Note sulle forme spettacolari della Comédie Italienne de Paris nel Settecento
Iniziamo col leggere un passo di
Claudio Meldolesi tratto dalla Nota introduttiva
al volume dedicato alla dinastia comica degli Sticotti:
Il
rapporto che abbiamo con la storia del nostro teatro è viziato da certe
abitudini. Le rappresentazioni dei classici, le sistemazioni delle antologie e
dei panorami storici, i saggi monografici ci hanno portato al culto di certe
personalità. La nostra cultura teatrale si è formata a contatto con una élite di autori, scelti spesso con
criteri superati o con la prospettiva del semplice consumo: un’accademia
d’immortali cui si è contrapposta una platea di minori, personalità
riconosciute nella storia più per i loro nomi che per le loro opere. Questa
costruzione ormai centenaria, ammodernata generazione dopo generazione con il
fenomeno delle riscoperte e delle rivalutazioni, con il passaggio cioè di certe
figure dalla platea all’accademia, ampliata di altri nomi con il riconoscimento
della storia dello spettacolo a fianco della letteratura drammatica, non ha
perso ancora il suo carattere chiuso e direi burocratico.[1]
Questa considerazione, seppur
datata ormai di una quarantina d’anni, riveste ancora un carattere di
attualità. Certo, dagli anni Sessanta a oggi gli studi sullo spettacolo hanno
maturato uno statuto disciplinare autonomo, dotato di una struttura solida e
ben riconoscibile, anche se in questi ultimi tempi pare di avvertire qualche
scricchiolio dell’impalcatura. Ma non è questo il punto. Ciò che interessa
sottolineare è quel passaggio dalla platea dei minori all’accademia degli immortali
di cui parlava Meldolesi, fenomeno in certa misura fisiologico all’avanzare
delle ricerche, prodigo di riscoperte o addirittura di scoperte tout-court ma in qualche misura
rischioso, nel senso che il conferire a certe figure uno statuto di grandezza
immortale comporta in alcuni casi la minimizzazione o la rimozione sia dei
contesti che hanno consentito a certi personaggi di emergere e di affermarsi, sia
dei fenomeni che a loro si sono succeduti nel corso della storia: dopo di loro
il diluvio, si potrebbe dire. Mi pare che questo possa essere il caso di Luigi
Riccoboni, che tuttavia e senza ombra di dubbio costituisce un punto di
riferimento imprescindibile nel panorama della Commedia dell’Arte settecentesca.
Il suo profilo infatti giganteggia nel secolo che vide esaurirsi quel
particolare insieme di forme spettacolari che aveva preso le mosse nella
seconda metà del Cinquecento e che aveva attraversato non soltanto più di due
secoli, ma si era proiettato ben oltre i confini della penisola diffondendosi e
in qualche caso radicandosi in alcune tra le più importanti nazioni del vecchio
continente, raggiungendo una dimensione palesemente europea. Eppure la figura
dell’illustre attore e capocomico modenese rischia di gettare un cono d’ombra
proprio su quel contesto spettacolare d’oltralpe che egli stesso contribuì a
creare e da cui trasse innegabile celebrità. Dei passi assai noti di alcune sue
opere teoriche sono a questo proposito significativi. Si prenda ad esempio la
lettera dedicatoria a Rinaldo d’Este Principe di Modena delle Observations sur la comédie et sur le genie
de Molière:
Le Théatre d’Italie – dice Riccoboni – étoit
supérieur à tous les Théatres de l’Europe, lorsqu’il fut protegé par vos
glorieux Ancêtres ; et depuis un siécle qu’il est tombé dans une affreuse
décadence, il ne fonde l’espérance de se relever, que sur un Prince de votre
illustre Maison.[2]
Otto anni prima, nel 1728, ancora
coinvolto nella gestione della compagnia italiana a Parigi e ormai prossimo al
ritiro dalle scene, Riccoboni doveva sentire sulla propria pelle con
raddoppiato bruciore il fallimento di tutte le sue istanze riformistiche, e la
chiusa dell’ottavo capitolo dell’Histoire
du Théâtre Italien sembra dar corpo a questa amarezza:
Au commencement du dix-septiéme Siécle la decadence
des belles Lettres en Italie fit tomber le bon Théâtre, & les Comediens
mercenaires, qui n’avoient jamais quitté leur impromptu & leurs Acteurs
masqués, se livrerent à la corruption, en éloignant de leur Théâtre
Il quadro sconfortante tracciato
dal capocomico, seppur riferito alla situazione del teatro italiano e dettato
dalla delusione per i suoi reiterati e abortiti tentativi di riforma, getta
tuttavia una luce livida su gran parte dell’esperienza del teatro dei comici di
mestiere, da lui costantemente vissuta come una pesantissima costrizione, come
un fardello di cui liberarsi quanto prima. Ne è prova ulteriore l’edizione del
1730 dell’Histoire du Théâtre Italien,
dove, in un estremo tentativo di allontanare e di consegnare definitivamente
alla storia il teatro dell’Arte, pubblicò i diciassette rami di François
Joullain su disegni di Charles-Antoine Coypel e Jacques Callot raffiguranti i
costumi – gli habits – dei principali
personaggi della Commedia dell’Arte, alcuni dei quali presentati nella loro
evoluzione storica: puri manichini svuotati della presenza degli attori che un
tempo li avevano incarnati.[4]
L’inquieto temperamento e le inclinazioni
riformatrici del direttore della Nouvelle Troupe Italienne hanno senza dubbio avuto
il sopravvento, nella storiografia, sulla sua esperienza attorica e
capocomicale: il che è perfettamente comprensibile, considerato il peso di
Riccoboni nel dibattito teorico intorno alla riforma del teatro settecentesco,
ma credo anche che in virtù di quel passaggio dalla platea all’accademia cui si
accennava prima, l’attenzione degli studiosi si sia appuntata sul Riccoboni
portatore di valori “alti”, ricacciando sullo sfondo le esperienze legate alle
pratiche artistiche e gestionali della scena e soprattutto sfumando, fino quasi
a dissolverne le tracce, ciò che ha caratterizzato la vita della seconda
Comédie Italienne specialmente dopo il ritiro dalle scene del capocomico
modenese. E in effetti, se facciamo astrazione dai monumentali volumi di Xavier
de Corville[5] che tracciano un
approfondito profilo del Riccoboni non solo riformatore ma anche direttore di
compagnia, e se prescindiamo dal citato studio di Meldolesi dedicato agli
Sticotti e dalla pubblicazione, a cura di Irene
Mamczarz, del Discorso della
Commedia all’improvviso insieme ad alcuni scenari inediti dello stesso
capocomico,[6] il contesto produttivo
della seconda Comédie Italienne, e in particolare per ciò che riguarda i
decenni successivi all’abbandono di Lelio, si presenta come un territorio ancora
in via di dissodamento, mentre acquisizioni anche abbastanza recenti della
storiografia continuano a soffermarsi su Riccoboni teorico.[7] Da questo
territorio emerge soprattutto l’ovvio, e cioè gli autori: altrettanto
ovviamente, su tutti campeggia Marivaux, anche se iniziano a farsi strada le
figure di figure di Pierre-François Biancolelli,[8]
Marc-Antoine Legrand,[9] Jean-Antoine
Romagnesi[10] e più recentemente Carlo
Veronese,[11] tuttavia spesso relegate
nelle pastoie testuali degli studi di francesistica.
Il ruolo di Riccoboni in tutta la
vicenda della Nouvelle Comédie Italienne è stato indiscutibilmente enorme,
tuttavia credo sia necessario fare astrazione dall’apporto del capocomico
modenese – quantomeno per ciò che riguarda il versante teorico e riformista – e
che occorra invece guardare alla storia dei comici italiani a Parigi secondo
un’ottica complessiva, tendente ad abbracciarne l’intera parabola, dall’esordio
nel maggio 1716 all’arrivo di Goldoni nel 1762, allo scopo di individuare le
linee di tendenza e le strategie artistiche e gestionali del loro operato,
collocandole nel particolare contesto della spettacolarità parigina del
Settecento.
Partiamo da un dato puramente
quantitativo, suddividendo, in prima istanza, l’attività della compagnia in due
periodi, il cui spartiacque è costituito giustappunto dal ritiro di Riccoboni
dalle scene nel
Dei titoli reperiti da De Luca meno
di un terzo – intorno ai trecentodieci – è stato rappresentato prima del 1729. Questo
dato appare perfettamente proporzionato all’intera parabola della compagnia,
essendo infatti riferito a circa un terzo della cronologia complessiva, il che
indica che dal 1716 all’arrivo di Goldoni nel 1762 – in tutto quarantasei anni –
l’attività della troupe, almeno da un punto di vista quantitativo sembra
essersi svolta con una sostanziale regolarità.
Ma perché i dati numerici abbiano
un senso devono essere in certa misura scomposti e rapportati a linee di
tendenza e a momenti significativi, cercando di capire come essi si dispongono
lungo la cronologia presa in esame. Proviamo ad esempio a decodificarli in
rapporto a uno degli snodi più importanti della produzione artistica della
Nouvelle Troupe Italienne, e cioè quello relativo alla cosiddetta
francesizzazione del repertorio: in questo torno di tempo circa la metà dei
testi rappresentati era costituita da pièces italiane, alle quali è
possibile aggiungere una quarantina di testi nei quali cominciavano ad
inserirsi scene in francese, raggiungendo così la cifra di circa centottanta pièces.
Fenomeno non certo nuovo, col quale si erano confrontati e cimentati con
successo già gli antichi Italiens nella
seconda metà del secolo XVII, e che può essere considerato come un fisiologico
processo di adattamento al nuovo contesto sociale e culturale e come l’unica
garanzia di relativa stabilità nel quadro generale della teatralità parigina. All’interno
del repertorio rappresentato dagli esordi nel 1716 al ritiro di Lelio, già a
partire dal 1717 si assiste a una progressiva utilizzazione della lingua
francese, sia attraverso la ripresa di commedie facenti parti del vecchio
repertorio dell’Ancien Théâtre Italien, sia con l’introduzione di scene
francesi all’interno del tessuto drammaturgico di scenari italiani, o con uguale
frequenza mediante un singolare processo inverso e cioè il ricorso a scenari
francesi composti da autori quali Charles-Antoine Coypel e Nicolas Fréret e
tradotti in italiano da Luigi Riccoboni. Questa progressiva francesizzazione
del repertorio sembra essere iniziata quasi per scommessa: secondo Desboulmiers
il grande successo riscosso dagli attori italiani grazie alla naturalezza con
cui avevano recitato il canovaccio L’Italien
marié à Paris di Lelio Riccoboni fece dubitare molti – e tra questi e pour cause gli attori della Comédie
Française – che il canovaccio fosse stato effettivamente recitato all’improvviso.
Nella polemica intervenne l’allora diciottenne Raymond de Sainte-Albine il
quale, per verificare le effettive capacità di improvvisazione degli italiani,
compose un canovaccio intitolato Lelio
Vainqueur des Epreuves de
Al di là del puro dato
aneddotico, questo episodio riveste una certa importanza proprio perché segna
l’avvio di quella progressiva francesizzazione del repertorio che di lì a breve
troverà esiti di compiutezza con la rappresentazione nel giugno 1718 del Naufrage au Port-à-l’Anglais scritto
interamente in francese da Jacques Autreau. L’anno precedente, altro elemento
non trascurabile, aveva fatto il suo ingresso in compagnia Pierre-François
Biancolelli, figlio dell’Arlecchino Dominique, il quale contribuirà in modo
decisivo, e forse addirittura più dello stesso Riccoboni, al consolidamento
della seconda Comédie Italienne nel parorama spettacolare parigino. Personaggio
eclettico, Biancolelli aveva maturato una notevole esperienza dapprima nel
circuito teatrale della provincia insieme alla compagnia diretta da Giuseppe
Tortoriti,[14] l’ultimo Scaramuccia
dell’Ancien Théâtre italien, e poi nel contesto dei teatrini delle fiere
parigine di Saint-Germain e di Saint-Laurent, contribuendo alla loro
rivitalizzazione mediante l’introduzione nel repertorio forain di
significativi stralci della drammaturgia del Théâtre Italien di Evaristo Gherardi, aprendo così la strada alle
sperimentazioni della triade Lesage, Fuzielier e D’Ornevale, modellate in larga
parte sulle modalità drammaturgiche degli antichi italiani riadattate al
contesto di fiera. Un personaggio quindi esperto conoscitore dei meccanismi del
teatro professionistico parigino, attento al temperamento e alla sensibilità
del pubblico, capace quindi di orientare le strategie produttive della nuova
compagnia italiana avendo ben presenti le caratteristiche del contesto
spettacolare della capitale francese. E anche un abile drammaturgo, se è vero
che già nel 1712 aveva dato alle stampe una sua prima raccolta di commedie,
composte, rappresentate e pubblicate singolarmente durante le lunghe tournées
per la provincia francese.[15] Dapprima
con l’inserimento di scene in francese all’interno degli scenari italiani di Luigi
Riccoboni, poi da solo o insieme a Marc-Antoine Legrand, Jean-Antoine Romagnesi
e Francesco Riccoboni, Pierre-François Biancolelli svolse un ruolo ormai ampiamente
noto nel processo di francesizzazione, così come assai conosciuta è anche la
sua attività di parodista, al cui vertice si collocano senza ombra di dubbio Agnès de Chaillot e Oedipe travesti scritte in collaborazione con Legrand.
Negli anni che precedono
l’avvento di Marivaux, sul palcoscenico dell’Hôtel de Bourgogne si
avvicendarono, tra le altre, pièces di Thomas-Simon Gueullette, Louis
Rustaing de Saint-Jorry, e persino di Louis Fuzelier, che aveva ormai
consolidato la sua celebrità come autore di fiera. Percorrendo l’elenco delle
commedie messe in scena dal 1716 al 1729, emerge con chiarezza che il
repertorio costituito da commedie interamente in italiano si concentra per
larga parte nei primi quattro anni di attività della compagnia a Parigi:
dall’esordio all’Arlequin poli par
l’amour di Marivaux furono rappresentate ben centoventiquattro pièces
italiane su un totale di circa centottanta dell’intero periodo preso in esame.
A partire da questo momento la presenza dell’italiano come lingua della
drammaturgia e dello spettacolo inizia a calare rapidamente, fin quasi a
scomparire completamente dal 1725, eccezion fatta per qualche inserto in scene
isolate.
Durante i primi anni di attività
lo sforzo di Luigi Riccoboni, a eccezione dello sfortunato episodio della
rappresentazione della Merope del
Maffei e del tentativo di cimentarsi sia pur controvoglia nel genere
tragicomico,[16] fu quello di tenere in
equilibrio la tradizione dei vecchi scenari con la drammaturgia franco-italiana
del Recueil Gherardi, un equilibrio
che tuttavia iniziò progressivamente a erodersi fin da subito con l’ingresso
delle presenze sopra menzionate, pragmatico trait-d’union
tra le istanze del capocomico sospese fra tradizione e riforma e le esigenze di
sopravvivenza di una compagnia costretta a relazionarsi con l’ambiente
circostante. E in effetti, se mettiamo a confronto i tempi del processo di
francesizzazione della vecchia e della nuova compagnia italiana durante questa
prima fase, ci accorgiamo agevolmente che nell’arco di neanche un decennio si
era compiuto ciò che antichi italiens
avevano pienamente realizzato nell’arco di almeno una ventina d’anni. Dalla
fine degli anni Venti e fino al termine del decennio successivo, gli scenari
italiani saranno completamente assenti dal palcoscenico dell’Hôtel de
Bourgnogne, e verranno ripresi strumentalmente solo al momento del debutto di
attori provenienti dall’Italia, come avvenne nel novembre del 1739 con la riproposta
del canovaccio di Luigi Riccoboni Les
Fourberies d’Arlequin, pièce d’esordio di Antonio Costantini nella
parte da secondo zanni,[17]
mentre a partire dagli anni Quaranta, l’avvento di Carlo Veronese darà un
impulso decisivo alla produzione di canovacci italiani, i quali, fino alla
chiusura degli anni Cinquanta, costituiranno un punto di forza nel panorama
delle forme spettacolari della compagnia italiana.
La sinossi del repertorio
testimonia che la storia della seconda Comédie Italienne si fonda, almeno dal
punto di vista delle dinamiche che presiedono alla messa in opera di
determinate strategie spettacolari, su una serie di eterni ritorni e sul ripetersi
di situazioni che sembrano costituire la struttura portante delle
sperimentazioni dei comici. Il fenomeno della francesizzazione del repertorio,
giunto a compimento tra gli anni Dieci e Venti del Settecento, è a questo
proposito decisamente emblematico: l’operato di Riccoboni pare ripercorrere a
tappe forzate la strada intrapresa dalla compagnia di Tiberio Fiorilli e
Domenico Biancolelli nella seconda metà del Seicento. Più che un esordio o una
nuova fondazione, l’avvento della Nouvelle Troupe Italienne sembra una
ripartenza, fondata non tanto sul repertorio dei canovacci importati
dall’Italia, quanto piuttosto su quello zoccolo duro costituito dalla vicenda
quarantennale dell’Ancien Théâtre Italien, una vicenda che si sostanzia non
solo di collaudati repertori testuali cui attingere, ma anche e forse soprattutto di una temperie produttiva
capace di riverberarsi ben oltre il tempo di durata della compagnia, e i cui
esiti si sono manifestati non solo in forme spettacolari specifiche ma anche mediante
una serie di prassi operative che negli anni dell’arrivo della troupe di
Riccoboni a Parigi erano ormai diventate un tratto pertinente della mentalità
di certa parte del teatro professionistico parigino.
L’agile drammaturgia ormai
interamente francesizzata elaborata dagli antichi italiani, la capacità di
attraversamento di generi mediante feconde intersezioni di prosa, musica,
canto, danza – di fatto quel nucleo da cui vent’anni dopo si originerà
l’opéra-comique – e la definitiva stabilizzazione di forme drammaturgico-spettacolari di
derivazione italiana nel particolare habitat delle fiere di Saint-Germain e di
Saint-Laurent, unitamente a presenze ormai francesi a tutti gli effetti come
Pierre-François Biancolelli o Jean-Antoine Romagnesi, costituirono di fatto il
retroterra culturale su cui andarono a innestarsi le scelte operative della
compagnia di Riccoboni.
Ma la sinossi del repertorio
mostra anche che in un panorama teatrale dominato da un lato, a livello
istituzionale, dal regime privilegiato della Comédie Française e dell’Académie
Royale de Musique et de Danse, e dall’altro dalla massiccia espansione dei
teatri di fiera,
Si può immaginare che Riccoboni
considerasse l’ingresso nel circuito teatrale delle fiere come una sorta di
ripiego dettato dalle contingenze del momento: in realtà dietro questa
operazione si può leggere la consapevolezza, quantomeno da parte di Biancolelli,
della necessità di intraprendere una strategia che andasse a innestarsi efficacemente
in uno dei contesti più vitali della spettacolarità parigina, assecondando le
inclinazioni del pubblico per il tramite di drammaturgie ormai ampiamente
sperimentate nei teatri di fiera e che a conti fatti altro non erano che lo
sviluppo di quelle linee parodiche, metateatrali e drammatico-musicali
originatesi in seno alla compagnia dell’Ancien Théâtre Italien.
Questa linea di tendenza
inaugurata nelle stagioni foraines degli inizi degli anni Venti, si tramutò in
una vera e propria struttura portante del repertorio nel decennio successivo,
dopo il ritiro di Luigi Riccoboni. È questa l’epoca del cosiddetto direttorio
dei figli, secondo la felice definizione di Meldolesi,[21] ed è
l’epoca in cui la compagnia è ormai completamente libera di sfruttare i
meccanismi della produzione spettacolare parigina e di avviare strategie almeno
di medio periodo. La linea prioritaria della triade Pierre-François
Biancolelli, Jean-Antoine Romagnesi e Francesco Riccoboni fu quindi quella di appropriarsi
delle forme drammatiche e spettacolari maturate nel primo ventennio del secolo
nell’ambito dei teatri non privilegiati e di riattualizzarle a partire da
quella capacità di adattamento e riconversione che è il tratto distintivo dei
comici di mestiere.
La parodia, anche in virtù della felice commistione di
musica, canto e danze, fu uno dei generi trainanti fino al 1745, anno della sua
momentanea soppressione.[22] E in
parallelo, già a partire dai primi anni della stabilizzazione parigina,
La coesistenza di queste forme spettacolari all’interno
del repertorio della compagnia non chiuse la strada, con l’avvento di Carlo
Veronese, al recupero della tradizione dei canovacci italiani, che dalla metà
degli anni Quaranta diventarono progressivamente forse l’unico elemento in cui
era immediatamente riconoscibile l’impronta originaria del teatro dell’Arte.
L’importanza di questo recupero si chiarisce con maggiore evidenza se si pensa
a quelli che poi saranno gli esiti conclusivi della seconda Comédie Italienne, con
la definitiva affermazione dell’opéra-comique nella formulazione datane da
Charles-Simon Favart negli anni successivi al suo esordio, avvenuto nel 1751.
Con gli anni Cinquanta inizia di fatto l’ultimo periodo della seconda compagnia
italiana a Parigi, il cui organico, nel pluridecennale adeguamento al
proliferare di generi caratterizzato da forte sbilanciamento nei confronti
della componente musicale e canora, si era di fatto scisso sulla base delle
rispettive competenze, dando luogo, come è stato opportunamente notato, al
profilarsi di una italiana e l’altra francese, sottomesse ad un unico statuto»:[23] da
un lato gli attori eredi della tradizione italiana quali Carlo Veronese e Luigi
Alessandro Ciavarelli, che avevano rilevato la maschera di Scapino un tempo
indossata dal vecchio comico Giovanni Bissoni; dall’altro attori francesi, cantanti e
ballerini, e tra l’uno e l’altro una fascia d’intersezione comprendente artisti
capaci di esibirsi nelle varie forme spettacolari. Vi erano Coraline,
sicuramente Carlin, Camille e Antoine-Etienne Balletti, tutti capaci di cantare,
ballare, recitare in italiano e in francese. Artisti eclettici, rispecchiavano
quella varietà cui era giunto lo spettacolo della Comédie Italienne.[24]
Ciò che avvenne negli anni
successivi è storia nota: 1762, arrivo di Goldoni e contemporanea fusione della
compagnia italiana con l’Opéra-Comique; nel 1779, dopo oltre un quindicennio in
cui le commedie italiane continuavano a convivere col repertorio francese e con
l’opéra-comique, una sentenza del Consiglio di Stato soppresse la seconda
Comédie Italienne.[25] Si
potrebbe quasi dire che la morte della compagnia italiana fu paradossalmente decretata
proprio da quel contesto che essa aveva contribuito a creare durante la sua
permanenza nella capitale francese, fagocitata da quelle stesse forme
spettacolari che aveva sviluppato e coltivato per oltre sessant’anni. Certo è
tuttavia che la vicenda dei nuovi Italiens, almeno al pari di quella dell’Ancien
Théâtre Italien, pare obbedire pienamente a ciò che richiedeva lo statuto dei
comici di mestiere: capacità di adattamento ai differenti contesti, creazione e
sperimentazione di nuove forme spettacolari, contaminazioni di generi e forme
di espressione artistica. Ma con l’approssimarsi del volgere del secolo e delle
ormai vicine tempeste rivoluzionarie, il febbrile artigianato dei comici
italiani, ancorato a forme produttive proprie dell’economia teatrale di Antico
Regime, non aveva quindi più motivo di esistere. Col decreto di soppressione
della compagnia nel 1779, Parigi si avvicinava ancora di più a quella industria
dello spettacolo che diventerà il tratto caratteristico del secolo successivo.
[1] C. MELDOLESI, Nota introduttiva a Gli Sticotti. Comici italiani nei teatri d’Europa del Settecento, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 1969, p. 7.
[2] L. RICCOBONI, Epistre à Son Altesse senerissime Monseigneur le Prince de Modene,
in ID., Observations sur la comédie et
sur le genie de Molière, Paris, Chez
[3] L. RICCOBONI, Histoire du Théâtre Italien, depuis la decadence de
[4] L. RICCOBONI, Histoire du Théâtre Italien, depuis la decadence de
[5] X. DE COURVILLE, Un apôtre de l’art du Théâtre au XVIIIe
siècle: Luigi Riccoboni dit Lelio. L’expérience italienne (1676-1715),
Paris, Droz, 1943; ID., Un apôtre de l’art
du Théâtre au XVIIIe siècle: Luigi Riccoboni dit Lelio. L’expérience
française (1716-1731), Paris, Droz, 1945; ID., Lélio premier historien de
[6] Cfr. L. RICCOBONI, Discorso della Commedia all’improvviso e scenari inediti, a cura di I. MAMCZARZ, Milano, Il Polifilo, 1973.
[7] Si veda ad esempio S. CAPPELLETTI, Luigi Riccoboni e la riforma del teatro. Dalla commedia dell’arte alla commedia borghese, Ravenna, Longo Editore, 1986.
[8] Su
Pierre-François Biancolelli cfr. M. ORSINO, Errances
d’Arlequin. Pierre-François Biancolelli aux Théâtres de
[9] Cfr. M.S. BURNET, Marc Antoine Legrand acteur et auteur comique, Paris, Droz, 1938.
[10] C. VINTI, Jean-Antoine Romagnesi al “Théâtre Italien”: gli esordi drammatici, Napoli, Edizioni Scientifiche Italiane, 1988; Il teatro di Jean-Antoine Romagnesi. Testi inediti ed esame linguistico, a cura di G. FABBRICINO TRIVELLINI, Napoli, Liguori, 1998.
[11] Cfr. C.A. VERONESE, Théâtre, a cira di G. SPARACELLO, Paris, Institut de Recherche sur le Patrimoine Musical en France (IRPMF), 2006. L’edizione degli scenari di Verone a cura di Giovanna Sparacello fa parte della collana digitale Les savoirs des acteurs italiens diretta da Andrea Fabiano nel quadro del programma interdisciplinare Histoire des Savoir dell’IRPMF (http://www.irpmf.cnrs.fr/savoirsitaliens.htm).
[12] E. DE LUCA, Il repertorio della Comédie-Italienne di Parigi (1716-1762) / Le Répertoire de la Comédie-Italienne de Paris (1716-1762), Paris, IRPMF, 2011: https://api.nakala.fr/data/11280%2Fd28df67b/d7300be2848911f9e68c934cf26b6c0f55391ab1.
[13] J.-A. JULLIEN dit DESBOULMIERS, Historie anecdotique et raisonnée du Théâtre Italien, depuis son origine en France jusqu’à ce jour, Paris, Veuve Duchesne, 1788, vol. I, pp. 161-164.
[14] Cfr. R. GUARDENTI, Per le vie della provincia: i comici italiani e “La vengeance de Colombine” di Nicolas Barbier, in «Biblioteca Teatrale», n.s., 1992, 25, pp. 1-36.
[15] P.-F. BIANCOLELLI, Nouveau Théâtre italien contenant le Prince généreux ou le Triomphe de
l’amour,
[16] Si pensi ad esempio a Samson (28 febbraio 1717), a Le Prince Jaloux (30 maggio 1717), a Griselde (23 agosto 1717), ad Adamire ou la statue del honneur (13 novembre 1717), adattata dall’omonimo testo di Giacinto Andrea Cicognini. Alcune di queste pièces furono comunque ben accolte dal pubblico francese, come ricorda il Marchese d’Argenson: «Rien de plus ingénieux que les intrigues de cette pièce; le merveilleux se réduit à une passion capricieuse qui figure toujours l’amour noble de l’honneur; tout caprice peut entrer dans la teste des femmes, heureux quand l’idée en est annoblie. Les Italiens, et encore les Espagnoles, sont de grands maistres dans les romans d’intrigue et d’amour. La pièce est ecritte avec esprit. Le bas comique d’Arlequin, de Pantalon et de la vieille Pasquelle est un deffaut général à touttes les pièces italiennes; nous l’avons copié dans nos anciennes pièces, on prétend que nous l’avons aussy trop abandonné» (R.-L. DE VOYER DE PAULMY-MARQUIS D’ARGENSON, Notices sur les oeuvres de théâtre [ms. 3448-3455], a cura di H. LAGRAVE, Studies on Voltaire and the Eighteenth Century, XLII-XLIII, Institut et Musée Voltaire, Genève, 1966, p. 643.
[17] Cfr. T.-S. GUEULLETTE, Notes et souvenirs sur le Théâtre Italien au XVIIIe siècle, publiés par J.-E. GUEULLETTE, Paris, Droz, 1938, p. 48.
[18] F. PARFAICT-C. PARFAICT, Mémoires pour servir à l’histoire des
spectacles de
[19] Si pensi ad esempio a La désolation des deux Comédies (9
ottobre 1718), Le procès des Théâtres
(20 novembre 1718),
[20] PARFAICT, Mémoires pour servir à l’histoire des spectacles de
[21] C. MELDOLESI, Il teatro dell’arte di piacere. Esperienze italiane nel Settecento francese, in Il teatro nel Settecento italiano, a cura di G. GUCCINI, Bologna, Il Mulino, 1988, pp. 244-246.
[22] Il divieto di rappresentazioni parodiche, ritenute lesive delle prerogative dell’Académie Royale de Musique, restò in vigore fino al 1751.
[23] DE LUCA, Il repertorio della Comédie-Italienne di Parigi, cit., p. 7.
[24] E. DE LUCA, «Io Rinasco». Storia e repertorio della Nouvelle Comédie Italienne, tesi di laurea, Università degli Studi di Firenze, Facoltà di Lettere e Filosofia, a.a. 2006-2007, vol. I, pp. 53-54.
[25] É. CAMPARDON, Les Comédiens du Roi de