Non esiste il barocco impossibile!

© Marco Brescia & Rudy Amisano
Quando dal prologo si passa all'opera, si aprono le finestre, dietro cui scorrono immagini tratte da dipinti d'epoca, diverse a seconda delle scene. Si susseguono così paesaggi rurali, spazi urbani, cieli stellati, fiamme ecc. La biblioteca e l'osservatorio astronomico, però, restano sempre al loro posto. È questo l'elemento forse più significativo dello spettacolo, il segno di una decisa presa di posizione da parte del regista, che rivela quale sia il significato dell'opera nella sua lettura. Come scrive Davide Daolmi nell'ottimo saggio introduttivo nel programma di sala (parrebbe proprio che McVicar lo abbia letto), il prologo fornisce una chiave di interpretazione della storia mitologica rappresentata come un'allegoria cosmologica neoplatonica. Si vedono Giove, Diana, Calisto & co., si ride per i loro accoppiamenti. Intanto, attraverso queste vicende gli autori squadernano per il pubblico sofisticate teorie sul mondo. La permanenza del gabinetto scientifico come sfondo e contenitore ci ricorda proprio questo doppio livello di articolazione, che diletta e ammaestra. Basta solo l'uso della scenografia e il gioco è fatto: il Konzept è palese, arguto e insieme non ingombrante.
Poi, certo, McVicar è un mago nel far recitare gli interpreti e nel muovere l'azione. Al di là di tutte le teorie e le allegorie, La Calisto è (anche) un'opera molto buffa e molto amorale, che nella Venezia libertina di metà Seicento porta in scena un'arcadia traboccante di erotismo, i cui protagonisti si dedicano a piaceri proibitissimi dalla cultura controriformistica. Calisto è una casta ninfa di Diana, che scopre le gioie del sesso grazie a Giove, che la seduce prendendo le sembianze della dea cacciatrice, che per questo diviene oggetto della passione della ninfa. Diana a sua volta professa e impone alle sue seguaci la castità, là dove è la prima a razzolare male, seducendo Endimione. Condiscono e muovono il tutto Satirelli e ninfe perennemente “in fregola”.

© Marco Brescia & Rudy Amisano
La parte musicale poteva riservare le sorprese meno piacevoli, dati i precedenti monteverdiani. Christophe Rousset con grande intelligenza è partito dal presupposto che la sala del Piermarini non è il Teatro Sant'Apollinare di Venezia (dove La Calisto fu rappresentata la prima volta, e che contava poche centinaia di posti), e che quindi alla Scala sarebbe stato impensabile prevedere di usare i sei (sei!) strumenti documentati nell'organico del teatro veneziano. Da qui la decisione dei raddoppi, anzi, ben più che raddoppi: Rousset usa tanti strumenti per il continuo (tre chitarroni, chitarre, cembalo, arpa), e poi archi, in quantità congrue, insieme a strumenti a fiato (flauti e cornetti). La ricchezza dei mezzi non solo ha creato una base sonora adatta allo spazio, ma ha permesso al direttore di concertare e strumentare il continuo in base ai personaggi e alle situazioni, potendo ricorrere a una tavolozza timbrica capace già solo per questo di sostenere l'attenzione nelle oltre tre ore di spettacolo (e per un pubblico come quello della Scala che il Seicento a teatro lo ha visto pochissimo). Sotto la sua guida si sono esibiti membri del suo ensemble, Les Talens Lyriques, e dell'Orchestra del Teatro alla Scala su strumenti storici. Non è facile creare amalgami del genere, specie quando la recente compagine di casa negli ultimi tempi non ha avuto molte occasioni per crescere, e qualche difetto di intonazione resta. A ogni modo, la direzione di Rousset ha trovato tempi, colori e fraseggi perfetti.
Il cast ha messo insieme barocchisti di lunga data e recenti acquisizioni a questo repertorio, con alcune vere scoperte (o nuove scoperte) in entrambi i casi. Bisogna dire che la scrittura di Cavalli (e dell'opera seicentesca in generale) è tutto fuorché semplice per i cantanti, soprattutto a causa di tessiture spessissimo ingrate, che pongono a cimento anche gli interpreti più esperti, perché in queste opere bisogna non solo cantare bene, ma anche far capire bene il testo e recitare parecchio. Quando la musica è situata in una fascia scomoda, è particolarmente difficile riuscire a coniugare le tre esigenze. Per prima cosa, anche grazie alla concertazione di Rousset e alla scatola scenica in cui l'azione è inserita, le voci viaggiano tutte benissimo in sala, anche quelle più “barocche”.
© Marco Brescia & Rudy Amisano
Tutti recitano con grande convinzione. Luca Tittoto ha voce potente e bel timbro scuro (Giove), perfetto come padre degli dei e irresistibile nei panni del dongiovanni boschereccio. Markus Werba (Mercurio) è uno dei felicissimi casi di interpreti a proprio agio in qualsiasi cosa affrontino: alla Scala ha cantato di tutto e bene, da Mozart a Wagner, a Korngold e a Strauss; alla lista si aggiunge adesso Cavalli, il che fa ben sperare per un ampliamento del suo repertorio all'opera barocca. Véronique Gens ha reso la parte di Giunone forse ancora più interessante di quanto l'autore non l'abbia creata: la cantante sa passare dall'olimpica maestà ai toni da operetta che il ruolo pure richiede, grazie a una perfetta modulazione della voce e alle raffinate capacità attoriali. Chiara Amarù (Linfea) è un altro dei felici casi di interpreti non specialisti (l'avevo ascoltata come ottima Preziosilla a Verona qualche anno fa) che sembra invece cantino solo opera del Seicento, tanto sono a proprio agio con la propria parte. Semplicemente splendido Christophe Dumaux (Endimione): la voce è ricca di armonici e omogenea nei registri, il fraseggio di grande eleganza e la recitazione spigliata anche in un ruolo amoroso, così diverso dagli innumerevoli Tolomei (Giulio Cesare di Handel, anche alla Scala nel 2019) in cui lo si era apprezzato finora. Bene poi Chen Reiss (Calisto) e Olga Bezsmertna (Diana). In entrambi i casi, però, le loro prove non lasciano propriamente il segno. La prima fa tutto bene: intonazione, fraseggio, recitazione, ma nella voce non emerge una personalità spiccata. Così anche la seconda che ha per di più una dizione poco chiara (e, in un'opera dove il testo è così importante, non è un dettaglio trascurabile). Molto bene pure il resto della compagnia, di cui piace menzionare Damiana Mizzi (Satirino) e Luigi De Donato (Silvano).
Come dicevo, il successo è stato grande: in teatro dopo la recita si diceva di oltre nove minuti di meritatissimi applausi.
Cast & credits
| Titolo
La Calisto |
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| Origine
Italia |
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| Anno
2021 |
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| Durata
3 h e 7 |
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| Data rappresentazione
30 ottobre 2021 |
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| Città rappresentazione
Milano |
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| Luogo rappresentazione
Teatro alla Scala |
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| Prima rappresentazione
30 ottobre 2021 |
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| Libretto
Giovanni Faustini |
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| Regia
David McVicar |
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| Interpreti
Chen Reiss (Calisto) Olga Bezsmertna (Diana) Luca Tittoto (Giove) Véronique Gens (Giunone) Christophe Dumaux (Endimione) Luigi De Donato (Silvano) Markus Werba (Mercurio) Chiara Amarù (Linfea) Federica Guida (Furia/Eternità) Svetlina Stoyanova (Furia/Destino) John Tessier (Pane/Natura) Damiana Mizzi (Satirino) |
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| Scenografia
Charles Edwards |
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| Costumi
Doey Lüthi |
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| Coreografia
Jo Meredith |
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| Luci
Adam Silverman |
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| Orchestra
Orchestra del Teatro alla Scala su strumenti storici – Les Talens Lyriques |
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| Direzione d'orchestra
Christophe Rousset |
