La Scala di Bellini

di Vincenzo Borghetti

Data di pubblicazione su web 14/07/2018

Il pirata

Alla Scala si celebrano molti ritorni ultimamente. Tornano i Meistersinger, torna Giordano, torna Zandonai, torna Puccini, persino all'inaugurazione. E torna anche Bellini, il grande assente di sempre, che ricompare oggi dopo la Beatrice di Tenda del 2004. Avete letto bene: nel teatro milanese Vincenzo Bellini non metteva piede nientemeno che da quattordici anni. Vi torna in grande stile perché la scelta non è caduta su titoli più “tranquilli” o defilati come, che so, una Sonnambula, un Capuleti e Montecchi o una Zaira o un Adelson e Salvini, ma proprio su una di quelle sue opere più impervie e feticizzate: Il pirata. La Scala l'aveva riproposta nel 1958, con Maria Callas e poi l'opera non vi era più tornata. Sarebbe stata replicata col contagocce un po' su tutti i palcoscenici del mondo spesso per intercessione di grandi dive (Caballé, Fleming, Devia) o per la lungimiranza di qualche festival (a Martina Franca nel 1987).

Col risultato che più di altre opere Il pirata è stato conosciuto e fruito (quasi) esclusivamente attraverso i dischi, e così scolpito nella memoria dell'ascolto e giudicato quindi irripetibile. Sì, perché oggi il confronto con la registrazione vede per molti il live perdente, vittima del disagio che le imprevedibilità delle esecuzioni dal vivo causano nel moderno pubblico dei melomani sempre più assuefatto all'opera attraverso i media. Insomma, per tutta una serie di circostanze, mettere in scena Il pirata oggi è un bel rischio. Soprattutto alla Scala dove i loggionisti hanno l'orgoglio di averlo “inventato” loro, Bellini. Cosa che per certi versi è anche vera, visto che non solo l'opera vi debuttò trionfalmente nel 1827 e che vi ritornò con altrettante acclamazioni nel 1958; ma fu con quel debutto che Bellini divenne Bellini e fu con quelle riprese che lo ridiventò per i pubblici odierni. Però poi succede che questi pur comprensibili orgogli abbiano un rovescio della medaglia e che alla fine, per evitare problemi con le sue autoproclamate vestali, negli ultimi decenni Bellini sia stato allestito pochissimo in quel teatro che ne aveva per primo creato il mito.



Un momento dello spettacolo
© Marco Brescia & Rudy Amisano 

Non nego che nel Pirata le difficoltà ci siano, prime fra tutte quelle vocali. Il ruolo del protagonista, Gualtiero, è stato scritto per Giovanni Battista Rubini, tenore dalla vocalità unica di cui si fatica a trovare un corrispettivo. La primadonna non è da meno poiché, per rendere giustizia a Imogene (scritta per Henriette Méric-Lalande, altra star del tempo), bisogna saper coniugare canto di sbalzo, agilità, ampiezza di registri e legato espressivo. Tuttavia nulla è impossibile se si fanno le cose con intelligenza e con conoscenza della storia. Anche Bellini, come testimoniano i suoi autografi, adattava le parti vocali se gli interpreti cambiavano. Se Rubini o Méric-Lalande non erano disponibili, o chi per loro, l'importante era assicurare l'esito positivo dello spettacolo, non il “rispetto” di un testo, che per loro era comunque tutt'altro che immutabile. Quindi, bene ha fatto la Scala a riprendere l'opera e a farlo con alcuni tra i migliori interpreti disponibili per questo repertorio. 



Un momento dello spettacolo
© Marco Brescia & Rudy Amisano

Piero Pretti (Gualtiero) può non corrispondere all'immagine corrente dell'erede di Rubini che è legata per recente tradizione a tenori leggeri con grandissima facilità negli acuti e sopracuti. Ma è per l'appunto un'immagine corrente: la costruzione moderna di un tenore esemplato sul grande Rubini non è a questo riducibile come ci fanno capire i ruoli scritti per lui. Per stare accanto a un soprano importante come l'Imogene di cui si dirà tra poco, in una sala ampia come quella del Piermarini, è necessaria una voce di maggior corpo rispetto a quella dei tenori leggeri. Pretti ha questo tipo di voce, arricchita da un bel colore e da un fraseggio curato e consapevole. Riesce a dominare anche la tessitura scomodissima della parte e lo fa con eleganza. Sarebbe stato consigliabile evitare le sortite negli acuti impossibili di Rubini, che non hanno giovato a una prova comunque positiva nel suo complesso. 

Sonya Yoncheva (Imogene) corrisponde invece al tipo di soprano che la tradizione contemporanea ritiene adatto per Imogene e per molto Bellini. La voce è potente e insieme duttile, a suo agio nello sbalzo, nelle agilità e nel cantabile; la dizione è chiara. I registri sono omogenei e dominati con sicurezza. Ogni tanto gli acuti non sono fermissimi. Ma che importa? Quando si è capaci di entrare musicalmente nel personaggio e di fare di ogni frase un'emozione ogni altro commento è superfluo. Il rondò finale è stato un capolavoro di tecnica, espressione e scavo psicologico: così si canta e si sta in scena. Punto. 



Un momento dello spettacolo
© Marco Brescia & Rudy Amisano

Bene Nicola Alaimo (Ernesto). Non è stata una delle sue prove più memorabili. Stavolta il baritono ha cantato senza la varietà di accenti e la dedizione scenica cui ci aveva abituati (penso per esempio al suo splendido Guillaume Tell pesarese del 2015). Ciononostante è stato un interprete corretto, e mi sono sembrate pretestuose le contestazioni subite alla prima del 29 giugno. Molto bene poi i comprimari. Un gran lusso avere Marina De Liso come Adele. Delle vere sorprese il tenore Francesco Pittari (Itulbo) e il basso Riccardo Fassi (Goffredo), di cui immagino si sentirà parlare ancora in futuro. 

Il direttore Riccardo Frizza è stato uno degli altri bersagli del dissenso del pubblico alla prima. Confesso che anche in questo caso non ne ho capito le ragioni. Certo, nel primo atto la sua direzione è piuttosto prudente, preoccupata soprattutto di tenere sotto controllo la coordinazione tra buca e palco (che funziona sempre perfettamente), ma con il Finale primo comincia a prendere quota e offre splendidi colpi d'ala nel secondo atto che inizia e prosegue con colori orchestrali vellutati e fraseggi dettagliati senza mai perdere di vista la linea complessiva. Molto del grande successo della scena finale si deve alla sua capacità di raggiungerla come climax espressivo del dramma, sostenendo la protagonista senza la minima sbavatura. 



Un momento dello spettacolo
© Marco Brescia & Rudy Amisano

Ho lasciata per ultima la regia (Emilio Sagi). L'ho fatto perché solo alla fine dell'opera ci si accorge che ce ne fosse una. La scena è ben concepita e anche efficace al colpo d'occhio: un unico spazio delimitato da pareti e soffitti a specchio; il fondale ogni tanto mostra desolati paesaggi invernali (scene di Daniel Bianco). Il tutto valorizzato dalle belle luci di Albert Faura. Peccato che in questo spazio così ben illuminato ci sia solo il confuso e drammaturgicamente inerte andirivieni dei personaggi e del coro in costumi ottocenteschi (di Pepa Ojanguren). Nient'altro. Passano così due atti in cui la scena non aggiunge niente allo spettacolo. Sino al finale, quando Sagi si decide finalmente a fare qualcosa ricordandosi che compito del regista è occuparsi della drammaturgia. La pazzia di Imogene segna un'improvvisa svolta nel dramma con un gesto sorprendente: con grande impatto visivo e drammatico la protagonista strappa l'immenso drappo nero del fondo e con «scenica scienza» ci si avvolge, dando corpo non meno reale che simbolico alle «nubi che [le] aggravan la fronte». Peccato sia stato l'unico guizzo di una regia che ha rinunciato ad essere tale. 

Alla successiva recita del 9 luglio non ci sono state contestazioni per nessuno (mi chiedo se sarebbe successo lo stesso se fosse stato ancora presente il regista), ma un'autentica e protratta ovazione come se ne vedono poche alla Scala (e per Bellini, per giunta) è stata riservata, meritatissima, alla protagonista.



Il pirata

Cast & Credits

Trama




Un momento dello spettacolo visto il 29 giugno al Teatro alla Scala di Milano 

© Marco Brescia & Rudy Amisano

Cast & credits

Titolo 
Il pirata
Origine 
Italia
Anno 
2018
Durata 
3 h e 8
Data rappresentazione 
29 giugno 2018
Città rappresentazione 
Milano
Luogo rappresentazione 
Teatro alla Scala
Prima rappresentazione 
29 giugno 2018
Regia 
Emilio Sagi
Interpreti 
Sonya Yoncheva (Imogene)
Piero Pretti (Gualtiero)
Nicola Alaimo (Ernesto)
Francesco Pittari (Itulpo)
Riccardo Fassi (Goffredo)
Marina de Liso (Adele)
Produzione 
Teatro alla Scala in coproduzione con il Teatro Real di Madrid e la San Francisco Opera
Scenografia 
Daniel Bianco
Costumi 
Pepa Ojanguren
Luci 
Albert Faura
Orchestra 
Orchestra del Teatro alla Scala
Direzione d'orchestra 
Riccardo Frizza
Coro 
Coro del Teatro alla Scala

Trama

Atto primo

Spiaggia di mare in vicinanza di Caldora

Una tempesta di mare infuria presso la spiaggia di Caldora, in Sicilia, minacciando una nave che rischia di naufragare. I pescatori e le loro donne accorrono impauriti e pregano per i naviganti, incitati da un Solitario. Non appena la tempesta scema d’intensità, la nave si avvicina alla riva e i naufraghi riescono a sbarcare. Tra loro, sorretto dal compagno Itulbo, c’è Gualtiero, un tempo conte di Montalto, che è stato esiliato per motivi politici e che si è messo a capo dei pirati aragonesi per vendicare i torti subiti. Gualtiero riconosce nel Solitario il suo antico precettore Goffredo; a lui chiede notizia di Imogene, l’antica fidanzata che aveva dovuto abbandonare nelle mani del duca Ernesto, partigiano della fazione nemica. Malgrado la sua vita errabonda, Gualtiero pensa tuttora a lei e l’ama appassionatamente. Si annuncia intanto l’arrivo della signora di Caldora: questa altri non è se non Imogene, che è stata costretta nel frattempo a sposare Ernesto. La signora assicura il suo sostegno ai naufraghi e apprende da loro che i pirati sono stati vinti e il loro capo imprigionato o ucciso. Imogene confida alla sua damigella d’aver visto in sogno Gualtiero (che ama tuttora d’una passione invincibile), ferito mortalmente per mano del marito Ernesto. Un gemito giunge dall’abitazione del Solitario: è Gualtiero, che ha riconosciuto Imogene. Questa, appreso che lì è ricoverato un naufrago, dispone che gli si presti soccorso e rientra al castello.

Loggia nel castello di Caldora

I pirati, scampati al naufragio, bevono e fanno baldoria; Itulbo li invita a controllarsi, per non svelare la loro identità. Presso la duchessa giunge intanto Gualtiero; questi le palesa la sua disperazione per aver perduto tutto quanto gli era più caro. Imogene cerca di consolarlo, confidandogli di trovarsi nella stessa sventurata condizione. Gualtiero le svela allora la sua identità. Atterrita, Imogene lo informa d’esser moglie di Ernesto. Preso dal furore, Gualtiero le rinfaccia la mancata promessa. Quando le damigelle conducono alla presenza della madre il figlio di Ernesto, Gualtiero vorrebbe pugnalarlo; ma poi si arresta commosso al grido della donna e si allontana rapidamente. Si annuncia il ritorno del duca: Imogene si prepara ad accoglierlo.

Esterno del palazzo di Caldora

I soldati di Ernesto, che rientrano vittoriosi, festeggiano la sconfitta dei pirati. Il duca esulta anch’egli, ma sa che Gualtiero, il suo odiato nemico, è ancora vivo e libero. Giungono intanto i naufraghi, condotti da Itulbo che si presenta come il loro capo. Sospettoso, Ernesto ordina che siano trattenuti come prigionieri. Imogene tuttavia intercede per loro e ne ottiene la liberazione. Gualtiero le chiede di nascosto un appuntamento; all’esitazione della donna, il pirata avanza minaccioso verso Ernesto, trattenuto a stento dai suoi. Imogene sviene ed e condotta via dalle sue damigelle, Gualtiero è trascinato altrove da Itulbo e dal Solitario, Ernesto rimane con i suoi cavalieri, in preda a sempre più forti sospetti.

Atto secondo

Sala che mette alle stanze d’Imogene

Le damigelle chiedono notizie sullo stato della loro signora. Questa è in procinto di recarsi all’appuntamento segreto chiestole da Gualtiero; ma riceve la visita di Ernesto, che la rimprovera per la sua freddezza e l’accusa di nutrire un amore illecito. Imogene confessa di amare ancora Gualtiero, pur senza speranza. Un cavaliere consegna ad Ernesto un foglio che lo informa della presenza di Gualtiero al castello: il duca lascia la moglie, formulando propositi di vendetta.

Loggia nel castello di Caldora

È l’alba. Gualtiero, raggiunto da Imogene, le rivela che ha rinunciato a combattere, pur disponendo di due navi dei suoi seguaci, e chiede alla donna di prendere il mare con lui. Ernesto, giunto nel frattempo, si frappone tra i due e sfida Gualtiero, pregustando una vendetta lungamente attesa. I due si allontanano; Imogene, atterrita, sente a distanza il cozzare delle loro spade.

Atrio terreno nel castello

I soldati di Ernesto, i cavalieri e le damigelle lamentano la perdita del loro signore e giurano di vendicarlo. S’avanza Gualtiero: annuncia d’aver allontanato i suoi seguaci, depone la spada e si consegna nelle mani dei suoi nemici. In attesa del giudizio del consiglio, raccomanda Imogene alla sua damigella Adele. Giunge la duchessa, tenendo il figlio per mano: in preda al delirio, sostiene di vedere il cadavere del marito. Il consiglio pronuncia la condanna di Gualtiero; Imogene si allontana nella massima disperazione. I seguaci di Gualtiero fanno un’improvvisa irruzione e assalgono i cavalieri di Ernesto; mentre infuria il combattimento, Gualtiero si getta da un ponte. Imogene assiste impotente alla scena.