La danza del vespro
Se Verdi diceva che «inventare il Vero» è meglio di «copiare il Vero» (poiché, specificava, l'uno è «Pittura», con la “p” maiuscola, e l'altro solo «fotografia», con la “f” minuscola), bisognerà andar cauti nell'indignarsi davanti a una regia dei Vespri siciliani come quella di Stefan Herheim, nata qualche anno fa a Londra – uno spettacolo prontamente diffuso in dvd – e ora ripresa alla nuova Opera di Copenhagen: un edificio modernissimo specchiato nell'acqua che, a dieci anni dalla sua edificazione, ha quasi rivoluzionato il volto architettonico della città e impresso un rinnovato impulso alla sua vita musicale.
Visti fino a qualche tempo fa come un'ultima propaggine (la “prima” risale al 1855) del Verdi risorgimentale, Les vêpres siciliennes – a Copenhagen si è dato l'originale francese, non la versione italiana – sono infatti qualcosa di più complesso. Per la prima volta a tu per tu con una commissione parigina ex novo, Verdi non prese le misure con la consueta accortezza: ne scaturì un affascinante prodotto multiculturale, un po' irrisolto nella dialettica tra esigenze della committenza e personale linguaggio dell'autore, dove la griglia imposta dal genere Grand-opéra sembra un pedaggio, anziché un binario dove instradarsi in pieno convincimento, e la drammaturgia appare meno coesa rispetto a tanti lavori del Verdi cosiddetto minore. L'eloquenza patriottica e la retorica barricadiera dell'Attila o della Battaglia di Legnano cedono il passo alla dicotomia tra politica e sentimento, ben riassunta dal frastagliatissimo ruolo di Monforte, scisso tra cuore amoroso del padre e anima nera del potente: e la regia di Herheim appunto sulle ambiguità dei personaggi costruisce il suo percorso.

Un momento dello spettacolo © Miklos Szabo
Lo spettacolo inanella varie contraddizioni, speculari d'altronde alle incongruenze del libretto: non ultima quella di coreografare quasi ogni momento dell'azione, cassando però – unico colpo di forbice in un'edizione altrimenti integralissima – proprio quel lungo balletto posto al centro del terzo atto che è la più vistosa concessione fatta da Verdi alla grammatica del Grand-opéra. Le forzature sono comunque ammortizzate dalla qualità visiva apportata dai collaboratori del regista: André de Jong, autore delle coreografie, imprime plasticità e naturalezza a quella sorta di “raddoppio” danzato della vicenda che puntella l'impaginazione dello spettacolo, mentre la carta del teatro nel teatro (tutt'altro che inedita, da Ronconi in poi, per contrappuntare il Verdi patriottico) viene giocata da Phillip Fürhofer con una macchina scenica ingegnosa e che, tuttavia, non soffoca mai l'azione. Herheim fonde questi diversi contributi con gran senso del montaggio, ma le provocazioni non sempre colgono il segno: certi affondi fertilmente vaneggianti, ad esempio quell'Henri bambino che dovrebbe essere un raggio di luce, e appare invece come l'ennesimo messaggero di morte, sulla distanza regrediscono a mere “trovate”; e disturba l'antimusicalità di molte soluzioni (grida, risate, spari…), a cominciare dalla sinfonia “visualizzata” e ricostruita come un autentico flash-back, ma appunto per questo deconcentrante l'ascolto.

Un momento dello spettacolo © Miklos Szabo
A una regia di debordante personalità rispondeva una concertazione pallida. Paolo Carignani trae buon partito dall'eccellente qualità sonora (in termini di compattezza, e più ancora di luminosità) dell'orchestra dell'Opera Reale Danese, ma gli manca il senso – fondamentale nel Grand-opéra – dell'ampia campata narrativa, limitandosi a un'esposizione paratattica delle singole pagine che non rende giustizia alle qualità formali della partitura, ed evidenzia semmai certe sue debolezze in termini di tessuto connettivo. Asseconda però con diligenza i cantanti nel loro difficile compito, a cominciare da Anna Kasyan: una Hélène di emergenza – cantava a leggìo nella fossa orchestrale, mentre il soprano titolare mimava il ruolo in palcoscenico – e dunque assai cauta, che però lascia intuire buone potenzialità almeno nel versante lirico del personaggio (quello più spiccatamente drammatico necessiterebbe di un registro di petto assai più robusto).
In una parte di sterminata lunghezza – oltre che pericolosamente altalenante nella tessitura – come quello di Henri, David Pomeroy parte a sua volta con prudenza, quasi al ribasso: prende quota però di scena in scena, per approdare al giusto equilibrio tra la tenorilità “spinta” del terzo e quarto atto a quella tardobelcantistica dell'epilogo. Dario Solari è un Monfort generico nella nobiltà come nella protervia, ma che proprio in questa genericità riesce a far quadrare i conti tra tutte le anime del personaggio, con l'intermediazione di un organo vocale non memorabile, eppure sufficientemente espanso e timbrato per rendere giustizia al fatidico ideale di baritono verdiano. Tra le parti di fianco emerge la Ninetta di Elisabeth Halling (un mezzosoprano della compagnia stabile di Copenhagen che sarebbe interessante riascoltare in ruoli più importanti), mentre a dominare il palcoscenico è, come stabilito a tavolino, il Procida di Schrott.
L'alchimia instauratasi con il regista, oltre alle innate qualità sceniche fin troppo compiaciute, ma comunque indubbie, non possono però far dimenticare i limiti del cantante. E questo Procida di gran volume ma scarsa proiezione, tonante ma incapace di modulazioni, bassobaritonale non in virtù di una voce che copre il registro del basso e quello del baritono, ma per i limiti di un'organizzazione canora che non sa essere né l'una né l'altra cosa, sarà anche bello e marpione da vedersi. Ma non è un vero personaggio, almeno finché nel melodramma i personaggi si sostanzieranno nel canto.
Cast & credits
| Titolo
Les vêpres siciliennes |
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| Sotto titolo
Grand-opéra in cinque atti |
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| Anno
1855 |
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| Data rappresentazione
10/06/2015 |
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| Città rappresentazione
Copenaghen |
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| Luogo rappresentazione
Opera reale danese |
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| Prima rappresentazione
13/06/1855 |
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| Titolo testo d'origine
Les vêpres siciliennes |
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| Titolo originale
Les vêpres siciliennes |
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| Autori
Giuseppe Verdi |
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| Libretto
Eugène Scribe e Charles Duveyrier |
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| Regia
Stefan Herheim |
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| Interpreti
Dario Solari (Guy de Monfort) David Pomeroy (Henri) Anna Kasyan (Hélène) Erwin Schrott (Procida) Elisabeth Halling (Ninetta) Peter Lodahl (Danieli) Gregory Frank (Béthune) Per Hoyer (Vaudemont) Gert Henning-Jensen (Thibault) Palle Knudsen (Robert) Jens Christian Tvilum (Mainfroid) |
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| Produzione
Allestimento del Covent Garden di Londra |
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| Scenografia
Phillip Fürhofer |
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| Costumi
Gesine Völlm |
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| Coreografia
André de Jong |
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| Luci
Anders Poll |
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| Musiche
Giuseppe Verdi |
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| Direzione d'orchestra
Paolo Carignani |
Trama
ATTO I
In una piazza di Palermo Tebaldo, Roberto, Bethune, Vaudemont e altri soldati francesi festeggiano guardati con rancore dai siciliani.Arriva la duchessa Elena vestita a lutto per la morte del fratello giustiziato dai francesi; Roberto la oltraggia e la costringe a cantare.
Elena canta unaria che incita i siciliani alla rivolta e costoro sono già pronti alla sommossa, ma allarrivo del governatore Guido di Monforte la folla si disperde.
Elena è sorpresa di veder giungere lamato Arrigo che era stato arrestato per tradimento.
Arrigo, non riconoscendo il governatore, esprime il suo odio per Monforte che si palesa e offre ad Arrigo, ammirandone lardimento, di diventare ufficiale dellesercito francese e lo consiglia di star lontano da Elena. Il giovane rifiuta con sdegno.
ATTO II
Lesule Giovanni da Procida, appena sbarcato, viene raggiunto da Elena e Arrigo e li informa dei suoi piani di rivolta.Elena, colpita dalleroismo di Arrigo, ricambia il suo amore, ma prima dovrà essere vendicata la morte del fratello.
Avendo Arrigo rifiutato linvito di Monforte per il ballo a palazzo, vi viene trascinato con la forza.
Ha luogo una festa di fidanzamento: dodici future spose, tra le quali Ninetta, scendono dalla collina ballando la tarantella; alcuni francesi affascinati dalla loro bellezza e su suggerimento del facinoroso Procida le rapiscono.
La reazione dei siciliani è inconcludente.
Quando Procida vede unimbarcazione che reca al ballo dame e cavalieri decide di andarvi mascherato.
ATTO III
Nel palazzo Monforte legge la lettera di una donna siciliana che, costretta a diventare la sua amante, gli rivela di essere il padre di Arrigo; costui, convocato davanti al governatore, apprende di esserne il figlio e subito sconvolto fugge precipitosamente.Durante la festa due figure mascherate si avvicinano ad Arrigo:sono Elena e Procida che gli confidano che Monforte verrà ucciso.
Arrigo, mentre Elena si avventa con un pugnale sul governatore, gli fa scudo con il proprio corpo.
I cospiratori vengono messi in prigione; Arrigo, disperato si getta tra le braccia del padre.
ATTO IV
Arrigo si reca nelle prigioni dove Elena e gli insorti attendono lesecuzione e le rivela il motivo del suo gesto; a quel punto la giovane cambia atteggiamento e lo perdona confessandogli il suo amore. Anche Procida lo perdona.Subito entra Monforte che ordina la morte dei cospiratori; Arrigo lo supplica di non ucciderli. Il governatore dichiara che, se lo chiamerà “padre”, tutti saranno liberi.
Subito non cede, poi, quando vede Elena vicino al carnefice chiama padre Monforte che non solo concede la grazia, ma anche acconsente alle nozze di Arrigo ed Elena, ai vespri del giorno stesso.
ATTO V
Un gruppo di giovanette e cavalieri intonano canti festosi nella cappella dove si celebrerà il matrimonio.Elena riceve felice le amiche e si incontra con lamato.
Procida le si avvicina, la informa che durante la cerimonia il suono delle campane sarà il segnale di riscossa per i siciliani e resta sorpreso della perplessità della donna. Al ritorno di Arrigo Elena è combattuta dal dilemma: tradire i compatrioti o perdere Arrigo; con la scusa della morte del fratello gli comunica che non intende più sposarlo. Giunge Monforte che non intende ragioni e unisce in matrimonio i due giovani. Procida fa suonare le campane. Elena disperata incita Monforte alla fuga, ma da ogni parte accorrono, guidati da Procida, i siciliani che si avventano sul governatore e sui francesi.
FINALE ATTO V
Il finale dellatto V fu tagliato, soprattutto alcune parti che indicavano cosa sarebbe accaduto ai personaggi. Si coglie che Arrigo combatte a fianco del padre, Elena cerca di proteggere lamato mentre Procida incita il popolo alla rivolta.La furia dei siciliani si scatena su Monforte, Arrigo, Elena e sugli invitati alla festa.