Lo sperimentalismo della tradizione

di Paolo Patrizi

Data di pubblicazione su web 23/12/2005

Elegy for young lovers
Tentativo tra i più eloquenti da parte del genere operistico di rinnovarsi sul piano dei soggetti, ma conservando orgogliosamente intatta la propria fisionomia - per l'appunto - di "genere", Elegy for Young Lovers vive senza dissociazioni la propria natura in bilico tra sperimentalismi drammaturgici e meccanismi rappresentativi d'antico conio. Figlia di un'epoca (1961) in cui il teatro musicale ha perso la fiducia nell'illustrare dei personaggi, preferendo mettere in scena più che altro se stesso, Elegy è un'eccellente difesa del melodramma inteso come racconto: un manifesto non programmatico, e dunque tanto più efficace, dei doveri narrativi della musica. Se da un compositore come Henze, fedele più alla musa dell'implicito che a quella dell'esplicito, è possibile trarre una direttiva estetica, essa in fondo è questa: il linguaggio musicale non è un dato astratto, ma un mezzo per approdare all'immagine - visiva e sonora - della vicenda che si va a mettere in scena.


Isolde Siebert e Davide Damiani
Isolde Siebert e Davide Damiani


Cosa dunque ci racconta l'elegia di questi giovani amanti, o meglio cosa fa la musica di Henze per raccontarcela? Qualcosa che con l'amore - nonché con il carattere tenero e misurato del genere elegiaco - ha poco a che fare: l'egoismo dell'artista, l'opera d'arte come vampirizzazione del prossimo, fino, se necessario, al suo annientamento. Non sappiamo nulla dei precedenti letterari di Gregor Mittenhofer, ma sappiamo per certo che si tratta di un genio, che il suo prossimo testo poetico sarà il suo capolavoro definitivo e che la devotissima corte che lo circonda ("i servi del Servo della Musa") pende dalle sue labbra, seguendolo nell'albergo alpino che da anni è il suo buen retiro. Disprezza i propri contemporanei a cominciare da George e Hofmannsthal, anche se del primo sembra condividere la missione del poeta-sacerdote e, del secondo, conserva una visione della cultura rigorosamente aristocratica. Detesta i critici, dicendo che "le loro lodi sono peggio delle loro stroncature" (c'è da dargli ragione, qualche volta).

Schiavizza la matura segretaria innamorata di lui, si gode un'amante giovane e si fa prescrivere dal fido dottore farmaci che lo rendano - sta per compiere sessant'anni - all'altezza della situazione come ai bei tempi. All'improvviso il meccanismo s'incrina: la ragazza s'innamora del figlio del dottore, mentre la mentecatta cui Mittenhofer "rubava" le visioni, annotandole e riproponendole nelle sue poesie, cessa il proprio quarantennale delirio, lasciandolo a corto d'ispirazione. Sembrerebbe l'inizio della fine, ma se il duello contro il tempo lascia tutti sconfitti a soccombere fisicamente saranno solo i due giovani: rendendo anche il delitto una forma d'arte, Mittenhofer prima li manda a morire sulla montagna, facendo in modo che non siano avvisati dell'arrivo di una tormenta, poi sul loro infausto caso compone la sua elegia-capolavoro. Anche se, quando va a leggerla, tutto si riduce a un vocalizzo: come se la musica sia l'unica voce per ciò che non si può esprimere a parole.

Scandagliatissimo soprattutto nelle psicologie femminili e molto ricco di spunti collaterali (il più incisivo è la dicotomia tra il tempo che scorre - il rintocco dell'orologio avrà il suo peso nella partitura - e il tempo che si è fermato, simbolizzato dal ghiacciaio e riassunto dalla follia della donna che da quarant'anni aspetta il ritorno del marito, morto nel primo giorno di nozze) il libretto di Auden e Kallman può contare su un'autonomia formale che travalica abbondantemente il dato musicale, ma Henze lo recepisce in perfetta osmosi tra musica e testo poetico: precise corrispondenze tra personaggi e strumenti (Mittenhofer è legato agli ottoni, i giovani amanti agli archi...); centralità espressiva della dimensione vocale; incisi strumentali sapientemente aforistici. Lothar Koenigs, alla guida di un'Orchestra Filarmonica Marchigiana forse mai così concentrata, offre una lettura non neutrale: privilegiando quanto di scheggiato, scabro e angoloso c'è nella partitura e minimizzandone le rarefazioni, le trasparenze, le pulviscolarità. Ed è sintomatica in tal senso la scelta - avallata da Henze e ufficializzata da una revisione di una ventina d'anni fa - di sopprimere il duetto tra i due giovani, ovvero il momento più lirico dell'opera.


John Bellemer, Ruth Rosique e Davide Damiani
John Bellemer, Ruth Rosique e Davide Damiani

Regista estetizzante, Pier Luigi Pizzi non pare qui l'uomo giusto al posto giusto: se a Henze fu rimproverato di aver composto un lavoro che stimolava più i nervi che il cuore, Pizzi sembra sollecitare soprattutto l'occhio. Resa lode alla chiarezza elegante del Pizzi scenografo, non convincono né la decisione di accorpare i tre atti senza intervallo, che vanifica in parte proprio l'ampio respiro operistico del lavoro, né alcune soluzioni tutto sommato abusate, dall'impiego di mimi alla tempesta di neve evocata, strehlerianamente, dalla semplice agitazione di un telo bianco; e la scelta di fare anche di Mittenhofer uno sconfitto (nel finale lo vediamo trascinarsi svuotato di energie, a testa china) lascia il sospetto di una forzatura. Molto riusciti invece taluni incisi ironici, come la folle in attesa del marito prima agghindata da sposa in bianco e poi, preso atto della realtà, trasformata in una vedova allegra sgonnellante in veletta nera.

Ai cantanti, chiamati a trascolorare dal canto spiegato al declamato al parlato, l'opera richiede ovviamente una precisione ritmica tutta novecentesca, ma anche di essere delle autentiche voci. Il cast femminile (Ruth Rosique è la ragazza, l'intensissima Elizabeth Laurence incarna la segretaria masochista, Isolde Siebert è la pazza insignita della sua brava aria di follia, con tanto di coloratura) risponde a entrambi i desiderata. Quello maschile offre, più che altro, dei buoni interpreti, ma pur con mezzi vocali non memorabili almeno il baritono Davide Damiani merita un plauso incondizionato per come tratteggia il suo Mittenhofer narcisistico e glaciale.

Elegy for young lovers

Cast & Credits

Trama

 


Teatro delle Muse


 
Elegy for young lovers


 

Foto: Sandro D'Ascanio


Cast & credits

Titolo 
Elegy for young lovers
Sotto titolo 
opera in tre atti di Hans Werner Henze
Data rappresentazione 
11/12/2005
Città rappresentazione 
Ancona
Luogo rappresentazione 
Teatro delle Muse
Prima rappresentazione 
Glyndebourne Festival, 13 luglio 1961
Libretto 
Wystan H. Auden e Chester Kallmann
Regia 
Pier Luigi Pizzi
Interpreti 
Davide Damiani (Gregor Mittenhofer)
Roberto Abbondanza (Dr. Wilhelm Reischmann)
Ruth Rosique (Elisabeth Zimmer)
Elizabeth Laurence (Carolina Gräfin von Kirchstetten)
Isolde Siebert (Hilda Mack)
Matteo Carlomagno (Josef Mauer)
John Bellemer (Toni Reischmann)
Produzione 
Coproduzione Fondazione Teatro delle Muse di Ancona e Fondazione Teatro di San Carlo di Napoli
Scenografia 
Pier Luigi Pizzi
Costumi 
Pier Luigi Pizzi
Luci 
Vincenzo Raponi
Musiche 
Hans Werner Henze
Orchestra 
Orchestra Filarmonica Marchigiana
Direzione d'orchestra 
Lothar Koenigs

Trama

L’azione si svolge in un albergo delle Alpi austriache dove un poeta, Gregor Mittenhofer, si è trasferito perascoltare e tradurre in poesia le visioni di una donna di mezz’età, Hilda Mack che, resa folle dal dolore, da quarant’anni attende in albergo lo sposo partito da lì per conquistare la vetta dell’Hammerhorn. Intorno al poeta gravita una corte composta dalla sua patronessa e segretaria tuttofare, contessa Carolina che lo mantiene, la giovane amante Elisabeth e il medico personale Reischmann. Dopo l’arrivo del figlio del medico, Toni, venuto per trovare il padre, una guida alpina, Josef Mauer, annuncia che è stato trovato un corpo, probabilmente quello del marito di Hilda. Mentre Elisabeth cerca di spiegare a Hilda, che nel frattempo ha avuto una delle sue visioni, l’avvenimento Toni, affascinato dalla dolcezza della ragazza, si accorge di essere innamorato di Elisabeth.

La passione nasce tra i due giovani e sconvolge tutti i rapporti tra i protagonisti. Mittenhofer che ha intuito la relazione cerca di prevenirla con una sorta di autocritica, giustificando i suoi errori con l’imperativo dell’affermazione della creatività su tutto. Ma Toni, superando le indecisioni di Elisabeth, prende l’iniziativa e confessa tutto al poeta. Mittenhofer mantiene l’autocontrollo e addirittura chiede al padre di Toni, fino ad allora contrario all’unione, di benedire la coppia. Mentre ognuno riflette su se stesso e sull’accaduto, Mittenhofer si applica alla scrittura del suo nuovo poema I Giovani Amanti; per portarlo a termine però ha bisogno di una nuova visione che solo un fiore raccolto sull’Hammerhorn può fornirgli. I due giovani decidono di andare sulla montagna per cercare il fiore e portarglielo in dono. Passa del tempo e Mauer, la guida alpina, viene a chiedere se qualcuno si è avventurato sulla montagna perché nel frattempo si è scatenata una tempesta. Mittenhofer, mentendo, assicura che nessuno è uscito e Carolina non ha il coraggio di smentirlo. Il destino dei due giovani, che muoiono dispersi sulla montagna, è segnato dalla crudeltà del poeta che sacrifica la loro vita in favore della sua nuova creazione.

L’ultima scena ci porta in un teatro di Vienna dove davanti al suo pubblico Mittenhofer legge il nuovo poema: Elegia per giovani amanti. Il suo poema è stato scritto, l’Opera è finita.