Cosė infedele. Cosė fedele
Delle opere presentate all'Arena di Verona in questo 82° festival (Madama Butterlfly, Aida, Il trovatore, Rigoletto e la multimediale La corona di Pietra, in collegamento megavideo con la costellazione dei teatri antichi del bacino del Mediterraneo) La traviata sembra l'unica tralignante dalla scelta di un'offerta pubblica di grande richiamo attraverso le potenzialità sceniche di uno spazio dalle dimensioni eccezionali. Aida è da sempre il simbolo di questa spazialità doviziosa e ipertrofica, dove sfingi, piramidi, latomie, trionfi egizi e celebrazioni misteriche possono trovare quell'espansione, appunto, faraonica che spesso le profondità pur ampie dei teatri al chiuso negano e comprimono.
Ciò che pare ideale per Aida (e insieme per tutte le altre opere quest'anno in cartellone), passibili di incanti spaziali nell'esigenza di spiazzamento spazio-temporale, sembra la negazione di Traviata. E infatti lo è. Modernissima al suo apparire, frutto di un colpo di genio di Verdi che affidò al suo librettista (e qui dobbiamo un po' dolerci dell'assenza della segnalazione dei librettisti nei programmi di sala del festival, quasi fossero elementi secondari dell'insieme) la vicenda palpitante di un fatto di cronaca che Dumas figlio non aveva voluto raffreddare nell'allontanamento metaforico dell'esemplarità la storia di Violetta Valeri, divenuta Margherita Gautier, non ha niente in comune con quanto fino ad allora (e anche molto dopo) scritto e musicato. Altro che vecchi libretti cavati fuori da vecchie improbabili storie di grandezze e di purezze, altro che fasti antichi.

Nella Traviata tutto è vita e contemporaneità: una storiaccia di vizi sociali, di un demi-monde prepotente e frivolo, di apparenti valori ("pura siccome un angelo"), di prostituzione di alto bordo, di inettitudini maschili, di ipocrisie danarose ("si sa il prezzo di tutto e il valore di nulla", come dichiara con folgorante efficacia il regista Graham Vick nell'illuminante intervista in cui, per una volta, le parole lette sono veramente un viatico alla creazione scenica), di cinismi paterni ("curatevi, mertate un avvenir migliore", quando la poveretta, dopo il sacrificio in nome del buon nome della sconosciuta figlia di Germont è ormai agonizzante), di estreme vigliaccate amorose ("il tuo dolor m'uccide", come piagnucola il non impeccabile Alfredo, caricandola pure del senso di colpa finale), di rimorsi ormai privi di rischi ("Ah, tutto il mal ch'io feci ora sol vedo").

Se non è opera da Arena nel soggetto, Traviata lo è ancor meno nel trattamento drammaturgico e nella musicalità intimista e psicologica, nella sostanziale riduzione della vicenda ad una dramma individuale, nella consumazione di un sacrificio in minore, nelle stanze private di una dimora piccolo borghese. Tutto quello che pare adatto all'estroversione spettacolare dell'Arena non è in Traviata. Eppure, o forse proprio per questo, l'allestimento veronese, con la non indimenticabile direzione di Daniele Callegari e un cast forse ineguale per qualità (non abbiamo sentito la Devia ma la sua apprezzabile doublure Inva Mula, il non travolgente Giuseppe Sabatini e il musicalmente eccellente ma scenicamente semplificativo Ambrogio Maestri) è ben più che una sorpresa, per quanto piacevole.
E' un allestimento esemplare di come un‘intelligenza registica colta e limpida, tesa alla conoscenza intima di un'opera musicale e non al suo package possa presentarsi davvero come una ri-creazione. Graham Vick è maestro di questa auscultazione del testo, anche se non sempre così totalmente felice. Qui l'intuizione è profonda, di quelle che, nell'apparente scombinamento delle carte, trovano un posto nuovo a tutto. Nasce da una lettura generale dell'opera e della sua aura, nasce dalla considerazione del rapporto tra la sua eroina e il pubblico. Riprovando senza saperla la folgorazione di un grande incendiario della regia moderna, Aldo Trionfo che aveva celebrato una Festa per il trionfo di Margherita Gautier santa di seconda categoria. Margherita e il suo mito aggiornati nei confusi miti platinati dell'oggi, Eva Peron, Marilyn, Madonna ma soprattutto, offerta su un piatto d'argento, o meglio su un tappetto infinito di fiori (i fiori del suo sudario mediatico presso i cancelli di Buckingam Palace in occasione della santificazione popolare post mortem) la stucchevole Lady D.

In una società confusa in cui il prezzo e il valore non coincidono, e la mistificazione è la regola di base, eccoci pronti a ri-commuoverci per vicende che ci sono estranee, eccoci a spiare una società che non ci appartiene, o meglio alla quale non apparteniamo, eccoci pronti a stordirci con le vicende altrui, con le morti viste in tv, tra sipari di lustrini e sipari di lacrime. Tutto va a posto, anche il sacrificio dell'inerme fanciulla, che si esalta del sacrificio medesimo come prima si era esaltata della presunta appartenenza ad un mondo maestro di sfruttamento, che ne usava le fragili attrattive della giovinezza ingabbiandola poi nella fregatura del sacrificio. Eccoli, rutilanti e volgari come in un programma di intrattenimento mediatico, i costumi (che di solito si notano quando sono molto belli o molto brutti e qui sono un miracolo di inventiva pertinente e insieme autonoma, aggiornamento post moderno del fulgore degli "anni folli"), eccole - espanse nell'assenza di limiti dell'immenso palcoscenico - le scene "televisive" dell'insulsa mondanità parigina, ecco - ristretta alla miniaturizzazione di una casa di bambola - l'ultima dimora di Violetta, su un prato verde da pubblicità country. In questo sovvertimento delle dimensioni realistiche, il pathos riesce a concentrarsi sulla musica, a non far perdere il valore emozionante dei pianissimo, a dare risalto alle psicologie.
Da maestro Vick sa perfettamente quando disperdere l'occhio (e l'orecchio) dello spettatore nella vastità dell'insieme e quando invece concentrarlo nella luce dell'a parte. Sarà più che sufficiente a questo punto ricordare (e come dimenticarla?) l'attrazione che avvolge pian piano Violetta e Germont ("bella voi siete e giovane") durante la proposta indecente del sacrificio richiesto per la figlia (il puro angelo di cui giustamente Piave e Verdi si dimenticano nel corso dell'opera; che fine fa "l'amato e amante giovane cui sposa andar dovea"?) e che lascia sospese nell'aria le note di un amore ben diversamente rischioso (il buon Germont non dimentica certo al momento il mestiere della giovane da sacrificare e forse, perché no, da risarcire). Ma non vogliamo qui aprire il capitolo degli amori "paterni" verdiani. Né Vick forza mai le situazioni, al massimo fa vibrare corde non troppo consuete. Ha bisogno della musica di Verdi, dell'aura di Traviata per fare la sua, tutta nuova, così infedele. Così fedele.
Nota sulle immagini
Fotografia di Maurizio Brenzoni (per gentile concessione della Fondazione Arena di Verona).
Le riproduzioni dei bozzetti per i costumi dell'opera sono tratte dal programma di sala dell'82° Festival Arena di Verona.
Ciò che pare ideale per Aida (e insieme per tutte le altre opere quest'anno in cartellone), passibili di incanti spaziali nell'esigenza di spiazzamento spazio-temporale, sembra la negazione di Traviata. E infatti lo è. Modernissima al suo apparire, frutto di un colpo di genio di Verdi che affidò al suo librettista (e qui dobbiamo un po' dolerci dell'assenza della segnalazione dei librettisti nei programmi di sala del festival, quasi fossero elementi secondari dell'insieme) la vicenda palpitante di un fatto di cronaca che Dumas figlio non aveva voluto raffreddare nell'allontanamento metaforico dell'esemplarità la storia di Violetta Valeri, divenuta Margherita Gautier, non ha niente in comune con quanto fino ad allora (e anche molto dopo) scritto e musicato. Altro che vecchi libretti cavati fuori da vecchie improbabili storie di grandezze e di purezze, altro che fasti antichi.

Nella Traviata tutto è vita e contemporaneità: una storiaccia di vizi sociali, di un demi-monde prepotente e frivolo, di apparenti valori ("pura siccome un angelo"), di prostituzione di alto bordo, di inettitudini maschili, di ipocrisie danarose ("si sa il prezzo di tutto e il valore di nulla", come dichiara con folgorante efficacia il regista Graham Vick nell'illuminante intervista in cui, per una volta, le parole lette sono veramente un viatico alla creazione scenica), di cinismi paterni ("curatevi, mertate un avvenir migliore", quando la poveretta, dopo il sacrificio in nome del buon nome della sconosciuta figlia di Germont è ormai agonizzante), di estreme vigliaccate amorose ("il tuo dolor m'uccide", come piagnucola il non impeccabile Alfredo, caricandola pure del senso di colpa finale), di rimorsi ormai privi di rischi ("Ah, tutto il mal ch'io feci ora sol vedo").

Se non è opera da Arena nel soggetto, Traviata lo è ancor meno nel trattamento drammaturgico e nella musicalità intimista e psicologica, nella sostanziale riduzione della vicenda ad una dramma individuale, nella consumazione di un sacrificio in minore, nelle stanze private di una dimora piccolo borghese. Tutto quello che pare adatto all'estroversione spettacolare dell'Arena non è in Traviata. Eppure, o forse proprio per questo, l'allestimento veronese, con la non indimenticabile direzione di Daniele Callegari e un cast forse ineguale per qualità (non abbiamo sentito la Devia ma la sua apprezzabile doublure Inva Mula, il non travolgente Giuseppe Sabatini e il musicalmente eccellente ma scenicamente semplificativo Ambrogio Maestri) è ben più che una sorpresa, per quanto piacevole.
E' un allestimento esemplare di come un‘intelligenza registica colta e limpida, tesa alla conoscenza intima di un'opera musicale e non al suo package possa presentarsi davvero come una ri-creazione. Graham Vick è maestro di questa auscultazione del testo, anche se non sempre così totalmente felice. Qui l'intuizione è profonda, di quelle che, nell'apparente scombinamento delle carte, trovano un posto nuovo a tutto. Nasce da una lettura generale dell'opera e della sua aura, nasce dalla considerazione del rapporto tra la sua eroina e il pubblico. Riprovando senza saperla la folgorazione di un grande incendiario della regia moderna, Aldo Trionfo che aveva celebrato una Festa per il trionfo di Margherita Gautier santa di seconda categoria. Margherita e il suo mito aggiornati nei confusi miti platinati dell'oggi, Eva Peron, Marilyn, Madonna ma soprattutto, offerta su un piatto d'argento, o meglio su un tappetto infinito di fiori (i fiori del suo sudario mediatico presso i cancelli di Buckingam Palace in occasione della santificazione popolare post mortem) la stucchevole Lady D.

In una società confusa in cui il prezzo e il valore non coincidono, e la mistificazione è la regola di base, eccoci pronti a ri-commuoverci per vicende che ci sono estranee, eccoci a spiare una società che non ci appartiene, o meglio alla quale non apparteniamo, eccoci pronti a stordirci con le vicende altrui, con le morti viste in tv, tra sipari di lustrini e sipari di lacrime. Tutto va a posto, anche il sacrificio dell'inerme fanciulla, che si esalta del sacrificio medesimo come prima si era esaltata della presunta appartenenza ad un mondo maestro di sfruttamento, che ne usava le fragili attrattive della giovinezza ingabbiandola poi nella fregatura del sacrificio. Eccoli, rutilanti e volgari come in un programma di intrattenimento mediatico, i costumi (che di solito si notano quando sono molto belli o molto brutti e qui sono un miracolo di inventiva pertinente e insieme autonoma, aggiornamento post moderno del fulgore degli "anni folli"), eccole - espanse nell'assenza di limiti dell'immenso palcoscenico - le scene "televisive" dell'insulsa mondanità parigina, ecco - ristretta alla miniaturizzazione di una casa di bambola - l'ultima dimora di Violetta, su un prato verde da pubblicità country. In questo sovvertimento delle dimensioni realistiche, il pathos riesce a concentrarsi sulla musica, a non far perdere il valore emozionante dei pianissimo, a dare risalto alle psicologie.
Da maestro Vick sa perfettamente quando disperdere l'occhio (e l'orecchio) dello spettatore nella vastità dell'insieme e quando invece concentrarlo nella luce dell'a parte. Sarà più che sufficiente a questo punto ricordare (e come dimenticarla?) l'attrazione che avvolge pian piano Violetta e Germont ("bella voi siete e giovane") durante la proposta indecente del sacrificio richiesto per la figlia (il puro angelo di cui giustamente Piave e Verdi si dimenticano nel corso dell'opera; che fine fa "l'amato e amante giovane cui sposa andar dovea"?) e che lascia sospese nell'aria le note di un amore ben diversamente rischioso (il buon Germont non dimentica certo al momento il mestiere della giovane da sacrificare e forse, perché no, da risarcire). Ma non vogliamo qui aprire il capitolo degli amori "paterni" verdiani. Né Vick forza mai le situazioni, al massimo fa vibrare corde non troppo consuete. Ha bisogno della musica di Verdi, dell'aura di Traviata per fare la sua, tutta nuova, così infedele. Così fedele.
Nota sulle immagini
Fotografia di Maurizio Brenzoni (per gentile concessione della Fondazione Arena di Verona).
Le riproduzioni dei bozzetti per i costumi dell'opera sono tratte dal programma di sala dell'82° Festival Arena di Verona.

Graham Vick
Cast & credits
| Titolo
La Traviata |
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| Sotto titolo
melodramma in tre atti |
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| Data rappresentazione
17/08/2004 |
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| Città rappresentazione
Verona |
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| Luogo rappresentazione
Arena |
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| Prima rappresentazione
Venezia, Teatro La Fenice, 6 marzo 1853 |
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| Evento
Festival Areniano 2004 |
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| Libretto
Francesco Maria Piave |
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| Regia
Graham Vick |
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| Interpreti
Inva Mula (Violetta Valery) Milena Josipovic (Flora Bervoix) Elena Rossi (Annina) Giuseppe Sabbatini (Alfredo Germont) Ambrogio Maestri (Giorgio Germont) Iorio Zennaro (Gastone) Alberto Noli (Barone Douphol) Carlo Di Cristoforo (Marchese d'Obigny) Victor Garcia Sierra (Dottor Grenvil) Antonio Feltracco (Giuseppe) Alessandro Bilotti (Domestico di Flora) Gianluca Ricci (Commissionario) |
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| Produzione
Fondazione Arena di Verona, Festival Arena di Verona 2004 |
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| Scenografia
Paul Brown |
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| Costumi
Paul Brown |
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| Luci
Peter Kaczorowski |
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| Musiche
Giuseppe Verdi |
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| Orchestra
Filarmonica di Verona |
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| Direzione d'orchestra
Daniele Callegari |
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| Maestro del coro
Marco Faelli |
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| Note
Direttore allestimenti scenici: Giuseppe De Filippi Venezia Direttore del corpo di ballo: Graham Vick |
Trama
tratta dal sito della Fondazione Arena di Verona, www.arena.it
ATTO I
Parigi. Casa di Violetta Valéry. Ressa di invitati a casa di Violetta Valéry, bellissima amica del barone Douphol. L'affascinante e attraente dama, solita frequentare la vita mondana parigina, si sforza invano di confondere con l'ebbrezza le sofferenze causate dalla sua salute cagionevole. Dopo poco infatti è costretta ad interrompere la sua danza con Alfredo Germont, segreto ammiratore appena conosciuto, a causa di un crisi acuta. L'ospite rimane colpito dal suo soffrire e d'impulso le manifesta commosso e sincero il suo amore. Violetta gli regala una camelia, promettendogli di rivederlo quando sarà appassita. La festa finisce; appena rimane sola la donna avverte per la prima volta un intenso sentimento e desidera ardentemente incontrarsi con il giovane Alfredo.
ATTO II
Scena prima. Una villa di campagna fuori Parigi
Da alcuni mesi i due innamorati vivono discretamente nascosti in una villa fuori Parigi, lontani dalla vita mondana che non li interessa più. Violetta infatti non accoglie l'invito mandato dalla sua amica Flora Bervoix. Alfredo apprende dalla cameriera che Violetta ha venduto segretamente le sue gioie per pagare le spese di quel soggiorno. Si reca subito a Parigi per procurare del denaro e ricompensare i sacrifici da lei compiuti. Durante la sua assenza, Violetta riceve inaspettatamente la visita del padre di Alfredo, Giorgio Germont, il quale chiede a Violetta di rompere il peccaminoso legame con suo figlio, poiché questo rappresenta un disonore per la sua famiglia e sta rovinando la situazione finanziaria di Alfredo. Violetta però gli dimostra che in realtà è lei che ha finanziato tutto quello che la circonda. Violetta è combattuta tra le dure parole del padre del suo innamorato e l'amore per Alfredo. La donna difende il suo amore, ma Germont dice che sua figlia dovrà rinunciare al proprio matrimonio a causa di quella relazione. Allora Violetta accetta di ritirarsi per il bene di Alfredo e della sua famiglia. Al suo ritorno, il giovane incontra Violetta che se ne sta andando, ma pensa sarà un'assenza momentanea. Capisce la verità quando riceve il biglietto con l'estremo addio, ma è molto amareggiato al vedere l'invito alla festa di Flora Bervoix. Fugge in preda a una violenta gelosia.
Scena seconda. Parigi. La festa di Flora Bervoix. Angosciata ma decisa a porre una distanza incolmabile tra lei e la sua parentesi d'amore, Violetta è tornata a frequentare la brillante società parigina. Si presenta a casa di Flora al fianco del barone Douphol, dove già si trova anche Alfredo: questi sfida e vince al gioco il suo rivale. Preoccupata per le conseguenze, Violetta supplica Alfredo di lasciare la festa, e quando egli replica di essere disposto ad andarsene solo in sua compagnia, la giovane è costretta a mentire dicendo di aver giurato al barone di non rivederlo mai più. Pieno di rabbia, davanti a tutti gli invitati Alfredo getta con disprezzo ai piedi di Violetta il denaro vinto al gioco, intendendo così ripagarla delle spese da lei sostenute. Il vecchio Germont è testimone del vile gesto e rimprovera il figlio, ma non ha il coraggio di rivelargli la verità.
ATTO III
Parigi. La camera da letto di Violetta morente. La triste scena è stata letale per la salute precaria di Violetta, ormai costretta a letto senza speranza. Una lettera di Germont padre le reca un po' di conforto, perché egli dice di aver svelato al figlio il segreto, e annuncia che Alfredo andrà ad implorare il perdono. Violetta attende trepidante il momento in cui potrà abbracciare il suo amato e sperare in un felice futuro assieme a lui. Ma l'incontro si tramuta in una dolce emozione mortale: Violetta ha solo la forza di donare ad Alfredo una suo miniatura, di sussurrare che dal cielo pregherà per lui, ed esala l'ultimo respiro.
ATTO I
Parigi. Casa di Violetta Valéry. Ressa di invitati a casa di Violetta Valéry, bellissima amica del barone Douphol. L'affascinante e attraente dama, solita frequentare la vita mondana parigina, si sforza invano di confondere con l'ebbrezza le sofferenze causate dalla sua salute cagionevole. Dopo poco infatti è costretta ad interrompere la sua danza con Alfredo Germont, segreto ammiratore appena conosciuto, a causa di un crisi acuta. L'ospite rimane colpito dal suo soffrire e d'impulso le manifesta commosso e sincero il suo amore. Violetta gli regala una camelia, promettendogli di rivederlo quando sarà appassita. La festa finisce; appena rimane sola la donna avverte per la prima volta un intenso sentimento e desidera ardentemente incontrarsi con il giovane Alfredo.
ATTO II
Scena prima. Una villa di campagna fuori Parigi
Da alcuni mesi i due innamorati vivono discretamente nascosti in una villa fuori Parigi, lontani dalla vita mondana che non li interessa più. Violetta infatti non accoglie l'invito mandato dalla sua amica Flora Bervoix. Alfredo apprende dalla cameriera che Violetta ha venduto segretamente le sue gioie per pagare le spese di quel soggiorno. Si reca subito a Parigi per procurare del denaro e ricompensare i sacrifici da lei compiuti. Durante la sua assenza, Violetta riceve inaspettatamente la visita del padre di Alfredo, Giorgio Germont, il quale chiede a Violetta di rompere il peccaminoso legame con suo figlio, poiché questo rappresenta un disonore per la sua famiglia e sta rovinando la situazione finanziaria di Alfredo. Violetta però gli dimostra che in realtà è lei che ha finanziato tutto quello che la circonda. Violetta è combattuta tra le dure parole del padre del suo innamorato e l'amore per Alfredo. La donna difende il suo amore, ma Germont dice che sua figlia dovrà rinunciare al proprio matrimonio a causa di quella relazione. Allora Violetta accetta di ritirarsi per il bene di Alfredo e della sua famiglia. Al suo ritorno, il giovane incontra Violetta che se ne sta andando, ma pensa sarà un'assenza momentanea. Capisce la verità quando riceve il biglietto con l'estremo addio, ma è molto amareggiato al vedere l'invito alla festa di Flora Bervoix. Fugge in preda a una violenta gelosia.
Scena seconda. Parigi. La festa di Flora Bervoix. Angosciata ma decisa a porre una distanza incolmabile tra lei e la sua parentesi d'amore, Violetta è tornata a frequentare la brillante società parigina. Si presenta a casa di Flora al fianco del barone Douphol, dove già si trova anche Alfredo: questi sfida e vince al gioco il suo rivale. Preoccupata per le conseguenze, Violetta supplica Alfredo di lasciare la festa, e quando egli replica di essere disposto ad andarsene solo in sua compagnia, la giovane è costretta a mentire dicendo di aver giurato al barone di non rivederlo mai più. Pieno di rabbia, davanti a tutti gli invitati Alfredo getta con disprezzo ai piedi di Violetta il denaro vinto al gioco, intendendo così ripagarla delle spese da lei sostenute. Il vecchio Germont è testimone del vile gesto e rimprovera il figlio, ma non ha il coraggio di rivelargli la verità.
ATTO III
Parigi. La camera da letto di Violetta morente. La triste scena è stata letale per la salute precaria di Violetta, ormai costretta a letto senza speranza. Una lettera di Germont padre le reca un po' di conforto, perché egli dice di aver svelato al figlio il segreto, e annuncia che Alfredo andrà ad implorare il perdono. Violetta attende trepidante il momento in cui potrà abbracciare il suo amato e sperare in un felice futuro assieme a lui. Ma l'incontro si tramuta in una dolce emozione mortale: Violetta ha solo la forza di donare ad Alfredo una suo miniatura, di sussurrare che dal cielo pregherà per lui, ed esala l'ultimo respiro.