuttavia anche libretto che, per Goldoni,
rappresentava una mera rimasticazione di precedenti lavori propri e altrui, insomma
un impegno occasionale, al punto di celarsi sotto lo pseudonimo di Polisseno Fegejo.
Dunque
Piccinni, quando si mise a comporre, non ebbe neppure occasione
d’interfacciarsi con il commediografo veneziano: La Cecchina divenne pietra angolare del nostro “dramma giocoso” – un ossimoro che all’epoca
non veniva introiettato come tale – senza bisogno di ricognizioni ermeneutiche
da parte del musicista, che mantenne sostanziale equidistanza tra
sentimentalismo di Richardson e umorismo di Goldoni, tra moralità edificante
del romanzo (la virtù premiata) e realismo spicciolo del testo poetico-teatrale
(la fanciulla che fa del pudore la più suprema delle civetterie). O tra eticità
inglese e italica arte di arrangiarsi, se si preferisce. Da qui la possibilità
di leggere indifferentemente La Cecchina come grande classico
patetico-sentimentale, e naturale progenitrice della Nina di Paisiello,
oppure capolavoro comico tout court come suggeriva Verdi: il
quale d’altronde, quando parlava della necessità di «inventare il vero», poiché
copiare il vero «è fotografia, non pittura», non faceva altro che applicare
impeccabilmente il concetto di “realismo comico” goldoniano.

© Clarissa Lapolla
In
tale prospettiva, le molte opzioni interpretative che ha conosciuto quest’opera
dal dopoguerra a oggi (l’hanno affrontata squisite stiliste, ma, all’inizio
della carriera, anche un soprano votato a tutt’altri mondi canori come Mirella Freni) sono sintomatiche della facoltà di circumnavigare differenti
chiavi di lettura psicologico-vocali; e la difformità con cui è stata recepita
la sua stessa intitolazione – prima delle revisioni critiche era il sottotitolo La buona figliuola a fungere da titolo, e viceversa – resta la prova più
eloquente di come sentimentalismo e comicità possano convivere e ribaltarsi, in
Piccinni. L’ha compreso bene Daniele Luchetti: il regista del Portaborse e La scuola impagina uno spettacolo fluido e vibratile, che rende
giustizia alla natura proteiforme di questa drammaturgia e apre come meglio non
si potrebbe il progetto triennale voluto dal Teatro Petruzzelli (tre
inaugurazioni di stagione con altrettanti titoli piccinniani) per festeggiare
il genius loci barese, di cui nel 2028 cadrà appunto il tricentenario.
Cineasta
incline alla commedia sociale, e capace pure di raccontare epoche passate sotto
forma di apologo umoristico (su questo registro era impostato il suo film
d’esordio, Domani accadrà), Luchetti ha trovato in Cecchina un diciottesimo
secolo dove i giochi di potere che s’innestano nel corteggiamento danno luogo a
un conflitto pubblico-privato di stringente attualità, ma che, proprio per
questo, non necessita di attualizzazioni visive. Semmai viene giocata la carta
d’una sagace diacronia. È il caso del monopattino – un gustoso coup de théâtre che apre il secondo atto – su cui si aggira l’angosciato Marchese
della Conchiglia mentre canta La cerco e non la trovo; del gigantesco
letto a castello metafora di convegni erotici collettivi, ma pure di
un’aristocrazia più slombata che figlia dell’autentica cultura libertina; o
anche – tutto viene ambientato in una località vacanziera, imparentando questo
Goldoni “minore” a quello della Trilogia della villeggiatura – della
partita di volano: che da un lato insuffla un tocco british come se
Richardson, uscito dalla porta della riscrittura goldoniana, rientrasse dalla
finestra della messa in scena e, dall’altro, consente un bell’affondo surreale,
dato che le racchette vengono poi suonate come liuti, transitando dal diporto
sportivo a quello musicale.
Le
scene di Alessandro Camera restituiscono a loro volta un secolo
dei lumi stilizzato e – grazie alle luci di Marco Filibeck – a tratti
fiabesco, memore di certi quadri di Fragonard nel far diventare Cupido
un motore attivo nella vicenda. Le coreografie di Florence Bas non sono innesti pleonastici, ma offrono un’ulteriore pennellata d’irrealtà (in
luogo dei cacciatori che espugnano i carcerieri della protagonista troviamo
quattro mime pugnaci e coloratissime). I costumi di Massimo Cantini Parrini oscillano
tra il pastellato tenue e il cromatismo acceso, replicando la dialettica
sentimentalità/comicità che innerva tutta l’opera, mentre la scelta di vestire
in abiti femminili il Cavaliere Armidoro coglie perfettamente l’essenza
estetico-drammaturgica del personaggio: per Piccinni, l’unico realmente
debitore della civiltà vocale dei castrati. Così ben servito dai suoi
collaboratori, Luchetti sigla con intelligenza e umiltà il proprio esordio
operistico: e le occasionali citazioni di allestimenti storici, goldoniani o
meno, disseminate lungo lo spettacolo (i panni stesi della Locandiera di Visconti, le silhouettes delle opere rossiniane messe in scena da Ponnelle) sono una controprova della sua cultura e discrezione.

© Clarissa Lapolla
Il cast ha unito ottimi commedianti a saldi vocalisti, arrivando alla
quadratura del cerchio quando gli uni e gli altri coincidevano. È stato il caso
della protagonista Francesca Aspromonte: una Cecchina ragazza
innocente e vittima della sorte, sì, ma anche capace di un’ansia sotterranea,
un pathos sottopelle, una sensualità tenuta a bada ma mai negata che
garantiscono spessore al personaggio. E che si traducono in un canto dove
l’elegia non è monotonia, né il patetismo fine a sé stesso, in una dinamica
sfumata e cangiante dove, spesso, a esprimere drammaticità sono i “piano” e a
suonare lirico è invece il “mezzoforte”. Alle prese con un ruolo più da opera
seria, quanto a vocalità, ma di fatto parodistico per la sproporzione tra
l’intensità della scrittura e la vacuità dei motivi che agitano lo sdegno del
personaggio, Anna Maria Labin imprime alla Marchesa Lucinda stigmate
mozartiane (il suo Furie di donna irata sembra porsi come una diretta
anticipazione di Donna Anna e della Regina della Notte), con il viatico di un
timbro chiaroscurato e una coloratura iperbolica da autentico soprano
drammatico di agilità. Francesca Benitez chiude il trio delle voci
femminili di primo piano, attribuendo al suo Cavaliere Armidoro en travesti belcanto fluente e sentimentalismo sorvegliato, non disgiunti da una spiritosa
attorialità.
Krystian Adam non ha le trasparenze del tradizionale
tenore di grazia: il suo Marchese della Conchiglia è un “amoroso” sfuggente,
che mantiene la fatuità dell’aristocratico e una certa doppiezza dell’uomo di
potere. E così facendo il personaggio risulta forse stilisticamente peregrino
ma di maggior interesse, oltre che più goldoniano. Con sensibilità
interpretativa e perizia tecnica, Pietro Spagnoli sfrutta la sua voce
ormai un po’ inaridita per restituire una maschera di “buffo caricato” (il
soldato tedesco, anzi tetesco, rigido ma di buon cuore) tutt’altro che
superficiale, non a caso destinata a trasformarsi nel deus ex machina
dell’intrigo. E pure le parti di “mezzo carattere” si fanno onore: Christian
Senn è baritono un po’ troppo tenoreggiante, che però plasma bene il suo
personaggino innamorato e deluso, sempliciotto e intraprendente; mentre Michela
Antenucci e Paola Gardina sono due servette pettegole e viperine,
forse non appiombatissime vocalmente eppure di gran resa teatrale. Ogni
interprete appare ben calato nel disegno registico, trovando supporto anche in Stefano
Montanari: insoddisfacente nei suoi interventi al cembalo e tuttavia concertatore
spedito, alieno dalle leziosità dell’eccessivo patetismo, non millimetrico ma comunque
preciso nell’amministrare la complessità architettonica del Finale primo.
La Cecchina

© Clarissa Lapolla
Cast & credits
| Titolo
La Cecchina |
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| Sotto titolo
o sia La buona figliuola |
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| Anno
2026 |
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| Data rappresentazione
23/01/2026 |
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| Città rappresentazione
Bari |
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| Luogo rappresentazione
Teatro Petruzzelli |
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| Prima rappresentazione
21/01/2026 |
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| Libretto
Polisseno Fegejo (Carlo Goldoni) |
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| Regia
Daniele Luchetti |
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| Interpreti
Anna Maria Labin (La Marchesa Lucinda) Francesca Benitez (Il Cavaliere Armidoro) Krystian Adam (Il Marchese della Conchiglia) Francesca Aspramonte (Cecchina) Paola Gardina (Paoluccia) Michela Antenucci (Sandrina) Christian Senn (Mengotto) Pietro Spagnoli (Tagliaferro) |
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| Scenografia
Alessandro Camera |
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| Costumi
Massimo Cantini Parrini |
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| Coreografia
Florence Bas |
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| Luci
Marco Filibeck |
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| Orchestra
Orchestra del Teatro Petruzzelli |
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| Direzione d'orchestra
Stefano Montanari |
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| Coro
Coro del Teatro Petruzzelli |
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| Maestro del coro
Elia Macrì |