Ah bravo Figaro, bravo Fiorello...

di Lorenzo Mattei

Data di pubblicazione su web 13/12/2005

Il barbiere di Siviglia

L'invadenza della componente registica nei confronti degli altri elementi dello spettacolo d'opera è una costante degli allestimenti contemporanei di cui bisogna prendere atto. Ciò è vero non solo per le riesumazioni dei melodrammi del ‘700 - ritenuti incapaci di presentarsi all'ascoltatore moderno se non imbellettati da continue gags di contorno al momento puramente canoro (motivate dall'orror vacui del regista di turno) - ma anche per le opere ‘di repertorio'. Il Barbiere di Siviglia rossiniano è parte del DNA di ciascun italiano e di ciascun giapponese, cionondimeno pare che ci si debba comunque scervellare per renderne attuale ed appetibile l'allestimento ad un pubblico oramai ‘televisionizzato'. Ecco allora che la geniale - ma sempre troppo ipertrofica - regia di Livermore sfrutta il nome del servitore di Almaviva (Fiorello) per dar vita ad un personaggio (sosia del noto showman siciliano) ammiccante alla gestualità televisiva ed attivo in uno spazio metateatrale dal quale filma con il suo staff di cameraman quanto avviene sulla scena (in effetti la vocalità rossiniana può ridursi ad esibizione ludica che si offre all'uditorio-telecamera).


Domenico Colaianni (Bartolo) e Manuela Custer (Rosina)
Domenico Colaianni (Bartolo) e Manuela Custer (Rosina)


Anche le scene di Santi Centineo alludono al mondo del videoclip d'inizio anni'80, con il loro piano doppio, dominato da giochi di ombre sui cromatismi del fondale e da veneziane allusive alle atmosfere di Flashdance e Nove settimane e mezzo. La citazione dai ‘miti televisivi' dell'Ottanta invade anche i dettagli: si veda ad esempio come la postura del colpo vincente di Karate Kid veicoli la violenza del conte su Bartolo (I,19 «voglio ucciderlo»). Il lavoro sinergico tra Livermore, Centineo e la costumista Giusi Giustino si orienta inoltre verso una riproposta delle atmosfere di Almodóvar, dei suoi colori aggressivi, della sua ironia disperata, della sua critica alla convenzione ipocrita: Don Bartolo diventa così un generale franchista immedagliato che però non si perita di svilire al ruolo di plaid la bandiera spagnola. Di Almodóvar c'è poi la corrosiva critica rivolta alla Chiesa Cattolica (si pensi al suo La Mala education): Don Basilio è a metà tra il prete (di cui indossa il collarino) e l'inquisitore poliziesco di regime (ne ha il cappello e l'impermeabile); Almaviva-Alonso per travestirsi da ‘curiale' veste i panni di un prete gay in abito donabbondiesco, mentre diventa un arcangelo barocco e piumato quando deve fingersi soldato (a tutto ciò fanno da contorno coretti di suore alla Sister Act).

Del resto è la sostanziale a-moralità sottesa ai meccanicistici personaggi rossiniani che dà libero adito a Livermore nello sbizzarrirsi per esporre la sua visione ironica e disincantata del teatro, qui in grado di esibire e sbeffeggiare i grandi miti ispanici: mentre canta la sua celeberrima cavatina Figaro è attorniato da comparse che simboleggiano il romanzo di cappa e spada, il toro e il matador, Carmen e Don José (quest'ultimo viene sostituito da Figaro nell'accoltellamento della sigaraia!). Al di là delle trovate geniali e del gusto per la citazione (dalla TV anni '80 ad Almodóvar in questo Barbiere è pregevole la corrispondenza tra gesto e musica: la mimica e la stessa disposizione degli attori sulla scena stagliano le forme della drammaturgia di Rossini (un esempio: nel ‘concertato dello stupore' Livermore ripete l'idea, già attuata per la Cenerentola barese del 2003, di bloccare tutti gli interpreti e di farli poi muovere uno ad uno seguendo la successione in partitura dei ‘soli').


Il barbiere di Siviglia


Ci siamo soffermati a lungo sulla regìa perché in realtà c'è poco da dire sull'ottimo cast: Lopera e la Custer hanno rasentato la perfezione muovendosi con disinvoltura nelle acrobazie belcantistiche; bravo e sempre illuminato da vis comica Colaianni che ha smentito il motto evangelico del nemo profeta in patria; meno incisivo (anche perché ancora in erba) il cileno Christian Senn e ancor meno azzeccato il Don Basilio di Siwek; degna d'uscire dal circuito appulo-calabro il soprano Valeria Lombardi. La nota dolente nella raffinata produzione della Fondazione barese restano sempre gli archi dell'Orchestra della Provincia (inetti ad eseguire un forte come si deve) la cui bradipìa non è stata smossa neppure dal brio rossiniano, qui esaltato dalla nervosa bacchetta di Steven Mercurio, un vero yankee che saluta il pubblico alla John Wain e che è capace di dirigere con tanto di chitarra a tracolla, contagiato da Figaro nel voler essere ‘factotum'. 










Il barbiere di Siviglia

Cast & Credits

Trama





Foto: Vito Mastrolonardo

 
 


 

Cast & credits

Titolo 
Il barbiere di Siviglia
Sotto titolo 
melodramma buffo in due atti
Data rappresentazione 
9/12/2005
Città rappresentazione 
Bari
Luogo rappresentazione 
Teatro Piccinni
Prima rappresentazione 
Roma, Teatro Argentina, 20 Febbraio 1816
Libretto 
Cesare Sterbini
Regia 
Davide Livermore
Interpreti 
Juan José Lopera (il conte d'Almaviva)
Domenico Colaianni (Don Bartolo)
Manuela Custer (Rosina)
Christian Senn (Figaro)
Rafal Siwek (Don Basilio)
Valeria Lombardi (Berta)
Leonardo Galeazzi (Fiorello)
Antonio Muserra (ufficiale)
Produzione 
Produzione musicale e nuovo allestimento della Fondazione Lirico-Sinfonica Petruzzelli e teatri di Bari
Scenografia 
Santi Centineo
Costumi 
Giusi Giustino
Luci 
Giuseppe Ruggiero
Musiche 
Gioacchino Rossini
Orchestra 
Orchestra della Provincia di Bari
Direzione d'orchestra 
Steven Mercurio
Coro 
L'Opera
Maestro del coro 
Elio Orciuolo

Trama

Atto primo
Scena prima. Davanti alla casa del dottor Bartolo il conte d'Almaviva canta una serenata a Rosina; ma poiché alla finestra nessuno si fa vivo, licenzia la compagnia che ha assoldato e si nasconde sotto un portico ad aspettare un'occasione più propizia. Sopraggiunge Figaro, barbiere, faccendiere, sensale d'ogni negozio, factotum della città e vecchia conoscenza del conte, del quale si dichiara subito a disposizione cominciando con l'informarlo che Rosina, la bella da lui occhieggiata a Madrid nelle sale del Prado, non è la figlia ma soltanto la pupilla del dottor Bartolo. Ora con costui, che da poco si è stabilito a Siviglia, Figaro è di casa; potrà dunque aiutare il conte ad avvicinare la ragazza. Questa intanto, uscito il tutore si è messa dietro la gelosia ad ascoltare la dichiarazione d'amore che, in forma di una serenata, il conte le rivolge, fingendo di essere uno studente di nome Lindoro, perché egli non vuole conquistarla in virtù delle sue ricchezze né del blasone. Figaro dà i suoi consigli: Almaviva si travestirà da soldato, e poiché in quel giorno a Siviglia arriva un reggimento, con un falso biglietto d'alloggio potrà essere ospitato in casa del dottore. Anzi il conte si fingerà ubriaco, perché d'uso che già casca dal vino il dottore si fiderà più facilmente. Dopo aver dal conte il suo indirizzo, Figaro entra nella casa del dottore.

Scena seconda. Rosina freme dal desiderio di far recapitare un biglietto a Lindoro e Figaro, che appunto è venuto a tentare i primi approcci, gli sembra subito l'uomo adatto. Ma il loro dialogo è interrotto dall'arrivo di don Bartolo, che induce l'uno a nascondersi, e poi l'altra a ritirarsi. Bartolo è accompagnato dal maestro di musica della ragazza, don Basilio, il quale informa l'amico che il conte Almaviva, l'incognito amante di Rosina, è in Siviglia. Bartolo, che vorrebbe sposare la pupilla, ne è preoccupato, ma Basilio lo rassicura: si potranno spargere sul contro del rivale tali calunnie da farlo in breve cacciare dalla città. I due vanno a preparare il contratto interrotto. Figaro fa la sua ambasciata e chiede alla ragazza di rispondere con un biglietto. Rosina esita, ma poi lo consegna: l'aveva già scritto. Torna allora don Basilio e s'avvede che dallo scrittorio manca un foglio e che un dito della pupilla è sporco d'inchiostro; ma la ragazza si difende bravamente nonostante il tempestare del dottore. In quella, arriva il conte travestito da soldato di cavalleria, e in atteggiamento di ubriaco. Al suo biglietto d'alloggio Bartolo oppone un biglietto d'esenzione, ma senza effetto: il finto soldato è deciso a restare e a un certo punto passa avventurosamente un suo biglietto a Rosina. A lungo Bartolo s'affanna per mettervi le mani sopra: quando riesce è per cogliere invece la lista del bucato con cui la ragazza l'ha abilmente sostituito. Il soldato alza la voce, sguaina la spada. Ne nasce un pandemonio; e Figaro raccomanda la calma, annunciando che il baccano ha fatto radunare mezza città sulla piazza: infatti irrompono nella casa i gendarmi, ad arrestare il disturbatore. Ma basta che il finto soldato esibisca al loro ufficiale un certo foglio, perché si irrigidisca e lo lasci libero. Impietrito dallo stupore, Bartolo diviene l'oggetto dell'ilarità generale.

Atto secondo
Scena prima. Bartolo ripensa all'accaduto: nella faccenda del soldato non vede affatto chiaro, immagina che si tratti di qualche inviato del conte. Picchiano alla porta: entra un giovane che si dice di chiamarsi don Alonso e di essere allievo di don Basilio il quale, ammalato, lo ha mandato a dar lezione a Rosina. E' ancora il conte travestito e per vincere i sospetti del dottore gli consegna il biglietto di Rosina; potrà servire, gli spiega, a deludere la ragazza dichiarandole che il conte lo dette, per farsi gioco di lei, a qualche altra sua amante. Convinto, Bartolo chiama Rosina; dunque può prendere la sua lezione di canto mentre Figaro, sopraggiunto al momento giusto, persuade Bartolo a farsi fare la barba: e così, con la scusa di andare a prendere la biancheria, si fa consegnare il mazzo di chiavi da cui toglierà quella della gelosia che dà sulla piazza. Tutto sembra andare per il meglio quando arriva, ignaro di tutto, don Basilio; don Bartolo è sul punto di scoprire la verità ma una borsa del conte, unita alle astuzie di Figaro, persuade don Basilio a battersela, per curare una pretesa febbre scarlattina. Finalmente Figaro può fare la barba a Bartolo, coprendo per quanto può il colloquio dei due amanti; ma Bartolo coglie al volo una frase del falso maestro di musica, monta su tutte le furie e lo scaccia. Usciti tutti, Berta, la vecchia serva, monologa malinconicamente sull'amore.

Scena seconda. Don Basilio spiega a don Bartolo di non avere mai conosciuto quel tale don Alonso: non sarà stato il conte in persona? Bartolo è ormai deciso a bruciare le tappe; manda don Basilio a chiamare il notaio per le nozze, ed esibisce a Rosina il biglietto datole dal preteso don Alonso, facendole credere che Figaro e don Alonso siano semplici mezzani per piegarla alle voglie del conte d'Almaviva. La ragazza cade nel tranello: profondamente delusa, accetta di sposare il tutore e gli rivela il piano che aveva concordato con Figaro per la sua fuga. Ma Bartolo è appena uscito a chiamare i gendarmi incaricati di arrestare Figaro e l'amante della ragazza, che questi due entrano dalla finestra, raggiunta con una scala appoggiata dalla strada, mentre un temporale infuria. Rosina respinge risolutamente l'abbraccio di Lindoro: ma questi lascia cadere il mantello: è lui, il conte d'Almaviva. Felici i due innamorati stanno per uscire, con Figaro, attraverso la finestra, ma constatano che il dottore ha preso la precauzione di togliere la scala. Figaro non si perde d'animo; poiché nel frattempo è arrivato don Basilio con il notaio, si faranno le nozze, subito, anche se ben diverse da quelle per le quali il notaio era stato chiamato. Quando Bartolo è di ritorno, il colpo è cosa fatta: la precauzione di togliere la scala ha agito al contrario delle sue intenzioni. D'altronde il furore del beffato ha presto motivo di placarsi perché il conte d'Almaviva rinuncia alla dote di Rosina. Figaro spegne la lanterna, l'ombra protegge gli sposi.