Non esiste il barocco impossibile!

di Vincenzo Borghetti

Data di pubblicazione su web 04/11/2021

La Calisto

Si dà La Calisto di Francesco Cavalli alla Scala, un'opera del 1651: la sala è piena, ed è un successo di pubblico oltre che di critica. Solo poco tempo fa sarebbe sembrato un miraggio. La Scala è da un po' che col barocco ci prova: prima le tre opere superstiti di Claudio Monteverdi (L'Orfeo nel 2009; Il ritorno di Ulisse in patria nel 2011; L'Incoronazione di Poppea, nel 2015); poi quattro titoli handeliani (Alcina nel 2009; Il trionfo del tempo e del disinganno nel 2016; Tamerlano nel 2017; Giulio Cesare nel 2019). I risultati sono stati via via migliori dal punto di vista artistico, e quindi incoraggianti per la politica culturale intrapresa dalla direzione del teatro.  

L'annuncio di Calisto, in coda a una stagione problematica come questa, era tuttavia sembrato una mossa audace. La trilogia monteverdiana aveva sì inaugurato un nuovo corso, ma aveva anche mostrato tutte le difficoltà di portare opere del Seicento al Piermarini, e di farlo con gli specialisti del settore, spesso restii a mettere in campo masse orchestrali meno esigue di quelle storicamente documentate, e a servirsi di voci meno esili dell'usato per adattare il suono a spazi così grandi. Con questo Cavalli si temevano quindi esiti analoghi: un successo di stima che camuffa, senza perdere in eleganza, una sostanziale sfiducia sulla possibilità che la Scala possa diventare una casa per questo repertorio. Per fortuna, così non è stato. Non solo, si è trattato di un vero e proprio successo, tanto più rumoroso in quanto un'autentica sorpresa per tutti. Il Seicento si può fare, eccome! Basta farlo con intelligenza. A questo punto però l'appetito aumenta: quando arriveranno quelle opere che fino a qualche giorno fa sembravano fantascienza? A quando un bel Cesti? o Stradella o Steffani? o un altro Cavalli? oppure, per osare l'inosato, un bel Lully o Charpentier?

© Marco Brescia & Rudy Amisano
Un momento dello spettacolo
© Marco Brescia & Rudy Amisano

Al successo hanno contribuito in ugual misura sia la parte scenica sia quella musicale. David McVicar ambienta la vicenda in una biblioteca del Seicento con annessa specola, planetario e cannocchiale: siamo in un gabinetto scientifico di metà secolo, uno di quelli in cui si produce il sapere più avanzato osservando i cieli e confrontando le nuove scoperte con la sapienza dei volumi antichi. Questo è lo spazio dei personaggi allegorici del Prologo (il Destino, la Natura, l'Eternità), insieme a figuranti che il regista ci presenta come donne e uomini dell'epoca di Cavalli: vestono tipici abiti seicenteschi neri con ampie gorgiere o copricapi bianchi, ma reinventati in fogge fantasiose (costumi di Dohey Lüthi). Qui si discute dei massimi sistemi, delle sorti del mondo, del senso della vita e del destino della ninfa Calisto, accolta ormai nel novero delle nuove costellazioni. Lo spazio scenico resta lo stesso per tutta la durata dell'opera: nella biblioteca si svolgono anche le vicende di Giove, Calisto e Giunone, nonché di Diana ed Endimione, più quelle che a queste si intrecciano creando bello e vario scompiglio (Pan, Silvano, Linfea, Satirino).


Quando dal prologo si passa all'opera, si aprono le finestre, dietro cui scorrono immagini tratte da dipinti d'epoca, diverse a seconda delle scene. Si susseguono così paesaggi rurali, spazi urbani, cieli stellati, fiamme ecc. La biblioteca e l'osservatorio astronomico, però, restano sempre al loro posto. È questo l'elemento forse più significativo dello spettacolo, il segno di una decisa presa di posizione da parte del regista, che rivela quale sia il significato dell'opera nella sua lettura. Come scrive Davide Daolmi nell'ottimo saggio introduttivo nel programma di sala (parrebbe proprio che McVicar lo abbia letto), il prologo fornisce una chiave di interpretazione della storia mitologica rappresentata come un'allegoria cosmologica neoplatonica. Si vedono Giove, Diana, Calisto & co., si ride per i loro accoppiamenti. Intanto, attraverso queste vicende gli autori squadernano per il pubblico sofisticate teorie sul mondo. La permanenza del gabinetto scientifico come sfondo e contenitore ci ricorda proprio questo doppio livello di articolazione, che diletta e ammaestra. Basta solo l'uso della scenografia e il gioco è fatto: il Konzept è palese, arguto e insieme non ingombrante.


Poi, certo, McVicar è un mago nel far recitare gli interpreti e nel muovere l'azione. Al di là di tutte le teorie e le allegorie, La Calisto è (anche) un'opera molto buffa e molto amorale, che nella Venezia libertina di metà Seicento porta in scena un'arcadia traboccante di erotismo, i cui protagonisti si dedicano a piaceri proibitissimi dalla cultura controriformistica. Calisto è una casta ninfa di Diana, che scopre le gioie del sesso grazie a Giove, che la seduce prendendo le sembianze della dea cacciatrice, che per questo diviene oggetto della passione della ninfa. Diana a sua volta professa e impone alle sue seguaci la castità, là dove è la prima a razzolare male, seducendo Endimione. Condiscono e muovono il tutto Satirelli e ninfe perennemente “in fregola”.



Un momento dello spettacolo
© Marco Brescia & Rudy Amisano

La parte musicale poteva riservare le sorprese meno piacevoli, dati i precedenti monteverdiani. Christophe Rousset con grande intelligenza è partito dal presupposto che la sala del Piermarini non è il Teatro Sant'Apollinare di Venezia (dove La Calisto fu rappresentata la prima volta, e che contava poche centinaia di posti), e che quindi alla Scala sarebbe stato impensabile prevedere di usare i sei (sei!) strumenti documentati nell'organico del teatro veneziano. Da qui la decisione dei raddoppi, anzi, ben più che raddoppi: Rousset usa tanti strumenti per il continuo (tre chitarroni, chitarre, cembalo, arpa), e poi archi, in quantità congrue, insieme a strumenti a fiato (flauti e cornetti). La ricchezza dei mezzi non solo ha creato una base sonora adatta allo spazio, ma ha permesso al direttore di concertare e strumentare il continuo in base ai personaggi e alle situazioni, potendo ricorrere a una tavolozza timbrica capace già solo per questo di sostenere l'attenzione nelle oltre tre ore di spettacolo (e per un pubblico come quello della Scala che il Seicento a teatro lo ha visto pochissimo). Sotto la sua guida si sono esibiti membri del suo ensemble, Les Talens Lyriques, e dell'Orchestra del Teatro alla Scala su strumenti storici. Non è facile creare amalgami del genere, specie quando la recente compagine di casa negli ultimi tempi non ha avuto molte occasioni per crescere, e qualche difetto di intonazione resta. A ogni modo, la direzione di Rousset ha trovato tempi, colori e fraseggi perfetti.


Il cast ha messo insieme barocchisti di lunga data e recenti acquisizioni a questo repertorio, con alcune vere scoperte (o nuove scoperte) in entrambi i casi. Bisogna dire che la scrittura di Cavalli (e dell'opera seicentesca in generale) è tutto fuorché semplice per i cantanti, soprattutto a causa di tessiture spessissimo ingrate, che pongono a cimento anche gli interpreti più esperti, perché in queste opere bisogna non solo cantare bene, ma anche far capire bene il testo e recitare parecchio. Quando la musica è situata in una fascia scomoda, è particolarmente difficile riuscire a coniugare le tre esigenze. Per prima cosa, anche grazie alla concertazione di Rousset e alla scatola scenica in cui l'azione è inserita, le voci viaggiano tutte benissimo in sala, anche quelle più “barocche”. 


© Marco Brescia & Rudy Amisano
Un momento dello spettacolo
© Marco Brescia & Rudy Amisano

Tutti recitano con grande convinzione. Luca Tittoto ha voce potente e bel timbro scuro (Giove), perfetto come padre degli dei e irresistibile nei panni del dongiovanni boschereccio. Markus Werba (Mercurio) è uno dei felicissimi casi di interpreti a proprio agio in qualsiasi cosa affrontino: alla Scala ha cantato di tutto e bene, da Mozart a Wagner, a Korngold e a Strauss; alla lista si aggiunge adesso Cavalli, il che fa ben sperare per un ampliamento del suo repertorio all'opera barocca. Véronique Gens ha reso la parte di Giunone forse ancora più interessante di quanto l'autore non l'abbia creata: la cantante sa passare dall'olimpica maestà ai toni da operetta che il ruolo pure richiede, grazie a una perfetta modulazione della voce e alle raffinate capacità attoriali. Chiara Amarù (Linfea) è un altro dei felici casi di interpreti non specialisti (l'avevo ascoltata come ottima Preziosilla a Verona qualche anno fa) che sembra invece cantino solo opera del Seicento, tanto sono a proprio agio con la propria parte. Semplicemente splendido Christophe Dumaux (Endimione): la voce è ricca di armonici e omogenea nei registri, il fraseggio di grande eleganza e la recitazione spigliata anche in un ruolo amoroso, così diverso dagli innumerevoli Tolomei (Giulio Cesare di Handel, anche alla Scala nel 2019) in cui lo si era apprezzato finora. Bene poi Chen Reiss (Calisto) e Olga Bezsmertna (Diana). In entrambi i casi, però, le loro prove non lasciano propriamente il segno. La prima fa tutto bene: intonazione, fraseggio, recitazione, ma nella voce non emerge una personalità spiccata. Così anche la seconda che ha per di più una dizione poco chiara (e, in un'opera dove il testo è così importante, non è un dettaglio trascurabile). Molto bene pure il resto della compagnia, di cui piace menzionare Damiana Mizzi (Satirino) e Luigi De Donato (Silvano).


Come dicevo, il successo è stato grande: in teatro dopo la recita si diceva di oltre nove minuti di meritatissimi applausi. 



La Calisto

Cast & Credits

Trama




Spettacolo visto il 30 ottobre 2021 al Teatro alla Scala di Milano



Cast & credits

Titolo 
La Calisto
Origine 
Italia
Anno 
2021
Durata 
3 h e 7
Data rappresentazione 
30 ottobre 2021
Città rappresentazione 
Milano
Luogo rappresentazione 
Teatro alla Scala
Prima rappresentazione 
30 ottobre 2021
Libretto 
Giovanni Faustini
Regia 
David McVicar
Interpreti 
Chen Reiss (Calisto)
Olga Bezsmertna (Diana)
Luca Tittoto (Giove)
Véronique Gens (Giunone)
Christophe Dumaux (Endimione)
Luigi De Donato (Silvano)
Markus Werba (Mercurio)
Chiara Amarù (Linfea)
Federica Guida (Furia/Eternità)
Svetlina Stoyanova (Furia/Destino)
John Tessier (Pane/Natura)
Damiana Mizzi (Satirino)
Scenografia 
Charles Edwards
Costumi 
Doey Lüthi
Coreografia 
Jo Meredith
Luci 
Adam Silverman
Orchestra 
Orchestra del Teatro alla Scala su strumenti storici – Les Talens Lyriques
Direzione d'orchestra 
Christophe Rousset

Trama


Atto primo

Dopo aver abbattuto Fetonte che con il carro del Sole ha incendiato il mondo, Giove scende sulla terra con Mercurio per far tornare in vita la natura. I due s'imbattono in Calisto, ninfa devota a Diana, di cui Giove s'innamora perdutamente: di fronte alle sue lusinghe, Calisto si schermisce ritrosa, in quanto la sua devozione a Diana le impone la castità. Mercurio, una volta fuggita la ninfa, consiglia a Giove di tramutarsi in Diana per poter avvicinare la ragazza. L'inganno sortisce l'effetto: Giove si approccia a Calisto tramutato in Diana, e la ninfa si lascia si concede alla tanto amata dea. 
Nel frattempo, la vera Diana è impegnata a ripopolare le foreste ricresciute degli animali sfuggiti al grande incendio; la segue la fida ancella Linfea, e, da lontano, il pastore Endimione, di lei innamorato. Diana stessa ricambia i sentimenti del giovane, ma la sua proverbiale castità le impone di fuggire i vezzi dell'amore. Una volta allontanato il desolato Endimione, Diana e Linfea sono raggiunte da Calisto che, ancora ingannata, si rivolge alla divinità ricordandole i momenti di amore goduti poco prima. Diana, sdegnata, allontana dal suo corteggio la ninfa, lasciando Calisto sola a piangere.
Di Diana è innamorato anche Pan, che si strugge perché il suo amore non è ricambiato e teme di avere un rivale. Il seguito dei suoi satiri si offre di presidiare i boschi per scoprire se Diana ami effettivamente qualcuno.


Atto secondo

Sulla cima del monte Liceo, Diana ritrova Endimione, addormentato: al suo risveglio, la dea non resiste e gli confessa il suo amore. Il loro incontro è tuttavia spiato da uno dei satiri di Pan, che corre a riportare tutto al suo padrone. 
Nel frattempo, Giunone, moglie di Giove, scende sulla terra: sa che il marito, assente dall'Olimpo da lungo tempo, è impegnato in nuove conquiste, ed è in cerca di vendetta. Per puro caso la dea incontra Calisto, ancora disperata e, dapprima mossa a pietà, chiede alla ragazza qual è il motivo del suo pianto: dal suo racconto, Giunone capisce che Calisto è il nuovo bersaglio amoroso del marito infedele, tramutatosi in Diana per sedurla. 
L'arrivo di Mercurio e di Giove, ancora mutato in Diana, confermano il sospetto di Giunone: Calisto, dubbiosa ma ancora innamorata, cede alle lusinghe. Giove dà appuntamento alla ninfa alle fonti del fiume Ladone, e Calisto parte al luogo prefissato. Giunone si svela, e affronta Mercurio e Giove: quest'ultimo cerca di recitare anche con la moglie tradita la parte di Diana, causando lo sdegno di Giunone, che si allontana.
A complicare la vicenda giungono prima Endimione, che si mette ad amoreggiare con la finta Diana, e poi Pan col suo seguito: il dio dei boschi cattura il pastore, minacciando Diana di vendicarsi sul suo amante. Giove e Mercurio, invece che assistere il povero Endimione, fuggono, lasciando il pastore nelle grinfie del vendicativo Pan.

Atto terzo

Calisto arriva alla fonte del Ladone, in attesa dell'amata: ma invece di Diana arriva Giunone con un seguito di Furie, che tramutano la ragazza in orsa. Giunone parte nuovamente, raccomandando alle Furie di sorvegliare l'orsa, ma l'arrivo di Giove e Mercurio scaccia le divinità infernali: Giove, per ricompensare gli affanni della povera ninfa, promette a Calisto che, una volta morta, verrà premiata in cielo, a dispetto della rabbia di Giunone.
Nel frattempo, la vera Diana arriva e salva Endimione dalle grinfie di Pan, e scaccia il dio dei boschi con il suo seguito: allo scornato Pan non resta che vendicarsi rendendo pubblica la lussuria di Diana. 
L'opera si conclude nell'empireo, con la trasformazione di Calisto in una costellazione, l'Orsa maggiore.