Le soggettive lancette dell'orologio donizettiano

di Paolo Patrizi

Data di pubblicazione su web 03/04/2007

Anna Bolena

Quando uno spettacolo schiera un plotone di nomi autorevoli o autorevolissimi, e quando quello stesso spettacolo ottiene il plauso pressoché incondizionato della critica e del pubblico, si è sempre in imbarazzo nell'esprimere la propria perplessità. Ci aiutano a uscire senza remore allo scoperto certe considerazioni, in un'intervista pubblicata sul programma di sala, di Graham Vick: sulla carta, uno dei due grandi motivi d'interesse – l'altro, ovviamente, è il debutto di Mariella Devia nella parte della protagonista – di quest'Anna Bolena.

Il regista inglese sostiene d'essersi basato, nella propria chiave di lettura, su una “certa elegante freddezza”, tanto più che personalmente considera “la storica registrazione scaligera con la Callas, la Simionato e Gavazzeni (il disco live dell'edizione milanese del 1957, che fece riscoprire questo capolavoro dimenticato dando il via, con il senno di poi, alla cosiddetta Donizetti renaissance: n.d.r.) invecchiata e infedele: è troppo pesante, manca quel certo distacco (...) che voglio perseguire nel mio spettacolo”.

Certo: dispiace veder fare piazza pulita d'una serata fondamentale nella storia dell'interpretazione operistica del ventesimo secolo; e dispiace, altresì, veder accomunato in quell'“invecchiata e infedele” anche la regia di Luchino Visconti, che – non dimentichiamolo – aveva sposato in pieno il taglio musicale impresso da Gavazzeni. Tuttavia l'assunto non potrebbe essere più chiaro e Vick, nel suo spettacolo, lo porta avanti con coerenza, perfettamente assecondato dalla Devia e da Lü Jia: una protagonista e un direttore inclini, a loro volta, più a una fulgida asepsi che a quella mancanza di distacco che il regista rimprovera all'Anna Bolena del '57. Dunque, il recensore non dovrà preoccuparsi troppo se non riesce a unirsi al coro degli entusiasti: semplicemente, il suo orologio è rimasto fermo alla Callas, a Gavazzeni, a Visconti. Male da poco, ce ne sono di peggiori.

Anna Bolena. Atto I
Anna Bolena. Atto I



Per il resto, è noto come Vick abbia un senso del teatro che, soprattutto in certe sue regie “povere”, gli consente di far recitare anche gli oggetti. Proprio gli oggetti, però, qui l'hanno indotto a qualche didascalismo simbolico piuttosto pleonastico: il trono e il letto – il potere e il mezzo per conquistarlo – che campeggiano durante la sinfonia; oppure la corona spinata che cala dall'alto, quando la protagonista amaramente commenta “un serto io volli, e un serto ebb'io di spine”. Anche la parata, sempre nel corso dell'ouverture, delle sei mogli di Enrico VIII (Bolena, per l'esattezza storica, fu solo la seconda), appare incongrua nel suo sapore d'isterico defilé. Un notevole momento di teatro è invece la scena conclusiva della protagonista, ormai folle, avviata al patibolo, che Vick risolve con intensa sobrietà di mezzi. Peccato solo che ci voglia mostrare, da dietro una vetrata, il re con la sua terza sposa, laddove è proprio la loro assenza – Donizetti eloquentemente affida alle sole campane l'immagine del nuovo matrimonio – a rendere ancor più devastante il delirio della moglie ripudiata e condannata a morte: ed è l'unica nota stonata di una realizzazione altrimenti intonatissima.

Lü Jia è una di quelle bacchette che sanno unire precisione ritmica e cantabilità orchestrale, ma il suo Donizetti è apparso tanto centellinato – nei tempi e nelle sonorità – quanto, tutto sommato, poco approfondito. Qual è la difficoltà che pone Anna Bolena a un direttore? Essere incanalata su un doppio binario: equilibri architettonici e frantumazioni delle articolazioni interne, calibrature rossiniane e sollecitazioni romantiche non più procrastinabili dopo Il pirata (che precede la Bolena di tre anni). Il maestro cinese si è fermato alla prima parte dell'edificio, al Donizetti che si volta indietro piuttosto che a quello proiettato in avanti; senza contare che certi stacchi molto lenti hanno dato l'impressione, a più riprese, di mettere a disagio i cantanti.

Mariella Devia è la belcantista impeccabile che tutti conoscono, con la classe di sempre e la voce di oggi: quella che è lecito aspettarsi da un soprano con circa sette lustri di carriera. Che poi sappia dare vita a un vero personaggio, è sempre stato oggetto di discussione; e tanto più se ne può dubitare in un ruolo come Anna Bolena (dove la parola scenica e l'arte del recitativo hanno la stessa importanza dell'involo melodico) e in questa fase della carriera (dove la consapevolezza di manovrare uno strumento non più flessibilissimo rischia di bloccare ulteriormente un'interprete già molto controllata). Dunque una prova su cui sono possibili valutazioni antitetiche, a seconda che lo spettatore sia più affascinato dalla perfezione della vocalista o più deluso dalla sua rigidezza espressiva. Al di là dei gusti, restano tre dati concreti: l'intelligenza delle variazioni (parche e non banali), una certa nebulosità della dizione e il successo – trionfale – che ha coronato la sua performance.

Più fresca e compenetrata la prova del mezzosoprano Laura Polverelli: morbida e luminosa nel registro acuto come nei centri, meno timbrata nel grave (ma il ruolo di Giovanna Seymour non richiede grandi affondi in tal senso), e molto duttile nel prestarsi al disegno registico di Vick, che imprime al personaggio connotati di torbida sensualità. Francesco Meli è, tra i tenori dell'ultima generazione, uno dei più dotati: colore molto bello, dizione perfetta, un porgere naturalmente aristocratico. L'appuntamento con il registro sopracuto – non marginale, nel ruolo di Percy – lo trova invece annaspante e al limite dello scrocco, e provvidenzialmente, in un'edizione altrimenti integrale, gli unici tagli sono stati i “da capo” dei suoi due momenti solistici. Che sia il caso, pensando anche al suo ottimo Don Ottavio nel recente Don Giovanni scaligero, di orientarsi verso un altro repertorio?

Senza essere un autentico contralto, Elena Belfiore conferisce buon canto e verosimiglianza fisica al ruolo en travesti del paggio Smeton, mentre resta un senso di disagio nell'ascoltare le condizioni vocali di Michele Pertusi, un Enrico VIII molto opaco anche sotto il profilo scenico: una serata forse eccezionalmente infelice, ma certo da dimenticare.


Anna Bolena

Cast & Credits

Trama


Michele Petrusi-Enrico VIII
Michele Pertusi-Enrico VIII



Teatro Filarmonico di Verona

Cast & credits

Titolo 
Anna Bolena
Sotto titolo 
Tragedia lirica in due atti
Data rappresentazione 
27 marzo 2007
Città rappresentazione 
Verona
Luogo rappresentazione 
Teatro Filarmonico
Prima rappresentazione 
Milano, Teatro Carcano, 26 dicembre 1830
Autori 
Gaetano Donizetti
Libretto 
Felice Romani
Regia 
Graham Vick
Interpreti 
Mariella Devia (Anna Bolena)
Laura Polverelli (Giovanna Seymour)
Francesco Meli (Lord Riccardo Percy)
Elena Belfiore (Smenton)
Cristiano Olivieri (Sir Hervey)
Alberto Rota (Lord Rocheford -1, 4/04)
Marco Spotti (Lord Rocheford -24, 27, 29/03)
Michele Pertusi (Enrico VIII)
Scenografia 
Paul Brown
Costumi 
Paul Brown
Luci 
Giuseppe Di Iorio (Lighting Designer)
Musiche 
Gaetano Donizetti
Orchestra 
Orchestra dell'Arena di Verona
Direzione d'orchestra 
Lü Jia
Coro 
Coro dell'Arena di Verona
Maestro del coro 
Marco Faelli
Note 
Nuovo allestimento della Fondazione Arena di Verona
Direttore allestimenti scenici: Giuseppe De Filippi Venezia

Trama

Atto primo. Castello di Windsor, 1536. Enrico VIII è ormai stanco di Anna Bolena, la sua seconda moglie, e vorrebbe liberarsene con un pretesto per poter sposare Giovanna di Seymour. Anna, ancora ignara del suo destino, avverte attorno a sé silenzio e imbarazzo e cerca conforto proprio in Giovanna, che a sua volta, intuendo i disegni del re, è assalita dal rimorso e teme per la regina. Una canzone intonata da Smeton, paggio e musico della regina e di lei innamorato, commuove Anna che ripensa con nostalgia a Lord Riccardo Percy, il suo primo amore (“Come, innocente giovane”). Intanto Giovanna si incontra con re Enrico, dal quale apprende che egli desidera farla sua sposa e regina. Ai dinieghi e al crescente turbamento di Giovanna, il re replica rivelando di essere a conoscenza di un amore giovanile di Anna. Giovanna si augura che ciò non sia preludio a qualche tragico evento. Nel parco del castello, Rochefort, fratello di Anna, si è nel frattempo imbattuto proprio in Percy, graziato dal re e appena ritornato dall’esilio. Il giovane, che non ha mai dimenticato Anna, è tornato solo per rivederla. Sopraggiunge il re con Anna. Percy apprende così di essere stato graziato per intercessione della stessa regina. La reazione dei due antichi amanti, che nel rivedersi restano turbati, suscita il crudele divertimento del re, che finge grande benevolenza sperando in un pretesto per sbarazzarsi di Anna. Intanto, nell’appartamento di Anna, Smeton contempla con amore un ritratto della regina, che ha segretamente sottratto e che ora sta per riporre (“Ah, parea che per incanto”): al sopraggiungere di questa e di Rochefort si nasconde. Dopo un colloquio con il fratello, Anna rimane sola e si pente di avere ceduto al desiderio di rivedere il suo antico amore. Sopraggiunge Percy che, intuendo l’infelicità di Anna e l’odio di Enrico per lei, le chiede apertamente di cedere ai sentimenti di un tempo. Quando Anna rifiuta e lo supplica di partire, Percy, disperato, sguaina la spada per uccidersi. Smeton, che ha assistito al segreto colloquio e che crede minacciata la regina, interviene. Sopraggiunge il re, che davanti ai cortigiani e alle dame accusa Anna di adulterio; nell’ansia di scagionare la regina, Smeton ne lascia cadere il ritratto. Di fronte a una prova che a tutti appare inconfutabile, Enrico ordina l’arresto di Anna, Percy, Rochefort e Smeton.

Atto secondo. Mentre in carcere Anna affronta il dolore dell’ingiustizia subita, Seymour è in preda all’angoscia e al rimorso. Si incontra in segreto con la regina per consolarla e tentare di salvarla: se ammetterà il tradimento sarà graziata. Di fronte allo sdegnato rifiuto della regina, Giovanna rivela incautamente che il re ama un’altra donna. Anna si adira e Giovanna si smarrisce sempre più fino a svelare tra le lacrime di essere la nuova favorita del re. Commossa da tanto strazio, la regina perdona e consola la rivale (“Va’, infelice e teco reca”). Intanto, convinto di salvare così la vita di Anna, il giovane Smeton si accusa di esserne stato l’amante offrendo finalmente a Enrico il pretesto per una condanna. In un drammatico confronto, Percy rivela al re che Anna è stata sua sposa e reclama i suoi diritti, ricusando qualsiasi pretesa accusa di tradimento da parte del re. Enrico comprende che Percy tenta di far cadere così l’accusa di adulterio nei confronti di Anna e affida il loro giudizio al Consiglio dei Pari. Mentre si attende il verdetto, Giovanna incontra il re e lo scongiura di graziare Anna poiché il rimorso la spingerebbe a lasciarlo, nonostante lo ami (“Per questa fiamma indomita”); Enrico, tuttavia, appreso che il Consiglio dei Pari ha ratificato la condanna di Anna, non si pronuncia e congeda Giovanna. Intanto nelle prigioni della Torre di Londra, Hervey, ufficiale del re, comunica a Percy e a Rochefort che Enrico intende graziarli ma che persegue nel proposito di riservare la pena capitale alla regina. Indignati, i due nobili scelgono entrambi di seguire Anna al supplizio (“Vivi, tu, te ne scongiuro”). Mentre si odono i cannoni che festeggiano le nozze tra Enrico e Giovanna di Seymour, Anna alterna momenti di lucidità e di delirio (“Al dolce guidami castel natio”); rivive il matrimonio con il re, l’amore giovanile per Percy e si strugge per la morte degli innocenti. Poi, invocando sulla coppia regale il perdono divino, muore (“Coppia iniqua, l’estrema vendetta”).