Su Sylvano Bussotti attore

Renzo Guardenti

Data di pubblicazione su web 29/05/2018

Su Sylvano Bussotti attore


Nello scrivere questo contributo mi sono chiesto se Sylvano Bussotti approverebbe questo titolo. Probabilmente no, dal momento che ha sempre rifuggito etichette e inquadramenti in rigide categorizzazioni. Oppure sì, poiché la dimensione istrionica sembra corrispondere intimamente alla sua natura artistica. È in ogni caso questa domanda preliminare che mi induce a proporre una serie di note volutamente sparse che spero raggiungano lo scopo di mettere in evidenza la complessità e la stratificazione di senso sottese alla formulazione Su Sylvano Bussotti attore che, al di là dell’apparente immediatezza dell’enunciato, rivela a uno sguardo più attento una sostanziale ambiguità di fondo. Il titolo porge infatti palesemente il fianco al rischio di irrigidire e sclerotizzare il profilo di Sylvano Bussotti che pare essersi fin qui definito per il tramite di una narrazione fondata su temi ricorrenti.

Iniziamo col leggere tre citazioni. La prima è del Maestro: è un po’ lunga, ma vale la pena di proporla quasi integralmente:

Nel settembre dell’87 sarei andato a Ivrea, l’Utopica, in cerca di memorie, ed avrei detto: -
«a proposito del Convegno ’67 non riesco a ricordare nemmeno una virgola, niente di questo passato che avrebbe l’aria di essere tanto remoto. Proprio assolutamente niente…
Lo dico non tanto per la plateale dimostrazione di quanto sia labile la memoria, ma viceversa, dal punto di vista della sostanza, di quello che dovrà riguardare l’esperienza teatrale venti anni sono pochissimi […] troppo, troppo, troppo poco. […] A me sarebbe anche capitato di trasmigrare verso ambienti totalmente diversi; tra l’altro io non sono, né mi sento un teatrante; mi sentirei piuttosto un teatrante usurpato e non riesco nemmeno a ricordare perché venti anni fa stessi proprio qui. […] Sarei, forse, un musicista che tenta di utilizzare certe strutture del teatro, ma per fare proprio il musicista. Vedete la brutta frase tortuosa che mi è venuta fuori per non dire quella cosa tremenda, la quale, oggidì, suona maledettamente male; che io scrivo, cioè, delle opere sinfoniche, liriche e dei balletti!! Nell’ascoltar l’Utopia non so più da chi ho sentito parlare, del teatro lirico e del teatro musicale in genere, come di qualche cosa d’incredibilmente ed estremamente spregevole!
Allora si capirà come, per chi scrive opere musicali, venti anni sono davvero meno che niente. Nondimeno non vorrei avere l’aria di scherzare. Murato vivo, oramai, da molto di più di questi famosi venti anni, nei luoghi, spazi e contesti del teatro musicale, eccomi a lamentare una ignoranza personale veramente riprovevole e totale del Teatro-Teatro.
Un teatro che io, forse un tantino esagerando, melodrammaticamente, sto dicendo di non conoscere. E faccio ammenda ed anche mi appresto nell’ultimo esercizio mnemonico; estremo pensierino con il quale tenterò di concludere. Ricorderò di botto come vent’anni fa, forse in occasione di questo o di quell’incontro, quello nel senso drammaturgico della parola, ad Ivrea l’Utopica, eravamo quei pochi – tutti – quanti, estremamente convinti che si sarebbe operato nello spettacolo un bel miracolo; anzi non si credeva affatto in un miracolo, allora, ma piuttosto vagheggiavamo un cammino obbligato, rapido e reale. Non ci sarebbero state più, ben presto, divisioni di genere, l’opera, la prosa, la pantomima, il balletto; il rapporto fra tutte queste componenti dello spettacolo, curiosamente così chiamate (vengono male simili parole; a me non viene spontaneo, separarle) si sarebbe dissolto dentro splendidi eventi; per vie del tutto naturali; assommando tutta l’esperienza nell’intera molteplicità dei mondi e delle creature. Stupito ancora di più che gli «attori» (?) non siano musicisti, non cantino, non suonino, non danzino, non sappiano far nulla. Venti anni fa, forse ancor prima per quanto mi riguarda, s’era convinti che nel giro di pochi «istanti», diciamo metaforicamente, tutti gli «attori» (?), avrebbero cantato, danzato, fatto qualsiasi cosa!!![1]

Il brano appena citato propone una riflessione sul celebre convegno di Ivrea del 1967,[2] promosso dalla fondazione Olivetti e curato da Ludovico Zorzi, nel corso del quale venne presentato il Manifesto di un nuovo teatro, redatto da Edoardo Fadini, Giuseppe Bartolucci, Ettore Capriolo e Franco Quadri, e sottoscritto dalle personalità di spicco della cultura dello spettacolo italiano dell’epoca: tra gli altri, da Carmelo Bene, Giuliano Scabia, Leo De Berardinis, Carlo Quartucci, Cathy Berberian e, appunto, Sylvano Bussotti.

La (presumibilmente falsa) lacunosa memoria di Bussotti, se letta in filigrana, rivela da un lato tutta la disillusione e l’amarezza per le promesse disattese di quella stagione così ricca di fermenti e di utopie, ma dall’altro, pone l’accento, per ciò che qui ci riguarda, sulla qualità intrinseca del rapporto intrattenuto dal musicista col teatro: un rapporto in prima istanza addirittura negato («io non sono, né mi sento un teatrante»), oppure apertamente dichiarato come strumentale («Sarei, forse, un musicista che tenta di utilizzare certe strutture del teatro, ma per fare proprio il musicista»).

La seconda citazione è tratta da un volume abbastanza recente di Luigi Esposito, Un male incontenibile. Sylvano Bussotti artista senza confini:

Non solo la musica era la sua grande ed incontenibile passione. In lui s’accendeva, con smisurato crescendo, una forte attrazione per il disegno, il teatro, la scena, la lettura, la recitazione. Ed era attratto soprattutto da personaggi che gestivano potere. «Dopo aver disegnato descritto scene con minuzia», racconta suo fratello Renzo, «rivolgendosi ad un pubblico di bambole, pupazzi e burattini, si autoproclamava dicendo: Io sono il Papa, io sono la Regina, io sono il Cardinale». Era un esibizionista, voleva stare sempre in prima fila. Ed eccolo che arriva, in costume da mazziere comunale, con una piccola tromba giocattolo capeggiando un gruppetto di bambini, costringendoli a mimare tutti i suoi gesti e a seguirlo a tempo di marcia. Vi era in lui, fin dalla primissima infanzia, quel germe tipico della commedia dell’arte, trasmesso dagli Zancanaro, probabilmente.[3]

La precocissima vocazione teatrale di Bussotti messa in luce non senza enfasi da Esposito, altro non è che una delle frequentissime sottolineature di quella che viene ritenuta come una peculiarità dell’artista fiorentino, una sorta di leitmotiv che rimbalza di pubblicazione in pubblicazione, da quelle a carattere più divulgativo, a quelle di elevato spessore scientifico, specialmente dal punto di vista dell’analisi musicologica. Un leitmotiv a dire il vero spesso corroborato dallo stesso Maestro che non tralascia di disseminare i suoi scritti di affermazioni in merito alla spiccata teatralità del suo operare, come nella terza citazione qui convocata, nella quale, pur muovendo dalla considerazione dell’annullamento dei confini tra le varie forme di espressione artistica, pare porsi in aperta contraddizione rispetto alle riflessioni originate dalla memoria del convegno di Ivrea:

quando mi si chiede il mio mestiere, so di mentire se dico che faccio il musicista; mentire in quanto equivale a menzogna ogni mezza-verità. La necessità di spettacolo, il gesto, più o meno consapevole, dell’esibizione, immanente all’etica artistica contemporanea, è onnipresente ormai sin dal primo manifestarsi d’una poetica; si badi bene che anche nei casi più schivi, rigorosi e severi di un’arte cosiddetta pura. Si dimentica troppo spesso come Arte sia riscatto di Vanità e quanto la vanità stessa esprima una condizione umana delle più salutari. Naturale che una società ipocritamente basata sul preteso razionalismo dinamico dell’automazione integrale, debba infrangere gli specchi nel narciso, avvelenare le acque al poetico laghetto; conceda all’artista tutt’al più una scheggia di specchio deformante, per appagare di un infimo istante la sua inestinguibile sete di contemplazione o, se preferiamo, di conoscenza.[4]

La vocazione teatrale di Bussotti, o, al contrario, la sua negazione costituiscono due opposte polarizzazioni che contribuiscono a perimetrare il campo di indagine su Bussotti attore, o meglio a cercare di individuare se e attraverso quali forme il compositore ha organizzato la sua dimensione performativa.

Parlare degli attori – o più in generale di chi esercita pratiche performative – dal punto di vista della specificità e della qualità della loro esibizione è uno dei compiti più ardui della storia dello spettacolo. Se è vero come è vero che l’arte dell’attore è una sorta di scrittura sull’acqua,[5] allora di quell’arte non è possibile cogliere che il riflesso luminescente che si fissa in serie eterogenee di documenti che, ben lontani dal restituirci l’opera telle quelle nella pienezza della sua dimensione spazio-temporale, ci consentono tuttavia di esercitare una sorta di immaginazione fondata appunto su lacerti documentari utili in qualche misura a mettere insieme ipotesi ricostruttive.

Ora, nel caso di Bussotti questa operazione si presenta in certa misura ancor più complessa e di difficile attuazione a causa di diversi fattori, a cominciare da un lato dal già ricordato processo mitopoietico sulla sua vocazione teatrale messo in atto dalla letteratura critica e dal Maestro medesimo, che procede in parallelo alla ripetuta definizione dell’esperienza artistica di Bussotti come di un’opera d’arte totale, di stampo wagneriano, incessantemente veicolata anche dagli esegeti più raffinati – e del resto è lo stesso musicista a sottolinearla come abbiamo potuto vedere nel primo brano citato – e dall’altro dal dover fare i conti con l’immensa mole di materiali – per noi fonti e documenti – prodotti e accumulati in oltre settant’anni di carriera, e di cui ci rendono in parte conto i cataloghi della mostra del 1988 curati da Moreno Bucci e quello della mostra del 2010 ad opera di Luca Scarlini, nonché il recentissimo bel volume Totale libertà[6] curato da Daniele Lombardi, forse il più riccamente illustrato tra quelli dedicati al musicista fiorentino, che propone anche diversi documenti inediti. Un patrimonio ingente, ma che verosimilmente attende di essere ordinato, catalogato, analizzato al fine di coglierne sia la dimensione complessiva che le articolazioni e le specificità interne, e che con ogni probabilità si presenta in larga parte lacunoso proprio per gli aspetti legati alla pratica attorica di Bussotti. Basti pensare alle recensioni dedicate agli spettacoli che hanno visto Bussotti impegnato in prima persona dal punto di vista performativo: le pagine dei vari Lanza Tomasi, Mario Bortolotto, Franco Abbiati, nulla dicono delle sue esibizioni, rilevando sporadicamente la sua attiva presenza, e soffermandosi piuttosto sugli effetti degli spettacoli bussottiani, capaci di provocare nel pubblico, quello sì, significative reazioni performative.[7]

A partire da tali considerazioni e sulla base dello sguardo che potremmo definire eterodosso di uno storico dello spettacolo, non musicologo, né tantomeno specialista dell’opera bussottiana, questa comunicazione si configura come il tentativo di considerare la vita e l’opera di una delle personalità artistiche più significative del secondo Novecento come una sorta di caso paradigmatico della difficoltà di storicizzare la contemporaneità, in particolare nelle sue componenti a carattere performativo e specialmente laddove essa si declina in forme palesi di ibridazione o meticciato artistico. Mi soffermerò quindi su alcuni aspetti dell’esperienza artistica del musicista fiorentino illustrando alcune evidenze documentarie eventualmente capaci non tanto di far luce in questa sede sulla sua dimensione performativa, quanto piuttosto di far emergere suggestioni passibili di ulteriori approfondimenti anche in termini metodologici e concettuali.


La vocazione teatrale di Bussotti ripetutamente evidenziata dalla letteratura critica sembra di fatto venir confermata da alcune fonti di carattere figurativo: tra queste si distinguono fotografie e disegni risalenti alla sua prima giovinezza: siamo intorno al 1950. Si tratta di immagini che non sono frutto di scatti estemporanei destinati a fissare la casualità di un accadimento, ma in quanto provini per un film di Arlecchini sono piuttosto fotografie che si inseriscono in una precisa strategia di utilizzo dell’immagine, come si evince dalla sequenza che illustra passo per passo la trasformazione da Sylvano ad Arlecchino,[8] per poi fissarsi in ulteriori immagini che, pur non rientranti nella serie, sottolineano l’adesione di Bussotti alla tipologia del personaggio.[9] La Commedia dell’Arte sembra essere il topos teatrale che alimenta questa vocazione: il giovane Sylvano si fa immortalare in scatti che lo ritraggono ora come Arlecchino, ora come Zanni Agonia,[10] quest’ultimo probabilmente ispirato ai Lazzi del Brighella Atanasio Zanoni pubblicati da Anton Giulio Bragaglia nel 1943.[11] Sono gli anni di «Nottetempolunapark, uno spettacolino messo in scena in forma privata nel giardino di Boboli tra amici, con attore, ballerina, mimi, pupazzi e un Arlecchino»,[12] nonché di Arlechinbatocieria del 1950, con marionette confezionate in casa insieme alla madre Ines. Significativo a questo proposito un appunto manoscritto relativo a Arlechinbatoceria, che vale la pena di riproporre:

a siparietto
musica (quadro dei teatrini)
(burattini che si baruffano
brighella li separa poi presenta la compagnia [segue nome illeggibile] ecc.
ne manca uno arlecchino) BANDO
voce
└ balletto amoroso
viene Arlecchino – sale in palcoscenico bastona il burattino, bacia lei che sviene, disserta sul bastone e il paese, casa disabitata, fa i suoi conti decide di farsi oste: VENDITA VINO. Suona il violino e i servi portano via tutto poi (da gendarmi) anche lui
voce
               agonia.[13]

L’appunto,  che sintetizza un frammento scenico secondo la classica formula degli scenari dell’arte rivela che l’interesse di Bussotti per la Commedia dell’Arte non è casuale, ma è certamente il frutto di una scelta mirata e consapevole, determinata dall’aver respirato una temperie culturale caratterizzata dalla riscoperta di questa forma spettacolare durante gli anni Trenta e Quaranta del secolo XX: una riscoperta che si è declinata a più livelli, dalle ricognizioni storiche di studiosi quali Mario Apollonio e Fausto Nicolini,[14] alle teorizzazioni e sperimentazioni di artisti eclettici quali lo stesso Bragaglia, fino a giungere a uno degli esiti più alti del Novecento teatrale, la messa in scena del Servitor di due padroni di Goldoni per la regia di Giorgio Strehler nel 1947.

Significativi, in questo percorso di individuazione delle radici della vocazione attorica, alcuni disegni che confermano il ruolo della Commedia dell’Arte non solo come elettivo “genere di formazione”, ma anche come presenza che si riaffaccia periodicamente all’immaginario teatrale dell’artista: dagli zanni di matrice callottiana come il già citato Agonia, ai disegni ancora di Arlecchini, spesso in forma di autoritratto, che scandiscono nel corso dei decenni l’attività di Bussotti.[15] Oppure, Bussotti compare proprio nei panni di Arlecchino nel corso dello spettacolo Après la Passion de Sade, realizzato nel 1968 insieme al Living Theatre a Bordeaux.[16]

La presenza di Bussotti come Arlecchino nello spettacolo della celebre compagnia di Julian Beck e Judith Malina crea un immediato legame tra la Commedia dell’Arte e La Passion de Sade. Non che ci siano dei punti di contatto dal punto di vista tematico, ma questo trait d’union ci consente di istituire ipotetici legami tra le pratiche compositive della Commedia dell’Arte e la prassi scenica – e forse anche attorica di Bussotti. In questo ci soccorre il confronto tra un breve frammento di un manoscritto di regia, recentemente pubblicato da Daniele Lombardi in Totale libertà e l’edizione Ricordi del 1966 della Passion de Sade che riproduce la versione finale del manoscritto bussottiano. L’appunto di regia, alla parte contrassegnata dal numero 16b, recita così:

La decomposizione, il disordine, lo smantellamento parziale della scena (l’arpa verrà portata via e il pianoforte lentamente sospinto fuori durante l’esecuzione stessa) l’appena accennato strip-tease di alcuni personaggi (la Protagonista, il giovane dal bianco mantello l’avrà deposto da tempo, e sarà seminudo, adesso; la figurina ritornerà a ritroso, in calzamaglia come da principio, il violoncellista, denudate le braccia, s’abbandonerà sul violoncello a umane carezze ecc., ecc.) tutto questo veloce degenerando della rappresentazione verrà interrotto d’un tratto dall’ingresso improvviso del Direttore d’orchestra che girerà visibilmente un interruttore in scena, facendo molta luce d’un colpo: quest’ingresso dovrà apparire come la sorpresa di un genitore o della forza pubblica lasciando tutti immobili e spaventati.[17]

Nell’edizione Ricordi della Passion selon Sade il momento appena descritto va sotto il nome di happening alla pagina contrassegnata col numero 18, che sviluppa, con dovizia di particolari ed anche con sensibili varianti, le azioni accennate nell’appunto, tra le quali si distingue l’intervento del Maestro di Cappella, interpretato da Sylvano Bussotti: «nel frattempo la comparsa si accascia sull’inginocchiatoio, offrendo il dorso ignudo al Maestro di Cappella che armato di ceroni e rossetto gli straccia sulla pelle “ con impressionante realismo”, i segni di sadiche frustate. Ora regna il caos».[18]

Una foto di scena, scattata durante la prima rappresentazione del 5 settembre 1965 al Teatro Biondo di Palermo, fissa esattamente questo momento, mostrando Sylvano Bussotti Maestro di Cappella nel mentre verga sulla schiena della Comparsa (Romano Amidei) i segni del flagello. Di Amidei si coglie solo la schiena nuda con le tracce di rossetto: nulla è dato sapere dell’effetto della “sadica” azione sul suo volto, mentre Bussotti è intento a tracciare i segni sulla schiena, con un’attitudine quasi da miniatore o da chirurgo.[19]

La foto appena citata dà corpo e sostanza allo scarto esistente tra l’appunto di regia e la riproduzione del manoscritto della Passion e reca traccia di ciò che costituisce il dato aleatorio della teatralità – che, forse al pari all’aleatorietà della partitura musicale, in parte tratto pertinente delle pratiche bussottiane, è certamente in linea con la prassi scenica dei comici dell’arte – inserendo il dato fisico dell’azione improvvisata tra la drammaturgia sinteticamente preventiva dell’appunto registico e la fissazione di una drammaturgia a consuntivo che accoglie, come elemento ormai consolidato e degno di entrare a far parte della partitura definitiva, l’evento performativo estemporaneo.

Mystère de chambre avec tableaux vivants: questo, com’è noto, è il sottotitolo della Passion. E come non pensare allora a Sylvano Bussotti Maestro di Cappella assimilabile a un vero e proprio meneur du jeu dei misteri medievali? Se passiamo in rassegna il repertorio generale dell’opera bussottiana, dalle Opere ai balletti, dalle composizioni da camera alle composizioni orchestrali vediamo che il Maestro è indicato nella maggior parte dei casi come «lettore» o genericamente «attore», e anche laddove il suo nome è legato a un personaggio specifico (il Maestro di Cappella o De Musset nel Lorenzaccio), la sua presenza all’interno dello spettacolo sembra semmai caratterizzarsi per una funzione di commento, da maestro concertatore, vero e proprio moderno conduttore dell’intreccio.

Al pari del meneur du jeu dei misteri medievali, Bussotti pare dunque rivestire la funzione rituale dell’officiante, portatore se vogliamo di una intrinseca e allo stesso tempo eversiva sacralità, al punto da indurre ad associazioni suggestive, facendo ricadere l’operato di Bussotti nell’orbita concettuale di personaggi quali Antonin Artaud e Jerzy Grotowski.[20] La figura del teorico francese e quella del regista polacco possono essere considerate come due quinte di riferimento della cultura teatrale degli anni Sessanta e Settanta, al punto che il richiamarsi alle loro visioni era diventata la parola d’ordine di molte propaggini delle nuove avanguardie. Ma al di là del fatto che l’artista fiorentino sia stato pienamente testimone e protagonista della temperie culturale del proprio tempo, mi pare che la sua parabola artistica, anche quella degli esordi, mal si adatti a essere messa in relazione con i due grandi maestri del teatro del secondo Novecento, e soprattutto con Grotowski, non fosse altro per la distanza che intercorre tra la teatralità di Bussotti e  la poetica grotowskiana fondata sulla povertà del teatro e sul corpo sofferente dell’attore santo, culminata con la rinuncia al teatro da parte del regista polacco.

Anche quest’ultima considerazione credo metta in luce la necessità di una sostanziale cautela nell’affrontare personalità complesse come quella del compositore fiorentino, il cui intervento nella prassi scenica potrebbe essere sinteticamente qualificato come la manifestazione di una autorialità performativa. Ma anche questa definizione rischia di essere riduttiva. E tanto varrebbe quindi attestarsi sulla ricorrente sottolineatura dell’innegabile dimensione visiva e altamente spettacolare delle sue partiture, espressione ugualmente performativa dell’arte totalizzante di Bussotti al pari delle esibizioni sceniche. E prendendo spunto dalle partiture visive bussottiane vorrei chiudere con la breve cronaca di un incontro mancato, quello tra il compositore e il grande teorico delle arti della visione del Novecento, Carlo Ludovico Ragghianti. Nel maggio del 1965 Bussotti scrisse a Eugenio Scalfari, allora direttore de «L’Espresso»:

Gentilissimo Direttore, nell’assistere, ieri pomeriggio, alla proiezione del noto documentario su Michelangelo, sorgevano alcune questioni cui ci piacerebbe se il prof. Ragghianti potesse rispondere da queste colonne. Esiste un criterio responsabile secondo il quale egli ha sorvegliato il commento musicale del suo lavoro? […] con quale rispetto per la musica di Bach – e per Michelangelo! – si contrabbanda allo spettatore l’ascolto di arrangiamenti per coro muto o vocalizzato, dove le encomiabili voci bianche e scure fanno pensare ai 4 + 4 di Nora Orlandi, con accompagnamento di piatto sospeso e spazzola sul tamburo non riusciamo a comprendere, visto che i brani prescelti dal Clavicembalo ben temperato sono alcuni esiti massimi che solamente certo nostrano malcostume jazzistico può insudiciare. […] Si rende conto, Ragghianti, che, tra i meritati applausi – come quello per la stupenda ripresa dall’alto delle Medicee –, l’assenso che seguì la scena del Giudizio era di tutt’altra natura? Dal cinematografo non ci si difende mai abbastanza; l’horror vacui in cui si teme di piombare lo spettatore abbrutito da anni di stereofonia, impone che anche in questo importante documentario che, dalla prima all’ultima inquadratura, il fastidioso ronzio a ripetizione del commento sonoro non abbia mai a cessare. […] Si è […] scaduti, inconsapevolmente, ad un livello da pop-art cinematografica, facendo irresistibilmente pensare alle punte massime di volgarità della vicina Biennale… Dato che, anche in campo musicale, Ragghianti dovrebb’esser meno innocente, visto che i suoi film non li presenta muti.[21]

Nonostante Bussotti avesse correttamente inviato copia della lettera anche a Ragghianti, il critico d’arte non rispose mai. Le obiezioni sollevate da Bussotti alla colonna sonora del suo critofilm su Michelangelo dovevano aver lasciato il segno. Diciassette anni più tardi però fu Ragghianti a cercare di mettersi in contatto con Bussotti per coinvolgerlo nel 2° Convegno Internazionale di Museologia. Il museo nel mondo contemporaneo che si svolse a Firenze nel maggio del 1982.[22] Questa volta fu Bussotti a non rispondere, evidentemente memore della distrazione (o dello sgarbo) del critico d’arte.  Viene da chiedersi se e cosa sarebbe cambiato nella parabola artistica di Bussotti o nel percorso critico di Ragghianti se i due avessero avuto concrete occasioni di confronto. Credo che Bussotti avrebbe continuato senza scosse il suo percorso, mentre, chissà, l’illustre critico d’arte, di fronte alle partiture e all’opera multiforme di Sylvano avrebbe forse potuto annoverare anche la musica tra le arti della visione.

 



[1] S. BUSSOTTI, Con me con Teatro-Teatro, in L’opera di Sylvano Bussotti. Musica, segno, immagine, progetto, il teatro, le scene, i costumi, gli attrezzi ed i capricci dagli anni Quaranta a Bussotti Opera Ballet, catalogo della mostra a cura di M. BUCCI (Firenze, 26 maggio-30 giugno 1988), Firenze, Electa Firenze, 1988, p. 213.

[2] Sul convegno di Ivrea si veda D. VISONE, La nascita del nuovo teatro in Italia. 1959-1967, Corazzano (Pisa), Titivillus, 2010, pp. 227-255.

[3] L. ESPOSITO, Un male incontenibile. Sylvano Bussotti artista senza confini, Milano, Bietti, 2013, pp. 29-30.

[4] S. BUSSOTTI, Autoritratto (1958-1967), in Sylvano Bussotti e il suo teatro, a cura di F. Degrada, Milano, Ricordi, 1976, p. 17.

[5] Sulla questione si veda F. RUFFINI, Restauro e iconografia dell’attore, in Ritratto d’attore, a cura di M.I. ALIVERTI, numero monografico di «Quaderni di teatro», VII, 1985, 28, pp. 9-18.

[6] Sylvano Bussotti. Totale libertà, a cura di D. LOMBARDI, Milano, Fondazione Mudima, 2016.

[7] È il caso, ad esempio, di Orsola (Anna Pomar), che ci racconta con vivacità e ironia le reazioni degli spettatori palermitani in occasione della prima di *selon Sade nel 1965: «Se la Nuova Musica vuole essere anche una provocazione per lo spettatore, questa provocazione è perfettamente riuscita ieri sera con la presentazione di *selon Sade di Bussotti. Il titolo originale del lavoro è in realtà La passione secondo Sade ma pare che, non essendo gradito alle autorità ecclesiastiche cittadine, l’avanguardia accomodante non abbia avuto niente in contrario a ridurlo in *selon Sade. Nel teatro ieri sera affollatissimo, serpeggiava una grande aspettativa per il lavoro in programma. […] Il pubblico comincia a rumoreggiare. «Buffoni» grida qualcuno dal loggione. […] «Decadenti» si sente gridare dalla sale. Applausi. «Buffoni». «Se non vi piace andate via» suggerisce una voce. Nessuno si alza. Il pubblico continua a rumoreggiare, fischiare e gridare. «Mafiosi e… (altra parola irripetibile)» in perfetto accento continentale, uno dei cultori del nuovo linguaggio, si rivolge ai disturbatori. Gli risponde con violenza un signore delle prime file, facendo rimbalzare l’epiteto ingiurioso. «Fascisti» grida qualcuno, e siccome la parola viene ripetuta anche da altra parte, c’è chi tende a precisare: «Prego, fascisti l’abbiamo detto prima noi». La sala è sempre al buio. […] Ancora proteste del pubblico. «Terroni, contadini» reagisce qualcuno dell’avanguardia. E i terroni riflettendo su tutti i milioni spesi per avere ospiti e l’autore del lavoro e tutti gli altri invitati, pensano al proprio teatro stabile non realizzato e alla possibilità di tante altre valide iniziative culturali. Scroscianti applausi, fischi ancora improperi accolgono la fine del lavoro. «Bravo!», grida il pittore Titone sbracciandosi da un palco. L’avanguardia, Arbasino, Giuliani, Guglielmi in testa, è impazzita dall’entusiasmo. Fuori dal teatro si formano capannelli. Altro che avanguardia e avanguardia si accalora qualcuno. Tentano di fare le cose che cinquanta anni fa facevano i decadenti (e quelli almeno le sapevano fare) e ce le presentavano come delle novità. C’è chi vuole conto e ragione dall’autore, chi dal Presidente dell’Azienda Turismo. L’avanguardia gongola. Finalmente una serata riuscita» (ORSOLA, Tumulti in sala, in «L’Ora», 6-7 settembre 1965, citato in Visione che si ebbe nel cielo di Palermo. Le settimane internazionali Nuova musica 1960-1968, a cura di F. TESSITORE, Roma, Rai-ERI, 2003, pp. 41-42).

[8] Si veda la sequenza fotografica in L’opera di Sylvano Bussotti, cit., pp. 30-31.

[9] Si veda ad esempio il ritratto fotografico di Bussotti in costume di Arlecchino, Ivi, p. 40.

[10] Ivi, p. 39.

[11] A. ZANONI, Lazzi del Brighella, con un saggio sulla Maschera a cura di A.G. BRAGAGLIA, Roma, Editrice Menaglia, 1947.

[12] ESPOSITO, Un male incontenibile. Sylvano Bussotti artista senza confini, p. 50.

[13] L’opera di Sylvano Bussotti, cit., p. 81.

[14] Cfr. M. APOLLONIO, Storia della Commedia dell’Arte, Milano, Sansoni, 1930; F. NICOLINI, Vita di Arlecchino, Napoli, Ricciardi, 1968.

[15] Si vedano ad esempio i disegni Apro il Sypario (1952/1994) e Arlequin poupi (1955) in Corpi da musica. Vita e teatro di Sylvano Bussotti, a cura di L. SCARLINI, Firenze, m&m, 2010, pp. 61 e 70.

[16] Sulla genesi e la messa a punto dei registri linguistici e scenici delle diverse versioni de La Passion de Sade, a partire da *selon Sade rappresentata nel quadro della quinta edizione delle Settimane Internazionali Nuova Musica di Palermo del 1965, cfr. D. TORTORA, Da *selon Sade à La Passion selon X. Intorno alla Passion selon Sade di Sylvano Bussotti, in «Studi Musicali», nuova serie, IV/1, 2013, pp. 203-235.

[17] Sylvano Bussotti. Totale Libertà, cit., p. 87.

[18] S. BUSSOTTI, La Passion de Sade, Milano, Ricordi, 1966, p. 18.

[19] La si veda in L’opera di Sylvano Bussotti, cit., pp. 98-99.

[20] D. IOTTI, L’aura ritrovata. Il teatro di Sylvano Bussotti da “La Passion de Sade” a “Lorenzaccio”, Lucca, LIM, 2014, p. 10.

[21] Lettera di Sylvano Bussotti à Eugenio Scalfari, in Corpi da musica. Vita e teatro di Sylvano Bussotti, cit., p. 27.

[22] A. GIOLI, Ragghianti, i musei e la museologia, in «Predella», X, 2010, 28 (http://www.predella.it/archivio/index2130.html?option=com_content&view=article&id=108:ragghianti-i-musei-e-la-museologia&catid=60:nd28-carlo-ludovico-ragghianti&Itemid=88).