Classiche disarmonie di coppia
Tale fu il successo della composizione “minore” di Pergolesi che essa si diffuse come opera autonoma, in grado di influenzare il gusto europeo. Così quando il teatro musicale italiano si affermava, sdoppiandosi in opera seria e opera buffa, ne troviamo un indizio clamoroso nella querelle des bouffons, innescatasi proprio con la Serva padrona, rappresentata dalla compagnia di Eustacchio Bambini all'Académie Royale di Parigi nel 1752.
La
drammaturgia dal comico e ingenuo intrigo, scandita in recitativi e arie nel
libretto di Gennarantonio Federico, sviluppa un racconto di scambi
archetipici di coppia e familiari secondo una precisa convenzione giocosa. Apre
con l'aria “Aspettare e non venire…” del vecchio Uberto (baritono), spazientito
dal ritardo della cameriera nel servirgli il cioccolato mattutino. Il suo sfogo
in sproloquio urta contro il gesto mimico delle altre due presenze silenziose, Serpina
e il servo Vespone, sempre zitto per ruolo. È un dialogo fra sé, malgrado i partners,
che innova la funzione monologante dell'opera “seria”. Poi Serpina (soprano) sferra
l'affondo di un duello scherzoso ma ben mirato con l'aria “Stizzoso mio
stizzoso…”, proseguito nelle digressioni del recitativo, fino a ricondurre a
duetto bene accordato la tenzone. Ancora dalla donna viene la mossa vincente,
quando provoca l'indeciso padrone-tutore, millantando un fidanzato pronto a
sposarla. E inoltre, a caro prezzo, per la richiesta di una dote sproporzionata.
Il pretendente è lo stesso famiglio, che lei traveste da guerriero in corazza e
fiammante cimiero.

Un momento dello spettacolo
Verso la conclusione, un tono più riflessivo addolcisce il contrasto sentimentale e lo convoglia al lieto fine. I rapporti personali nascono in evidente analogia con le figure della Commedia dell'Arte. La maschera indossa infatti Vespone, un Giorgio Bongiovanni attore di solida formazione che ricalca Brighella. Il gusto stilizzato in Uberto si ispira a Pantalone, dalle vesti in rosso e nero. In Serpina si riconosce Arlecchino nella gonna con grembiule a spicchi variopinti. Il regista sceglie senza presunzione, evocando con chiarezza «un mondo perduto […], fatto di cose semplici ed antiche, l'incantata risorgenza di un meccanismo teatrale e musicale così peculiare e fondatore da essere eterno e da potersi perpetuare senza alcuno snaturamento» (dal Programma di sala). La scenografia modulare sviluppa, da un teatrino a due ante, i diversi interni casalinghi connotati da dipinti d'epoca.
L'esito orchestrale e canoro è felice e convincente, con un organico barocco integrato da cembalo (Sirio Restani) e tiorba (Simone Vallerotonda). Forse nel canto brillano più naturali le doti da baritono di Uberto (Luca Micheletti) che quelle da soprano di Serpina (Elisa Balbo). La giovane cantante sorprende comunque per la grazia sicura e il controllo costante nella sincronia con l'espressione mimica (anche nei recitativi e negli scambi con il servo muto) da attrice matura, conscia del margine stretto per un gioco a rischio di istrionismo. Rispetto ai precedenti interpretativi illustri, forse inarrivabili (consigliabile l'ascolto di Renata Scotto con i Virtuosi di Roma diretti da Renato Fasano), la Balbo esce comunque promossa a pieni voti dalla sfida, già vinta con l'aria “Stizzoso, mio stizzoso…”. Micheletti sfoggia una gamma estesa e senza sfaldature, mantenendo compattezza e fluidità anche nei toni più bassi.

Un momento dello spettacolo
Con un nesso drammaturgico esplicito, lo spettacolo muta agilmente di ambientazione, quando gli interpreti cambiano a vista i costumi richiesti dal secondo atto unico della serata, stabilendo tra i due allestimenti continuità di situazione e di relazioni, oltre che di elementi visivi. Nella produzione di Leonard Bernstein, Trouble (1952) viene dopo On the Town (1944) pur non annunciando West Side Story (1957). Il soggetto è nei momenti della vita di coppia in crisi di Sam e Dinah. Il libretto, dello stesso musicista, nella traduzione di Elisa Balbo serba passi neologici tipici dell'improvvisazione jazzistica. I motivi fonte di infelicità rispecchiano la situazione del matrimonio reale dell'autore e aspetti riguardanti la sua omosessualità irrisolta. I temi del vivere civile, in quegli anni di controllo sociale e di crescente consumismo, mostrano i segni di una decadenza che l'autore trasfigura in immagini e ritmi, ma che pure denuncia. Gli effetti sono nel bisogno di amore e di spiritualità autentici, in un ambiente condizionato da un materialismo grossolano e insidioso nemico di spontaneità e sincerità. Ogni eventuale gioia comune viene offuscata dall'incomprensione e dalla mancanza di dialogo e volta in malinconia e distacco. Nella coscienza della disfunzione del rapporto, del suo fallimento, ad accrescere la lontananza. La partitura si affida specialmente allo stile della canzone popolare (e alla meno percepibile lezione del gruppo francese dei Six) per esprimere ora l'esaltante illusione di un benessere facile, ora il senso di una nostalgia intima espressa da note delicate e commosse. È netto dal principio il conflitto fra l'idealizzazione del “sogno americano” e la condizione turbata e insoddisfatta dei protagonisti.
Rilevante il commento affidato al coro (Trio jazz) nell'enfatizzare il messaggio pubblicitario e mostrarne a contrasto gli inganni. La Tahiti del film a cui assiste la donna sola descrive l'isola quale giardino incantato, che però diventa illusorio, ingannevole paradiso perduto. La seduta psicoanalitica a cui Dinah si affida rivela, nel sogno riferito del “giardino”, necessità e carenze essenziali. Bello lo sdoppiamento in sovrapposizione del duetto in cui marito e moglie, sotto la pioggia, chiudono ciascuno in sé il canto destinato al compagno e che invece stabilisce una distanza incolmabile. La visione dello stesso Trouble in Tahiti viene proposta da Sam, dopo il tentativo di spiegazione e di intesa fallito in uno stallo aggravato. Scene anche qui mobili e mutevoli che compongono periferie anonime e monotone. Costumi ripresi dai film più popolari con effetto piacevolmente rétro.
L'aderenza allo stile di Bernstein è musicalmente precisa nel dettato dell'orchestra diretta da Alessandro Cadario, con intensità e volumi commisurati all'udibilità delle voci. Il canto ha una vivace coloritura in Sam, dal trapasso progressivo di registri, capace di bassi morbidi quanto di acuti robusti e ricchi. In Dinah la limpidezza, malgrado il volume contenuto, con le frequenze più alte dispiega diverse armoniche, frutto via via di malinconia, di rammarico, di rimpianto e delusione. È la sua partecipazione al dramma che senza esplodere si espande e pervade persone e ambienti. Scelta ed esecuzione meritorie nell'assieme anche nell'aprire agli spettatori più giovani un godimento alleviato da ricostruzione filologica pedante. Intelligenza e discernimento dei mezzi guidano Micheletti (completamente impegnato come cantante) a un'organizzazione scenica funzionale e sensibile, gradevolissima. Anche per questo, gli applausi si sono prolungati in chiamate ripetute.
La serva padrona / Trouble in Tahiti

Cast & credits - La serva padrona
| Titolo
La serva padrona / Trouble in Tahiti |
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| Sotto titolo
La serva padrona |
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| Origine
Italia |
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| Anno
1733 |
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| Durata
50 min. |
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| Data rappresentazione
28 gennaio 2022 |
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| Città rappresentazione
Genova |
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| Luogo rappresentazione
Teatro Carlo Felice |
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| Prima rappresentazione
1733 |
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| Libretto
Gennarantonio Federico |
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| Regia
Luca Micheletti |
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| Interpreti
Luca Micheletti (Umberto (baritono)) Elisa Balbo (Serpina (soprano)) Giorgio Bongiovanni (Vespone) Simone Campisi (Lacchè) Samuel Moretti (Lacchè) |
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| Produzione
Teatro Carlo Felice |
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| Scenografia
Laila Fteita |
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| Costumi
Laila Fteita |
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| Luci
Luciano Novelli |
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| Musiche
Giovanni Battista Pergolesi |
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| Orchestra
Orchestra del Teatro Carlo Felice di Genova |
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| Direzione d'orchestra
Alessandro Cadario |
Cast & credits - Trouble in Tahiti
| Titolo
La serva padrona / Trouble in Tahiti |
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| Sotto titolo
Trouble in Tahiti |
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| Origine
Stati Uniti |
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| Anno
1952 |
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| Durata
43 min. |
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| Data rappresentazione
28 gennaio 2022 |
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| Città rappresentazione
Genova |
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| Luogo rappresentazione
Teatro Carlo Felice |
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| Prima rappresentazione
1952 |
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| Libretto
Leonard Bernstein |
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| Regia
Luca Micheletti |
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| Interpreti
Luca Micheletti (Sam) Elisa Balbo (Dinah) Melania Maggiore (Trio jazz (soprano)) Manuel Pierattelli (Trio jazz (tenore)) Andrea Porta (Trio jazz (baritono)) Maria Grazia Stante (Silent trio) Samuel Moretti (Silent trio) Simone Campisi (Silent trio) |
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| Scenografia
Laila Fteia |
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| Costumi
Laila Fteita |
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| Luci
Luciano Novelli |
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| Musiche
Leonard Bernstein |
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| Orchestra
Orchestra del Teatro Carlo Felice di Genova |
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| Direzione d'orchestra
Alessandro Cadario |