Attila
Che Attila, dramma lirico in un prologo e tre atti su libretto di Temistocle Solera, (completato da Francesco Maria Piave) tratto da Attila re degli Unni di Zacharias Werner, musica di Giuseppe Verdi, sia un titolo non propriamente inserito nel repertorio più frequentato è cosa nota a tutti i melomani, sebbene se ne ricordino almeno due recentissime versioni allestite in area meridionale italiana, al San Carlo di Napoli e al Politeama Greco di Lecce.
Quanto sopra per spiegare l'interesse emerso in occasione della rappresentazione barese dello scorso 8 giugno, replicata il 10, nella inedita location dello Spazio 7 della Fiera del Levante, frutto di un accordo fra l'Ente Fiera e la Fondazione Petruzzelli e Teatri di Bari, di cui l'Attila verdiano costituisce una produzione diretta.

Prima della musica però, che in un'opera lirica in forma di concerto costituisce (quasi) la forma unica cui attingere per penetrare nei suoi meandri drammaturgici, è necessario testimoniare di un palpabile sentimento di scetticismo in merito all'acustica ottenibile in tale contesto, nel quadro di una dimensione totalmente priva di amplificazione e, quindi, di equalizzazione. La soluzione approvata dal sovrintendente Giandomenico Vaccari si è concretizzata nella costruzione di una efficiente "camera acustica" costituita da poderosi pannelli fonoassorbenti che sui tre lati del palcoscenico avvolgono gli spazi riservati a cantanti e strumentisti, nonché nella presenza di altri elementi concavi e convessi collocati alle spalle del folto pubblico. L'azione combinata di tali artefatti acustici rendeva il suono limpido e fruibile in ogni angolo della grande sala e per ogni suo componente, dalle singole sezioni orchestrali al grande coro, sino a ognuno dei sei cantanti solisti, pur collocati in secondo piano, fra l'orchestra in primo piano e la compagine corale.
Attila vide la sua "prima", forse non occasionalmente, proprio nella città che dai fatti ivi narrati trasse il suo mito fondativi: Venezia, teatro La Fenice, 17 marzo 1846. È opera, come è noto, appartenente al primo periodo della produzione verdiana, che affiancava all'attenzione per la vocalità e a una certa semplicità schematica dell'orchestrazione una crescente tensione drammatica, foriera di ulteriori, più pregnanti e famosi sviluppi. Nonostante la scarsa diffusione nei teatri contemporanei, Attila stupisce per una partitura francamente bella, a tratti degna del Verdi più "popolare" - penso al Rigoletto, ad esempio - in cui il ruolo del titolo, raro caso di basso come protagonista principale nel melodramma italiano, riesce, se correttamente interpretato, a entusiasmare la platea. Cosa puntualmente avvenuta a Bari, grazie alle indubbie doti vocali e interpretative - nonostante la forma non scenica, come si diceva - di Michele Pertusi, un Attila grintoso ma mai trasbordante, che suscita in verità più simpatia che repulsione, compreso nel suo ruolo fino a strappare l'applauso a fine di aria (una per tutte: Oltre quel limite) o di cabaletta, forma musicale, questa ultima, abbondantemente presente nell'opera.

Antagonista/amante, nonché ottimo contraltare drammaturgico-musicale del protagonista, è il personaggio femminile di Odabella, vergine di Aquileia, interpretata dal notevole soprano Andrea Gruber, a proprio agio nei difficoltosi funambolismi che la partitura talvolta riserva al suo ruolo, grazie a esperienza (ha già interpretato la parte, in passato), una voce ampia e ad un timbro deciso e passionale.
Gustavo Ariel Porta, tenore argentino molto limpido nell'esposizione, ha ben figurato nel personaggio complesso personaggio di Foresto, soprattutto nei duetti e nell'aria Infida! del terzo atto, che tiene fede al proprio incipit.
Precisi e compresi nel ruolo il baritono Giovanni Meoni (Ezio), il tenore Gianluca Flores (Uldino) e il secondo basso Pietro Naviglio nella breve ma interessante interpretazione di Leone.

Fondamentale, nell'economia di questa opera verdiana, è il coro, in questa rappresentazione barese quello residente diretto dal bravo Franco Sebastiani che ha perfettamente interpretato le intenzioni di semplicità ma anche di fascinosa suggestione melodica dell'autore. Quale direttore della Orchestra Sinfonica della Provincia di Bari è salito sul palco l'attento ed incisivo Renato Palumbo, attuale general musik director della prestigiosa Deutsche Oper di Berlino e ben noto in tutto il mondo. Palumbo ha tratto dalla ottima orchestra tutto il colore necessario a un melodramma come questo, esaltando sfumature che non ci si aspetterebbe da un'opera verdiana tutto sommato giovanile, quindi ancora non pienamente matura come quelle del successivo più noto trittico.
Nato sotto auspici non esaltanti - per la forma non scenica e per la location, come ho già riferito in precedenza - questo Attila della Fondazione Petruzzelli in forma di concerto ha sinceramente stupito i neofiti e interessato, per le indubbie qualità interpretative, i conoscitori di una partitura che andrebbe riscoperta e, magari, svecchiata da allestimenti iconograficamente troppo prevedibili (gli Unni, i Romani, elmi e spade, coppe avvelenate ecc.) attraverso la scossa di un regista coraggioso (penso ad esempio a Davide Livermore).
Quanto sopra per spiegare l'interesse emerso in occasione della rappresentazione barese dello scorso 8 giugno, replicata il 10, nella inedita location dello Spazio 7 della Fiera del Levante, frutto di un accordo fra l'Ente Fiera e la Fondazione Petruzzelli e Teatri di Bari, di cui l'Attila verdiano costituisce una produzione diretta.

Prima della musica però, che in un'opera lirica in forma di concerto costituisce (quasi) la forma unica cui attingere per penetrare nei suoi meandri drammaturgici, è necessario testimoniare di un palpabile sentimento di scetticismo in merito all'acustica ottenibile in tale contesto, nel quadro di una dimensione totalmente priva di amplificazione e, quindi, di equalizzazione. La soluzione approvata dal sovrintendente Giandomenico Vaccari si è concretizzata nella costruzione di una efficiente "camera acustica" costituita da poderosi pannelli fonoassorbenti che sui tre lati del palcoscenico avvolgono gli spazi riservati a cantanti e strumentisti, nonché nella presenza di altri elementi concavi e convessi collocati alle spalle del folto pubblico. L'azione combinata di tali artefatti acustici rendeva il suono limpido e fruibile in ogni angolo della grande sala e per ogni suo componente, dalle singole sezioni orchestrali al grande coro, sino a ognuno dei sei cantanti solisti, pur collocati in secondo piano, fra l'orchestra in primo piano e la compagine corale.
Attila vide la sua "prima", forse non occasionalmente, proprio nella città che dai fatti ivi narrati trasse il suo mito fondativi: Venezia, teatro La Fenice, 17 marzo 1846. È opera, come è noto, appartenente al primo periodo della produzione verdiana, che affiancava all'attenzione per la vocalità e a una certa semplicità schematica dell'orchestrazione una crescente tensione drammatica, foriera di ulteriori, più pregnanti e famosi sviluppi. Nonostante la scarsa diffusione nei teatri contemporanei, Attila stupisce per una partitura francamente bella, a tratti degna del Verdi più "popolare" - penso al Rigoletto, ad esempio - in cui il ruolo del titolo, raro caso di basso come protagonista principale nel melodramma italiano, riesce, se correttamente interpretato, a entusiasmare la platea. Cosa puntualmente avvenuta a Bari, grazie alle indubbie doti vocali e interpretative - nonostante la forma non scenica, come si diceva - di Michele Pertusi, un Attila grintoso ma mai trasbordante, che suscita in verità più simpatia che repulsione, compreso nel suo ruolo fino a strappare l'applauso a fine di aria (una per tutte: Oltre quel limite) o di cabaletta, forma musicale, questa ultima, abbondantemente presente nell'opera.

Antagonista/amante, nonché ottimo contraltare drammaturgico-musicale del protagonista, è il personaggio femminile di Odabella, vergine di Aquileia, interpretata dal notevole soprano Andrea Gruber, a proprio agio nei difficoltosi funambolismi che la partitura talvolta riserva al suo ruolo, grazie a esperienza (ha già interpretato la parte, in passato), una voce ampia e ad un timbro deciso e passionale.
Gustavo Ariel Porta, tenore argentino molto limpido nell'esposizione, ha ben figurato nel personaggio complesso personaggio di Foresto, soprattutto nei duetti e nell'aria Infida! del terzo atto, che tiene fede al proprio incipit.
Precisi e compresi nel ruolo il baritono Giovanni Meoni (Ezio), il tenore Gianluca Flores (Uldino) e il secondo basso Pietro Naviglio nella breve ma interessante interpretazione di Leone.

Fondamentale, nell'economia di questa opera verdiana, è il coro, in questa rappresentazione barese quello residente diretto dal bravo Franco Sebastiani che ha perfettamente interpretato le intenzioni di semplicità ma anche di fascinosa suggestione melodica dell'autore. Quale direttore della Orchestra Sinfonica della Provincia di Bari è salito sul palco l'attento ed incisivo Renato Palumbo, attuale general musik director della prestigiosa Deutsche Oper di Berlino e ben noto in tutto il mondo. Palumbo ha tratto dalla ottima orchestra tutto il colore necessario a un melodramma come questo, esaltando sfumature che non ci si aspetterebbe da un'opera verdiana tutto sommato giovanile, quindi ancora non pienamente matura come quelle del successivo più noto trittico.
Nato sotto auspici non esaltanti - per la forma non scenica e per la location, come ho già riferito in precedenza - questo Attila della Fondazione Petruzzelli in forma di concerto ha sinceramente stupito i neofiti e interessato, per le indubbie qualità interpretative, i conoscitori di una partitura che andrebbe riscoperta e, magari, svecchiata da allestimenti iconograficamente troppo prevedibili (gli Unni, i Romani, elmi e spade, coppe avvelenate ecc.) attraverso la scossa di un regista coraggioso (penso ad esempio a Davide Livermore).
Cast & credits
| Titolo
Attila di Giuseppe Verdi Fiera del Levante di Bari |
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| Data rappresentazione
8 giugno 2007 |
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| Città rappresentazione
Bari |
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| Luogo rappresentazione
Spazio 7 della Fiera del Levante |
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| Prima rappresentazione
Venezia, Teatro La Fenice, 17 marzo 1846 |
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| Evento
Esecuzione in forma di concerto |
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| Titolo testo d'origine
Attila re degli Unni |
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| Libretto
Temistocle Solera, Francesco Maria Piave |
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| Autori testo d'origine
Zacharias Werner |
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| Interpreti
Michele Pertusi (Attila) Andrea Gruber (Odabella) Gustavo Ariel Porta (Foresto) Giovanni Meoni (Ezio) Gianluca Flores (Uldino) Pietro Naviglio (Leone) |
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| Produzione
Fondazione Petruzzelli |
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| Musiche
Giuseppe Verdi |
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| Orchestra
Orchestra Sinfonica della Provincia di Bari |
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| Direzione d'orchestra
Renato Palumbo |
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| Coro
Coro Fondazione Lirico Sinfonica Petruzzelli e Teatri di Bari |
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| Maestro del coro
Franco Sebastiani |
Trama
Atto I
Metà del V secolo ad Aquileia. La città è stata semidistrutta dall'invasione degli Unni del feroce Attila. Uldino, un giovane bretone schiavo di Attila, presenta al vincitore un gruppo di vergine di Aquileia scampate al massacro: fra esse è Odabella, che ha visto morire il proprio padre e crede perduto anche l'uomo che amava, Foresto. Attila, colpito dalla fanciulla, se ne innamora e le fa dono della sua spada, ordinando che, assieme alle altre vergini, Odabella sia condotta al campo e faccia parte della sua corte. Odabella cinge la spada di Attila, fingendo di sottomettersi all'invasore, ma meditando la vendetta. Allontanate le donne, arriva Ezio, valoroso generale romano, che in odio al giovane imperatore Valentiniano viene a offrire ad Attila il suo aiuto per le future conquiste pur di avere in cambio l'Italia. Attila rifiuta sdegnosamente ogni compromesso: egli vuole conquistare Roma e le città italiche. Colpito, Ezio ribatte che se Attila non lo vuole alleato, lo avrà, come in passato, valoroso nemico sul campo di battaglia.
A Rio Alto, nelle lagune adriatiche. Gli Eremiti che vivono nelle capanne costruite su palafitte accolgono gioiosamente donne e uomini di Aquileia, che sarà presto ricostruita più forte e più bella sulle sue rovine. La nuova città sarà anzi edificata sulle palafitte su cui sorgono ora le misere capanne degli Eremiti.
Atto II
Presso il campo di Attila. E' notte: Odabella piange il padre e l'amato Foresto, quando sopraggiunge quest'ultimo, che è riuscito a raggiungerla sfidando mille pericoli. Il giovane, credendo che Odabella lo abbia tradito, investe aspramente la fanciulla ricordandole la patria distrutta, il padre ucciso, il loro antico amore. Odabella si difende disperatamente dalle accuse: ella sarà come Giuditta che salvò Israele uccidendo Oloferne. Per questo ha accettato di seguire Attila e ha cinto la sua spada: con questa spada ella vendicherà la patria, uccidendo l'invasore. Pentito, Foresto abbraccia Odabella, rinnovandole il suo amore.
La tenda di Attila. Il condottiero dorme, vegliato dallo schiavo Uldino. Improvvisamente Attila si sveglia, terrorizzato da un incubo: gli è apparso in sogno un vegliardo, che venendogli incontro gli vietava l`ingresso a Roma, terra dei Numi. Attila si riprende presto e ordina che squillino le trombe per muovere contro Roma. Le trombe hanno appena cominciato a squillare che si ode un coro mistico, che si fa sempre più vicino. Dalla collina avanza un lungo corteo di vergini e di fanciulli romani. Alla loro testa è Papa Leone: il vegliardo che Attila ha sognato gli ripete le fatali parole del sogno. Tutti restano sorpresi e smarriti, e più degli altri Attila che, sopraffatto da invincibile terrore, si prostra dinanzi a Leone, rinunciando alla conquista di Roma.
Atto III. Il campo di Ezio in prossimità di Roma. Il generale romano legge con ira una lettera dell`imperatore Valentiniano, che gli annuncia la tregua con gli Unni e gli ordina di ritornare a Roma. Giunge un ambasceria Unna a invitare Ezio al campo di Attila. Fra essi, travestito, è Foresto che, rimasto solo con Ezio, gli rivela che Attila sarà ucciso in quello stesso giorno: le schiere romane siano pronte ad un suo cenno. Quando vedranno un fuoco divampare dalla collina, si gettino sugli Unni che saranno in breve sconfitti.
Il campo di Attila. Nella notte rischiarata dalle torce Attila, con il suo seguito, riceve Ezio e lo invita a suggellare la tregua. Mentre le sacerdotesse intonano il loro canto, un vento improvviso spegne gran parte dei fuochi: Foresto avverte nascostamente Odabella che nella tazza che fra poco Attila porterà alle labbra Uldino ha versato un potente veleno. Proprio mentre Attila sta per bere, Odabella, che vuole il nemico ucciso di mano sua e non per il tradimento di uno dei suoi fidi, avverte il condottiero che nel calice vi è del veleno. Foresto si proclama colpevole e ha salva la vita solo perché Odabella lo chiede ad Attila in cambio della sua rivelazione. Mentre Attila annuncia per l`indomani le sue nozze con Odabella, ora ben degna di essere sua sposa, e il suo proponimento di riprendere la lotta contro Roma, Foresto crede a un atroce tradimento. Invano la fanciulla lo supplica di fuggire, assicurandolo che fra poco ella potrà avere intero il suo perdono.
Nel bosco che divide il campo di Attila da quello di Ezio. Foresto attende che Uldino gli rechi notizie delle nozze di Attila con Odabella. Uldino annuncia che il corteo sta accompagnando la sposa alla tenda del condottiero. Le schiere romane stanno in armi al di là del bosco, e Foresto invia Uldino a dar loro il segnale dell`attacco. Mentre il giovane impreca per il tradimento di Odabella, invano esortato alla calma da Ezio, giunge correndo Odabella, fuggita dal campo barbaro; la segue, fuori di sé, Attila, che viene investito da tre nemici: Odabella, Foresto, Ezio. Mentre si ode il clamore dell`assalto romano al campo di Attila, Foresto si slancia a trafiggere il barbaro, ma è prevenuto da Odabella che con la spada donatele dal condottiero compie finalmente la sua vendetta.
Metà del V secolo ad Aquileia. La città è stata semidistrutta dall'invasione degli Unni del feroce Attila. Uldino, un giovane bretone schiavo di Attila, presenta al vincitore un gruppo di vergine di Aquileia scampate al massacro: fra esse è Odabella, che ha visto morire il proprio padre e crede perduto anche l'uomo che amava, Foresto. Attila, colpito dalla fanciulla, se ne innamora e le fa dono della sua spada, ordinando che, assieme alle altre vergini, Odabella sia condotta al campo e faccia parte della sua corte. Odabella cinge la spada di Attila, fingendo di sottomettersi all'invasore, ma meditando la vendetta. Allontanate le donne, arriva Ezio, valoroso generale romano, che in odio al giovane imperatore Valentiniano viene a offrire ad Attila il suo aiuto per le future conquiste pur di avere in cambio l'Italia. Attila rifiuta sdegnosamente ogni compromesso: egli vuole conquistare Roma e le città italiche. Colpito, Ezio ribatte che se Attila non lo vuole alleato, lo avrà, come in passato, valoroso nemico sul campo di battaglia.
A Rio Alto, nelle lagune adriatiche. Gli Eremiti che vivono nelle capanne costruite su palafitte accolgono gioiosamente donne e uomini di Aquileia, che sarà presto ricostruita più forte e più bella sulle sue rovine. La nuova città sarà anzi edificata sulle palafitte su cui sorgono ora le misere capanne degli Eremiti.
Atto II
Presso il campo di Attila. E' notte: Odabella piange il padre e l'amato Foresto, quando sopraggiunge quest'ultimo, che è riuscito a raggiungerla sfidando mille pericoli. Il giovane, credendo che Odabella lo abbia tradito, investe aspramente la fanciulla ricordandole la patria distrutta, il padre ucciso, il loro antico amore. Odabella si difende disperatamente dalle accuse: ella sarà come Giuditta che salvò Israele uccidendo Oloferne. Per questo ha accettato di seguire Attila e ha cinto la sua spada: con questa spada ella vendicherà la patria, uccidendo l'invasore. Pentito, Foresto abbraccia Odabella, rinnovandole il suo amore.
La tenda di Attila. Il condottiero dorme, vegliato dallo schiavo Uldino. Improvvisamente Attila si sveglia, terrorizzato da un incubo: gli è apparso in sogno un vegliardo, che venendogli incontro gli vietava l`ingresso a Roma, terra dei Numi. Attila si riprende presto e ordina che squillino le trombe per muovere contro Roma. Le trombe hanno appena cominciato a squillare che si ode un coro mistico, che si fa sempre più vicino. Dalla collina avanza un lungo corteo di vergini e di fanciulli romani. Alla loro testa è Papa Leone: il vegliardo che Attila ha sognato gli ripete le fatali parole del sogno. Tutti restano sorpresi e smarriti, e più degli altri Attila che, sopraffatto da invincibile terrore, si prostra dinanzi a Leone, rinunciando alla conquista di Roma.
Atto III. Il campo di Ezio in prossimità di Roma. Il generale romano legge con ira una lettera dell`imperatore Valentiniano, che gli annuncia la tregua con gli Unni e gli ordina di ritornare a Roma. Giunge un ambasceria Unna a invitare Ezio al campo di Attila. Fra essi, travestito, è Foresto che, rimasto solo con Ezio, gli rivela che Attila sarà ucciso in quello stesso giorno: le schiere romane siano pronte ad un suo cenno. Quando vedranno un fuoco divampare dalla collina, si gettino sugli Unni che saranno in breve sconfitti.
Il campo di Attila. Nella notte rischiarata dalle torce Attila, con il suo seguito, riceve Ezio e lo invita a suggellare la tregua. Mentre le sacerdotesse intonano il loro canto, un vento improvviso spegne gran parte dei fuochi: Foresto avverte nascostamente Odabella che nella tazza che fra poco Attila porterà alle labbra Uldino ha versato un potente veleno. Proprio mentre Attila sta per bere, Odabella, che vuole il nemico ucciso di mano sua e non per il tradimento di uno dei suoi fidi, avverte il condottiero che nel calice vi è del veleno. Foresto si proclama colpevole e ha salva la vita solo perché Odabella lo chiede ad Attila in cambio della sua rivelazione. Mentre Attila annuncia per l`indomani le sue nozze con Odabella, ora ben degna di essere sua sposa, e il suo proponimento di riprendere la lotta contro Roma, Foresto crede a un atroce tradimento. Invano la fanciulla lo supplica di fuggire, assicurandolo che fra poco ella potrà avere intero il suo perdono.
Nel bosco che divide il campo di Attila da quello di Ezio. Foresto attende che Uldino gli rechi notizie delle nozze di Attila con Odabella. Uldino annuncia che il corteo sta accompagnando la sposa alla tenda del condottiero. Le schiere romane stanno in armi al di là del bosco, e Foresto invia Uldino a dar loro il segnale dell`attacco. Mentre il giovane impreca per il tradimento di Odabella, invano esortato alla calma da Ezio, giunge correndo Odabella, fuggita dal campo barbaro; la segue, fuori di sé, Attila, che viene investito da tre nemici: Odabella, Foresto, Ezio. Mentre si ode il clamore dell`assalto romano al campo di Attila, Foresto si slancia a trafiggere il barbaro, ma è prevenuto da Odabella che con la spada donatele dal condottiero compie finalmente la sua vendetta.