Gli
anni in questione sono quindi quelli in cui prende corpo una visione politica,
all’interno della quale le arti dello spettacolo giocano un ruolo fondamentale
e imprescindibile quale veicolo di crescita culturale e di coesione sociale,
facendo diventare al contempo Firenze un crocevia di esperienze teatrali di
rilevanza internazionale. Non che la città fosse estranea a questa dimensione,
basti pensare alla Rassegna internazionale dei Teatri Stabili, che dalla metà
degli anni Sessanta era stata non solo una prestigiosa vetrina capace di
veicolare esperienze artistiche provenienti dalle più disparate latitudini
culturali, ma anche occasione di riflessione sugli statuti teorici e sui
protagonisti del teatro del Novecento, grazie a una serie di convegni che
avevano mobilitato i migliori specialisti di settore italiani e stranieri. Una
vicenda, quella della Rassegna internazionale, che meriterebbe studiare in profondità.
Per
quanto riguarda il Rondò di Bacco, questo spazio può essere considerato oggi,
con la giusta distanza storica, come il luogo privilegiato della ricerca e
della sperimentazione teatrale nella Firenze di quegli anni. E il mezzo secolo che
ci separa da quella feconda stagione ci autorizza a tentare di ricostruirne il
percorso storico, cercando di mettere in evidenza il contesto che ne ha
determinato la nascita e di ripercorrerne, limitandoci qui a qualche esempio, alcune
delle tappe principali.
Impresa
non semplice, dal momento che la dispersione e talvolta la parziale
accessibilità delle fonti la rende particolarmente ardua e accidentata, per cui
il nostro percorso si fonderà prevalentemente su documenti eterogenei per la
maggior parte conservati nell’Archivio di Andres Neumann, il produttore
teatrale di origine boliviana che è stato il vero e proprio
delle prime tre stagioni del Rondò di Bacco nella seconda metà degli anni
Settanta, e in parte su una limitata serie di fonti appartenenti all’Archivio
del Teatro Regionale Toscano, attualmente conservato in attesa di una adeguata
catalogazione presso la Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze.
Non
starò a ripercorrere le vicende architettoniche dell’ala di sinistra di Palazzo
Pitti, il Rondò di Bacco, che deve il proprio nome alla vicinanza, nel Giardino
di Boboli, della fontana del Nano Morgante detto il Bacchino di Valerio Cioli.
Mi limiterò a ricordare che l’ala del Rondò di Bacco, realizzata tra il 1783 e
il 1799 dall’architetto Niccolò Gaspero Maria Paoletti, negli anni Cinquanta del
secolo scorso fu ristrutturata dall’architetto Rolando Pagnini, trasformando la
sala originale in teatro, inizialmente destinato alle attività del Circolo
della Soprintendenza, per poi diventare, dal 1962 al 1966, sede dell’Istituto
del Restauro dei monumenti della Facoltà di Architettura fondato da Piero
Sanpaolesi.
Dal
1968 recupera la propria destinazione teatrale ospitando la compagnia Ouroboros
a partire dal 1968 diretta da Pierluigi Pier’Alli e nel 1972 la rassegna
Ricerca
1. Prima informativa globale italiana del teatro di ricerca, organizzata
dal Teatro della Pergola e promossa dall’Ente Teatrale Italiano. Ma l’epoca in
cui il Rondò di Bacco assurse al ruolo di vetrina internazionale della ricerca
teatrale ebbe inizio il 3 dicembre 1975 quando la sala entrò a far parte
ufficialmente del circuito del Teatro Regionale Toscano, inaugurando così la
presenza dell’istituzione regionale nella città di Firenze. Lia Lapini, sulle
pagine di «Paese Sera», annunciò così l’apertura del Rondò:
Si
apre a Firenze, con l’inizio del mese prossimo, un nuovo spazio teatrale che
stabilmente verrà ad affiancarsi alle altre strutture teatrali cittadine,
arricchendole di una sede ufficialmente riservata agli spettacoli sperimentali
e venendo così a colmare un grosso e grave vuoto. Riconoscendo nei gruppi
professionali di sperimentazione un settore teatrale che ha oggi acquistato una
propria precisa autonomia espressiva, e come tale considerandolo come uno dei
momenti indispensabili per un reale sviluppo culturale del fatto teatrale,
perché stimolo a un linguaggio antiletterario e fantastico, il Teatro Regionale
Toscano ha voluto dare a Firenze e alla Toscana uno «Spazio teatro sperimentale»
che sia luogo permanente di informazione nel settore e stabile polo di
riferimento per un motivato e coerente lavoro di ricerca espressiva.
Il
Rondò di Bacco di Palazzo Pitti, che già in passato ospitò alcune rassegne di
ricerca teatrale, e che è particolarmente attivo da qualche anno come sede del
gruppo fiorentino Ouroboros, è stato individuato come luogo adatto ad
accogliere le proposte più nuove e interessanti della odierna sperimentazione.
[3]
Andres
Neumann, che nei primi anni Settanta era stato uno degli animatori del Festival
di Nancy insieme a Jack Lang, il futuro Ministro della Cultura francese,
ricorda così l’apertura del Rondò che lo vide coinvolto in prima persona:
Al
Festival di Nancy era arrivata la lettera di un gruppo teatrale fiorentino
chiamato Ourobors e diretto da un certo Pier’Alli, con sede in una sala di
Palazzo Pitti, il Rondò di Bacco, Negli ambienti della sinistra che frequentavamo
nessuno conosceva Pier’Alli né l’Ouroboros. Una sera mi presentai in quella
sala e mi trovai ad assistere alle prove de La morte della geometria di
Giuliano Scabia, e sia il lavoro che gli attori mi parvero interessanti e
accoglienti. Fu in quel momento che ebbi un’idea rivelatasi decisiva per il mio
futuro: proposi a Pier’Alli di organizzare al Rondò di Bacco una stagione di
teatro d’avanguardia unica in Italia, invitandovi i gruppi migliori da me
frequentati a Nancy e chiedendo il finanziamento del progetto al Teatro Regionale
Toscano. Detto fatto. L’idea piacque a Roberto Toni del Teatro regionale
Toscano e io mi trovai a dirigere, con fondi scarsi ma sufficienti, uno spazio
con una capacità di duecento posti nel quale passarono per tre stagioni
successive, e in totale esclusiva, i migliori artisti delle avanguardie
mondiali.
[4]
Al
di là della memoria personale di Neumann e dell’aneddotica, l’acquisizione
dello spazio del Rondò di Bacco Rondò da parte del Teatro Regionale Toscano fu in
realtà l’ultimo atto di un lungo percorso iniziato diversi anni addietro, già a
partire dal 1970, con la convocazione da parte della Giunta Regionale Toscana
di un «incontro sulla iniziativa teatrale in Toscana»
[5] con la proposta di
istituire una consulta regionale dello spettacolo, mentre nel novembre del 1971
si giunse all’approvazione del documento
Ipotesi di un Teatro Regionale
Toscano.
A
questo si aggiunge
– come emerge da un’intervista fatta da Andres
Neumann a Roberto Toni – definito dallo stesso Neumann come «il Paolo Grassi
della Toscana»
[6]
– qualche mese prima dell’apertura della stagione teatrale del 1975-1976, che uno degli snodi essenziali del processo
che avrebbe poi portato alla nascita del Teatro Regionale Toscano poteva essere
individuato nella costituzione nel 1971 del Comitato di Iniziativa per il
Decentramento Teatrale finalizzata alla distribuzione di spettacoli in diversi
comuni della provincia di Firenze, evidenziando il ruolo di alcune formazioni
emergenti, quali il Gruppo della Rocca di Roberto Guicciardini e il Teatro
della Convenzione di Valerio Valoriani.
Due anni
più tardi, con l’apertura della stagione 1972-1973, grazie alla cooperazione
tra le varie Province toscane, la Regione e col concorso finanziario degli enti
locali sarebbe nato il Teatro Regionale Toscano, il cui statuto venne approvato
dal Consiglio Regionale a maggioranza: favorevoli PCI, DC, PSI e PRI; astenuti
PSDI e PLI, contrario il MSI.
[7]
Obiettivi
di fondo del nuovo organismo la crescita culturale delle realtà sociali
interessate, il coordinamento delle produzioni del Teatro Regionale Toscano con
i teatri comunali anche in un’ottica di «garantire una maggiore efficienza e
stabilità organizzative ai cartelloni e condizioni economiche più vantaggiose
sulla base di trattative complessive e non individuali»
[8] e,
last but not least,
l’incremento del numero degli spettatori che, ricorda Toni, nelle prime quattro
stagioni era raddoppiato raggiungendo la bella cifra di quattrocentocinquantamila
presenze.
[9] E occorre anche ricordare
che al di là delle ovvie finalità di produzione e di distribuzione di
spettacoli, il Teatro Regionale Toscano contribuì alla diffusione della cultura
teatrale anche per mezzo della rivista «Quaderni di Teatro», diretta da Renzo
Ricchi, del cui comitato scientifico facevano parte i migliori esponenti della
ricerca teatrale in ambito accademico. Due nomi su tutti: Cesare Molinari e
Ludovico Zorzi.
È
questo il contesto istituzionale in cui si collocò l’apertura del Rondò di
Bacco, sostenuta col concorso di vari soggetti, dalla Regione Toscana alla
Provincia e al Comune di Firenze, dal mondo dell’associazionismo alla Rassegna
dei teatri stabili, alla stessa Compagnia Ouroboros.
Gli
spazi del Rondò furono dati in concessione al Teatro Regionale Toscano dal Circolo
Dipendenti della Soprintendenza ai Beni Ambientali e Architettonici. Dalla
documentazione emerge un contratto, redatto su foglio protocollo e datato 31
dicembre 1976, a firma autografa dell’allora presidente del Circolo Romano
Ragazzini e del Presidente del Teatro Regionale Toscano Mario Sperenzi, nel
quale, preso atto dell’esito positivo dell’utilizzo del teatro durante la
stagione 1975-1976, vengono definiti i termini della concessione che, a fronte
della fruizione gratuita degli spazi, imponeva all’associazione teatrale, oltre
all’ovvio carico delle utenze e delle spese di gestione, la manutenzione degli
impianti e soprattutto la ricostruzione a proprie spese dell’impianto elettrico
e di quello del riscaldamento, che per la loro vetustà non consentivano
l’agibilità della sala. Una nota manoscritta a lapis, in calce al documento, parzialmente
sopravvissuta a una cancellatura e comunque leggibile, reca la seguente frase: «In
tutti i contratti ci vuole il n. di codice fiscale. Questo contratto ci taglia
le gambe per ogni volta che succede qualche cosa».
[10] Come evidenzia questa
nota lapidaria, il rapporto tra il Teatro e il Circolo Dipendenti della
Soprintendenza non fu sempre lineare e anzi, da una preliminare consultazione
del Fondo del Teatro Regionale Toscano si possono rintracciare frequenti
contenziosi relativi all’uso degli spazi, alla loro manutenzione, al pagamento
delle utenze, così come emergono tensioni nei rapporti tra il Teatro Regionale
Toscano e le compagnie impegnate sul palcoscenico del Rondò, legate
prevalentemente alla difficoltà che l’ente teatrale incontrava nel saldare i
compensi dovuti agli artisti e a maestranze di vario genere, a causa di
frequenti ritardi nei finanziamenti da parte dell’allora Ministero del Turismo
e dello Spettacolo e degli enti locali, come si evince ad esempio da questa
lettera del 3 ottobre 1981 indirizzata all’Assessore alla Cultura del Comune di
Firenze, Fulvio Abboni, da parte del presidente del Teatro Mario Sperenzi:
Caro
Abboni,
con
riferimento al nostro incontro del 28 settembre scorso, sollecito una conferma
scritta da parte del Comune di Firenze del contributo di L. 45.000.000 per la
stagione teatrale al Rondò di Bacco il cui programma ti allego.
È
necessario che il suddetto contributo venga erogato entro e non oltre il 15
gennaio ’82, al fine di poter provvedere al saldo dei cachets delle compagnie.
Come ti dissi durante il nostro incontro, le compagnie non accettano quest’anno
dilazioni di pagamento e le disponibilità finanziarie del Teatro Regionale
Toscano non consentono di anticipare l’importo concordato con il Comune di
Firenze.
Resto
in attesa di tue rassicurazioni e ti invio cordiali saluti.
[11]
Ma
al di là di queste vicende – che sarebbe particolarmente utile approfondire in
altra sede, poiché gli aspetti di carattere economico e finanziario non sono
certo marginali nella vita di un teatro – l’individuazione del Rondò di Bacco
quale sede dello Spazio Teatrale Sperimentale non era certo stata casuale, dal
momento che la sala qualche anno prima, come ho ricordato all’inizio, aveva
recuperato la sua destinazione teatrale grazie all’operato di Pierluigi Pier’Alli
e al suo gruppo Ouroboros, che proprio in quello stesso 1975, poco prima che il
Rondò entrasse a far parte del circuito del Teatro Regionale Toscano, si era
reso protagonista nel mese di aprile di una messa in scena memorabile,
Morte
della geometria, su testo poetico di Giuliano Scabia, una «scrittura
scenica in cinque stazioni»,
[12] dedicata all’artista
figurativo Paolo Scheggi scomparso qualche anno prima. I rarefatti e metafisici
brevissimi duetti poetici di Scabia che si susseguono in un mitico viaggio della
barca (il corpo dell’uomo) attraverso la grotta degli Alfabeti nella quale sono
custoditi tutti i linguaggi, passando dal cunicolo dei morti, arriva al
giardino dei canti per giungere poi ai venti cosmici,
[13] costituiscono per
Pier’Alli il diapason mediante il quale riverberare nello spazio scenico del
Rondò, sullo sfondo sonoro del
Tango di Stravinskij, una serie di azioni
contrassegnate da un rigore assoluto e tendenti verso l’astrazione attraverso
passaggi degli attori da un lato all’altro del palcoscenico, in una cornice
scenografica scarna ed essenziale, dominata dal contrasto di bianco e di nero di
due piani inclinati, con suggestivi e altrettanto rigorosi inserti luministici
ad opera degli attori stessi, che recavano luci colorate, in uno spazio si
potrebbe dire definito da quinte sonore non intelligibili, costituite da
modulazioni vocali o dal reiterarsi di note che rimarcavano i percorsi compiuti
a più riprese dagli attori. Considerato come l’esito conclusivo della prima
fase del cosiddetto Teatro immagine,
[14] Morte della geometria
ebbe un successo straordinario inanellando una serie cospicua di repliche in
tutta Italia e diverse
tournées all’estero, dal Belgio alla Polonia, al
Venezuela.
Una
recensione di Sergio Cabassi su «Il Resto del Carlino», relativa alla prima
fiorentina del 1975, pur non manifestando un’adesione incondizionata allo
spettacolo – ed anzi, proprio per questo particolarmente utile e interessante –
restituisce efficacemente le modalità dell’operazione condotta da Pier’Alli,
per il quale
il testo
è soltanto un punto d’approccio, uno stimolo per un astratto rito teatrale, per
una proposta – spiega il regista […] – di «spazi/colore e di spazi/suono». Il
dato che conta, e comunque quello che arriva abbastanza chiaro allo spettatore
non adeguatamente predisposto, è il viaggio: come itinerario psichico, come
mutamento, come trapasso, anche come ritualità. Pier’Alli, in aggiunta, assume
il viaggio come ritualità teatrale, e lo rende con tutto uno ieratico
spiegamento di effetti mimici e formali.
Preziosi
giochi luminosi, tenebre tagliate da sciabolate di luce, inquieti barbagli,
leggere stoffe che diventano quasi raggi pastosi, morbide fiamme. Un lento
trascorrere dei corpi, un apparire, uno svanire: la mimica lenta, estenuante,
sonnambolica. L’effetto è quello di un mondo lontano, equoreo, di un sogno da
anestesia, fluttuante e nitidissimo. Erompono, a tratti, nebbiosi bisbigli,
mugghi arcani, e urla, quel che rimane del poemetto di Scabia, e pure prorompe
la spirale sonora del Tango di Stravinski (ma anch’essa slabbrata, lacerata,
sconnessa).
[15]
La
prima stagione dello Spazio Teatro Sperimentale del Rondò di Bacco si aprì con Sacco
di Claudio Remondi e Riccardo Caporossi, spettacolo dal sapore beckettiano
che aveva debuttato l’anno prima a Roma, imperniato su un’azione di stampo
sadomasochistico dove il Carnefice (Caporossi) e la Vittima – il sacco (Remondi)
– sperimentano strumenti di tortura che consentono loro di reiterare gesti e
suoni.
Strutturato
sulla base di un vero e proprio
storyboard per immagini disegnato dai
due artisti,
[16]
lo spettacolo porta in scena un sacco che viene torturato dal Carnefice che
senza dire una parola utilizza utensili assurdamente iperdimensionati – delle
tenaglie, un argano, una corda, delle cesoie – fino a che dal sacco medesimo
non iniziano a fuoriuscire, come da un utero primordiale, le membra di un
individuo che si lamenta con suoni inintelligibili e che finisce per apparire
in scena seminudo, fino a che, pochissimo tempo dopo, il carnefice non lo
cattura nuovamente costringendolo in un mantello verde col quale lo porta via
dalla vista degli spettatori.
Lo
spettacolo si snoda in una scena che non tende a una ricostruzione realistica
degli ambienti, sotto una luce forte e uniforme che enfatizza la presenza e la
funzione drammaturgicamente attiva degli enormi accessori, con gli spettatori
disposti su due lati, l’azione scenica al centro, testimoni di un supplizio
dagli accenti innegabilmente rituali, scandito, oltre che dai gemiti
inarticolati della vittima, dal rumore degli utensili impiegati per le torture.
Ulteriore inconsapevole protagonista e altrettanto involontario testimone, un criceto
racchiuso in un contenitore di vetro, sorta di doppio della condizione
ineluttabile dell’uomo racchiuso nel sacco e al tempo stesso raddoppiamento
dello spettatore. Lo spettacolo ebbe un enorme successo e trovò il favore
unanime e incondizionato della critica teatrale fiorentina, mettendo d’accordo
temperamenti diversissimi, come quello di Paolo Emilio Poesio e Sara Mamone,
critico de «La Nazione» il primo, corrispondente per «l’Unità» la seconda:
La loro violenza, del resto, [afferma Poesio] non è
mai raccapricciante, non ha nulla di macabro, risponde alla linea di un gioco
scenico che non esclude affatto, anzi vi accede qua e là, la situazione comica
o ironica: è una violenza, quella esercitata sull’uomo nel sacco, in cui c’è,
sottintesa, una componente d’amore. Non a caso quando stanno per essere usati
il pugnale o la pistola – quando cioè si arriva alla catastrofe irrimediabile –
l’arma cade di mano, il colpo non parte. D’altronde un valore simbolico andrà
pure attribuito a quel criceto che è involontario quanto innocente terzo
personaggio dell’azione e assiste impassibile – anch’egli in un contenitore –
agli inani sforzi dell’uomo nel sacco di recuperare una libertà illusoria. Lo
spettacolo procede con un uso abilissimo dei mezzi a disposizione e con il
ricorso alla continua sorpresa (c’è persino un’eco degli spettacoli di
illusionismo nel proliferare degli oggetti o nella incredibile capacità del
sacco di contenere individuo e cose).
[17]
E Sara
Mamone giunse di fatto alla medesima conclusione, dopo aver messo in evidenza
l’intenzionalità quasi chirurgica dello spettacolo, col pubblico ad assistere
quale spettatore in un vero e proprio teatro anatomico:
Le
luci restano accese nella sala a diminuire il distacco tra attori e platea in
una fittizia ricerca di partecipazione, che viene infatti repressa e negata
subito dopo essere stata imperiosamente richiesta: la rappresentazione si
attesta sul piano della lucidità e del rigore, senza cedimenti, senza
confusione di ruoli: lo spettatore osserva e analizza. Davanti a lui un uomo
con le labbra incerottate, il busto stretto in una specie di corazza, ai piedi
una sorta di coturni enormi, spinge, batte, colpisce un sacco informe e
mugolante. La tortura è lenta, scientifica, fantasiosa, gli strumenti che
occupano in bell’ordine i lati del palcoscenico vengono usati con esperta
crudeltà, da una valigetta vengono estratti quelli più sofisticati, a
testimonianza di una precisa «professionalità».
[18]
E
conclude:
L’allegoria
della condizione umana risulta evidente, come chiari ed accettabili sono i
molti significati che volta a volta nascono dallo snodarsi di questo singolare
campionario di oggetti inutili. Più che la decifrazione di un messaggio
peraltro trasparente, importa il definirsi del rapporto intercambiabile, certo
di violenza, forse anche di amore.
[19]
Iniziò
dunque così, nella stagione 1975-1976, un’avventura che fece della Sala del
Rondò di Bacco l’epicentro della sperimentazione teatrale in Italia, non solo
attraverso pure e semplici ospitalità ma anche grazie ad alcune produzioni
sotto l’egida del Teatro Regionale Toscano, con un impatto non certo
trascurabile, anche dal punto di vista numerico, sulla vita teatrale
fiorentina, portando in scena, nelle sei stagioni di apertura del teatro, novantanove
spettacoli. Un numero certamente ragguardevole, cui si aggiungono quali momenti
significativi dell’attività della sala fiorentina anche diversi incontri/dibattiti
con alcuni dei protagonisti della vita teatrale e culturale di quegli anni, tra
i quali si distinguono i nomi di Giuliano Scabia, Meredith Monk, Italo Moscati,
Aldo Rostagno, Achille Bonito Oliva, Lara Vinca Masini, Ermanno Migliorini.
Un’attività
polimorfica, dunque, quella del Rondò di Bacco, fondata strutturalmente sulla
varietà e l’articolazione delle proposte: non solo spettacoli, ma momenti e
occasioni di riflessione sulla necessità e le modalità del fare teatro,
contribuendo così a un’operazione culturale di ampio respiro, capace di
risvegliare la coscienza critica di un’intera generazione di spettatori. E anche
se valutiamo l’attività del Rondò da un punto di vista meramente quantitativo,
ci rendiamo conto che siamo di fronte a numeri di tutto rispetto, che, se
inseriti nel quadro complessivo della programmazione del Teatro Regionale
Toscano, rendono efficacemente conto del ruolo benemerito svolto da questa
istituzione nel quadro della promozione della cultura teatrale in Toscana.
Al
di là dei numeri ciò che in realtà meglio caratterizza questa stagione
straordinaria della vita teatrale fiorentina, è la qualità delle proposte
artistiche che hanno animato il cartellone del Rondò. Si distinguono, nel
complesso della programmazione delle stagioni, gruppi e artisti di livello
internazionale, quali il Living Theatre, che nella prima stagione portò sulle
scene del Rondò le Sette meditazioni sul sadomasochismo politico, a
Meredith Monk, l’Odin Theatres di Eugenio Barba, i Bread and Puppet, Bob
Wilson, il rigoroso ma gelido Sholiba del gruppo giapponese Sankaj Juku;
oppure sul versante italiano, Giuliano Vasilicò, che portò in scena un Proust
giocato su rarefatti registri dell’inconscio, spettacoli memorabili come Il
compleanno di Harold Pinter interpretato e diretto da Carlo Cecchi, Rosmersholm
di Ibsen per la regia di Massimo Castri, o ancora Katzenmaker di
Santagata e Morganti, I gioielli indiscreti diretti da Roberto
Guicciardini, La ballata dell’amore e della morte di Rilke portata in
scena da Franco Branciaroli, e poi ancora Memè Perlini, Leo de
Berardinis, Pier’Alli con la ripresa di Morte della geometria, Impedimenti
e La signorina Giulia.
Su tutti
spicca però il nome di Tadeusz Kantor, autore de La classe morta, andata
in scena nel gennaio del 1978, lo spettacolo che può essere considerato come
l’emblema dell’intera parabola dello Spazio Teatrale Sperimentale del Rondò di
Bacco, uno spettacolo che è rimasto impresso nella memoria della generazione di
spettatori di allora e che si è imposto come modello di riferimento per molti
registi degli anni successivi.
Ma
oltre a far conoscere al pubblico fiorentino i maggiori esponenti della ricerca
internazionale o i protagonisti della sperimentazione teatrale italiana, contribuendo
al suo affrancamento da quella dimensione provinciale e autoreferenziale che
può essere considerata come il suo tratto distintivo, lo spazio del Rondò di
Bacco è stato anche l’ulteriore banco di prova di giovani e gruppi emergenti,
che proprio in quegli anni si stavano affermando autorevolmente nel panorama dello
spettacolo nazionale e internazionale. A parte il caso eclatante di Roberto
Benigni diretto da Giuseppe Bertolucci in Cioni Mario di Gaspare fu Giulia,
ne cito solo due, legati all’area fiorentina: il Carrozzone, poi Magazzini
Criminali di Federico Tiezzi, Sandro Lombardi e Marion d’Amburgo, presenti in
più stagioni con spettacoli quali Presagio del vampiro, Vedute di
Porto Said e Crollo nervoso, e Pupi e Fresedde di Angelo Savelli, che
nella stagione 1976-1977 portarono in scena La terra del rimorso,
spettacolo ispirato al celebre saggio di Ernesto De Martino, che per la
compagnia diretta da Angelo Savelli segnò l’avvio di una ricerca pluriennale di
stampo antropologico, legata alle tradizioni popolari, continuata nel 1978
sempre al Rondò di Bacco con Sulla via di San Michele, approdando a
spettacoli memorabili come I balli di Sfessania, intelligentissimo
recupero delle pratiche performative della Commedia dell’Arte. La terra del rimorso, ricorda Siro
Ferrone in una sua recensione su «l’Unità»,
ricostruisce,
servendosi appunto delle indicazioni fornite dal libro di De Martino oltre che
delle informazioni raccolte direttamente in ambiente meridionale, le successive
stazioni di una via crucis popolare. Al centro è l’episodio del «tarantismo»,
che prevede il rito, assai noto, della liberazione mediante musiche e danze dal
venefico influsso del morso della tarantola. Protagonista è la donna. Vi sono
però altri materiali da spettacolo nella tradizione popolare meridionale e
pugliese in particolare: le canzoni (recuperate dalla ricerca del gruppo o
prese in prestito dalle ricerche di Diego Carpitella), le tarantelle (ricalcate
o rielaborate dagli originali soprattutto salentini), gli stessi lenzuoli che
servono da scenografia e da costumi, mutuati dal rituale del tarantismo. Il
gruppo diretto dal regista Angelo Savelli ha fatto un collage di questo
materiale organizzandolo secondo la storia simbolica di una donna pugliese. Le
luci si spengono e accendono dolcemente su immagini stilizzate (mute, cantate,
danzate, processionali) che rievocano il lavoro domestico, la serenata, la
magia, la processione, la festa, le nozze, il rito funerario, il lavoro nei
campi, il morso della tarantola, la cura e l’esorcismo, il bisogno di riscatto,
l’emigrazione al nord. La parabola è troppo didattica (con la moralità finale),
così come tutte le sequenze dello spettacolo sono troppo fiduciosamente
documentarie. […] Il gruppo di «Pupi e fresedde» dimostra poi una tale
padronanza dei mezzi espressivi, ed anche un’eleganza di dettato, che può
indurre in tentazione lo spettatore: avviandolo ad una frequentazione della
«autonomia popolare» che è tanto illusoria quanto affascinante. Proprio per
questo mi pare che le parti in cui più dichiaratamente si rielabora e
ristruttura il materiale di partenza siano le più efficaci, quelle
assolutamente degne di elogio. Mi riferisco alle sequenze in cui la
disposizione onirica, che nel programma di sala si dichiara presiedere tutta
l’operazione drammaturgica, trasforma in modo surreale la materia popolare e
folklorica: come nella danza delle spade, che mi pare quasi perfetta.
[20]
Sulla
via di San Michele
prosegue la linea di indirizzo tracciata da La terra del rimorso,
rivisitando la tradizione di una antica sacra rappresentazione meridionale,
centrata sul rito di iniziazione di un giovinetto alla vita. Protagonisti della
vicenda tre figure: l’Angelo Padre, il quale, dinanzi alla Madre-Madonna,
allontana il Figlio-Angelo e lo spinge sulla via di San Michele, dove il
fanciullo incontra la morte che lo spinge a guardarsi dentro e ad attraversare
il regno delle ombre, dopo che un drago lo ha ingoiato. Come ricorda ancora
Siro Ferrone,
Tramite
un incastro di scene musicali (canti del folclore e danze rituali) il viaggio
si fa rivelatore per via onirica: il giovane scopre la sua ambivalenza
sessuale, la accetta uccidendo il drago, finché la stessa Madre-Madonna gli si
scopre nella sua vera natura di sesso maschile. Anche l’Angelo-Fanciullo, a
questo punto, si spoglia della vestizione mitologica, e indossa i pantaloni
jeans nostri contemporanei. Il rito è al suo culmine, e l’angelo vola
simbolicamente dalla Terra al Cielo: nel contenitore dell’ambiguità sessuale si
esorcizza la diversità, che viene quindi proiettata verso il Divino.
[21]
Uno
spettacolo denso, complesso, fondato sul dispiegamento una folta rete di
simboli, declinata in una dimensione introspettiva di carattere psicoanalitico,
capace di tenere insieme in un calibrato equilibrio due tra gli elementi
caratteristici della ricerca teatrale di quegli anni, l’indagine e il recupero
di forme performative e musicali della tradizione popolare e lo stretto
contatto con le profondità dell’inconscio.
Per quanto riguarda i Magazzini
Criminali, Crollo nervoso viene riproposto nell’autunno del 1980 dopo
che aveva debuttato alla XIII Rassegna Internazionale dei Teatri Stabili. Dopo
le prime due fasi del gruppo, legate al Teatro Immagine e al Teatro
analitico-patologico-esistenziale, Crollo nervoso può essere considerato
come lo spettacolo simbolo della terza, quella della cosiddetta Nuova
spettacolarità, contrassegnata dalla massiccia presenza dei linguaggi della
Postmodernità, della video arte, dei paesaggi urbani e della cultura pop. Lo
spettacolo, articolato in quattro episodi Mogadiscio 1985, Los
Angeles International Airport. Tre anni dopo; Saigon 21 luglio 1969;
Africa agosto 2001, attinge a piene mani all’immaginario della cultura
contemporanea, a cominciare dai personaggi, quali Willard, desunto da Apocalypse
Now di Francis Ford Coppola, Neil Amstrong, Bruce Lee, Dallas (possibile
riferimento a Jacqueline Kennedy), Skateboarder, collocati in una cornice
studiare
costituita da frammenti di brani, tra gli altri, di Brian
Eno, Robert Fripp, Billie Holliday, Jon Hassel, Miles Davis, David Byrne, John
Lennon. La scena, pensata dai Magazzini con Alighiero Boetti e lo Studio
Alchimia di Alessandro Bendini, è delimitata da tende alla veneziana e costellata
da oggetti inanimati che si mettono in moto (cactus, modellini di aerei, luci
al neon) è il luogo in cui i personaggi si fanno portatori di un nonsense
verbale e di movimenti nervosi ossessivamente reiterati.
In
apertura ho accennato all’esposizione del 1975
Il luogo teatrale a Firenze
ed è proprio riferendosi a questo evento che Andres Neumann e Pierluigi
Pier’Alli introducono il bilancio della prima stagione del Rondò di Bacco
sottolineando come la mostra, al di là della rassicurante ipostasi
storiografica dello spettacolo fiorentino generata dalla cornice espositiva, in
realtà apriva a tutta una serie di considerazioni sul ruolo, sulle modalità
espressive e sugli spazi che il teatro avrebbe potuto e dovuto trovare nella
Firenze degli anni Settanta.
[22] Il confronto tra i luoghi
del teatro dei Medici e il territorio della città attuale costituisce per Neumann
e Pier’Alli il pretesto per una critica durissima, un vero e proprio
j’accuse
nei confronti della vita teatrale
fiorentina, caratterizzata dall’inadeguatezza degli spazi – non tanto in
termini architettonici, quanto piuttosto come luoghi dove dar corpo a una
concreta e realmente innovativa politica dello spettacolo, centrata anche sulla
dimensione laboratoriale, strettamente connessa alle tensioni sperimentali:
il
centro è sguarnito di laboratori, nonché di teatri, cioè di numero e di
qualificazione. Alcuni sono caratterizzati dal commercio dei prodotti, altri,
dall’impossibilità di una reintegrazione al sistema teatrale causa il
travestimento della destinazione originale a fini ancora più commerciali, come
il cinema. Il teatro della Pergola presenta un discutibile repertorio gestito
dall’ETI, l’Oriolo propone un teatro dialettale che ha poco da spartire con la
reale riproposta di valori linguistici popolari. Pare ancora improbabile il
recupero di locali da decenni dedicati al cinema, tra cui il teatro Niccolini
[…] e il teatro Goldoni degradato in una misteriosa alienazione.
[23]
Lo
Spazio Teatro Sperimentale al Rondò di Bacco costituiva quindi una sorta di
antidoto al movimento centrifugo che aveva svuotato il centro cittadino: non
abbiamo il tempo di diffonderci sulla disamina di Neumann e Pier’Alli relativa
ai presupposti di carattere teorico e politico che ne avevano determinato la
nascita, e mi limiterò a indicare quelli che secondo i due operatori teatrali
erano stati gli esiti più rilevanti di quella prima stagione: diciannove gruppi
ospitati, ottantaquattro rappresentazioni, sessanta tessere di adesione, quindicimila
presenze, un bilancio di quasi 26 milioni di lire.
[24]
Ma,
al di là dei dati meramente numerici e finanziari, i risultati più rilevanti di
quel primo anno erano stati:
1. «la creazione di un centro di sperimentazione
professionale»
[25]
in grado di accogliere le più avanzate istanze di rinnovamento;
2. la
qualificazione della sala del Rondò di Bacco «quale luogo teatrale da
potenziare e quindi da destinare definitivamente alla ricerca teatrale»
[26] grazie anche alla
contemporanea presenza del gruppo Ouroboros;
3. la
flessibilità di quello stesso spazio, capace di rimodulare il rapporto
spettatore/spettacolo, introducendo inedite modalità di fruizione dell’evento
teatrale;
4. la
dimensione interdisciplinare, con la significativa apertura della sezione
dedicata alla Musica Contemporanea;
5. lo
spazio del teatro non solo come luogo destinato a ospitare spettacoli, ma sede
di una più ampia attività culturale contrassegnata da incontri, dibattiti,
presentazioni;
6. la
capacità, grazie all’articolazione e alla qualità della proposta spettacolare, di
far convergere verso il centro cittadino fasce di spettatori provenienti dalla
provincia, ma al tempo stesso capace di assolvere ai compiti di decentramento
previsti dal Teatro Regionale Toscano diffondendo spettacoli nei più disparati
comuni della Regione, dando luogo implicitamente a un vero e proprio processo
di formazione del pubblico, facendolo familiarizzare con le più attuali
tendenze della sperimentazione teatrale.
[27]
Alcuni
appunti manoscritti di Andrés Neumann, non datati ma verosimilmente riferibili
ai mesi di preparazione della seconda stagione del Rondò (figg. 1 e 2), rendono
conto di ciò che quello spazio sarebbe dovuto diventare nelle intenzioni del
produttore, un organismo articolato, complesso, capace di andare ben oltre la
pura e semplice dimensione di teatro di produzione o di distribuzione, ma di
configurarsi come il centro propulsore di una vita teatrale in grado di
declinarsi con la prospettiva di tenere insieme realtà tra loro difficilmente
integrabili, o addirittura reciprocamente centrifughe, e in ogni caso che
andavano assai al di là dell’orizzonte di attesa da parte della gestione
politica del teatro, correndo il rischio certo di non essere comprese.
E
infatti, l’avventura di Neumann col Rondò di Bacco si chiuse con la terza
stagione, quella del 1977-1978 che, paradossalmente, aveva visto trionfare
Tadeusz Kantor con
La classe morta: secondo lo stesso Neumann il
successo dello spettacolo attirò l’attenzione della classe politica nazionale,
improvvisamente interessata a una «gestione condivisa tra i diversi
schieramenti».
[28]
E fu proprio questa prospettiva, ricorda il produttore, che lo spinse
abbandonare il Rondò e ad aprire l’agenzia Andrés Neumann International.