Su Sylvano Bussotti attore
Nello scrivere
questo contributo mi sono chiesto se Sylvano Bussotti approverebbe questo
titolo. Probabilmente no, dal momento che ha sempre rifuggito etichette e inquadramenti
in rigide categorizzazioni. Oppure sì, poiché la dimensione istrionica sembra
corrispondere intimamente alla sua natura artistica. È in ogni caso questa
domanda preliminare che mi induce a proporre una serie di note volutamente
sparse che spero raggiungano lo scopo di mettere in evidenza la complessità e
la stratificazione di senso sottese alla formulazione Su Sylvano Bussotti attore che, al di là dell’apparente immediatezza
dell’enunciato, rivela a uno sguardo più attento una sostanziale ambiguità di
fondo. Il titolo porge infatti palesemente il fianco al rischio di irrigidire e
sclerotizzare il profilo di Sylvano Bussotti che pare essersi fin qui definito per
il tramite di una narrazione fondata su temi ricorrenti.
Iniziamo col
leggere tre citazioni. La prima è del Maestro: è un po’ lunga, ma vale la pena
di proporla quasi integralmente:
Nel
settembre dell’87 sarei andato a Ivrea, l’Utopica, in cerca di memorie, ed
avrei detto: -
«a
proposito del Convegno ’67 non riesco a ricordare nemmeno una virgola, niente
di questo passato che avrebbe l’aria di essere tanto remoto. Proprio
assolutamente niente…
Lo
dico non tanto per la plateale dimostrazione di quanto sia labile la memoria,
ma viceversa, dal punto di vista della sostanza, di quello che dovrà riguardare
l’esperienza teatrale venti anni sono pochissimi […] troppo, troppo, troppo
poco. […] A me sarebbe anche capitato di trasmigrare verso ambienti totalmente
diversi; tra l’altro io non sono, né mi sento un teatrante; mi sentirei
piuttosto un teatrante usurpato e non riesco nemmeno a ricordare perché venti
anni fa stessi proprio qui. […] Sarei, forse, un musicista che tenta di
utilizzare certe strutture del teatro, ma per fare proprio il musicista. Vedete
la brutta frase tortuosa che mi è venuta fuori per non dire quella cosa
tremenda, la quale, oggidì, suona maledettamente male; che io scrivo, cioè, delle
opere sinfoniche, liriche e dei balletti!! Nell’ascoltar l’Utopia non so più da
chi ho sentito parlare, del teatro lirico e del teatro musicale in genere, come
di qualche cosa d’incredibilmente ed estremamente spregevole!
Allora
si capirà come, per chi scrive opere musicali, venti anni sono davvero meno che
niente. Nondimeno non vorrei avere l’aria di scherzare. Murato vivo, oramai, da
molto di più di questi famosi venti anni, nei luoghi, spazi e contesti del
teatro musicale, eccomi a lamentare una ignoranza personale veramente
riprovevole e totale del Teatro-Teatro.
Un
teatro che io, forse un tantino esagerando, melodrammaticamente, sto dicendo di
non conoscere. E faccio ammenda ed anche mi appresto nell’ultimo esercizio
mnemonico; estremo pensierino con il quale tenterò di concludere. Ricorderò di
botto come vent’anni fa, forse in occasione di questo o di quell’incontro, quello nel senso drammaturgico della
parola, ad Ivrea l’Utopica, eravamo quei pochi
– tutti – quanti, estremamente convinti che si sarebbe operato nello
spettacolo un bel miracolo; anzi non si credeva affatto in un miracolo, allora,
ma piuttosto vagheggiavamo un cammino obbligato, rapido e reale. Non ci
sarebbero state più, ben presto, divisioni di genere, l’opera, la prosa, la
pantomima, il balletto; il rapporto fra tutte queste componenti dello
spettacolo, curiosamente così chiamate (vengono male simili parole; a me non
viene spontaneo, separarle) si sarebbe dissolto dentro splendidi eventi; per
vie del tutto naturali; assommando tutta l’esperienza nell’intera molteplicità
dei mondi e delle creature. Stupito ancora di più che gli «attori» (?) non
siano musicisti, non cantino, non suonino, non danzino, non sappiano far nulla.
Venti anni fa, forse ancor prima per quanto mi riguarda, s’era convinti che nel
giro di pochi «istanti», diciamo metaforicamente, tutti gli «attori» (?),
avrebbero cantato, danzato, fatto qualsiasi cosa!!![1]
Il brano appena
citato propone una riflessione sul celebre convegno di Ivrea del 1967,[2]
promosso dalla fondazione Olivetti e curato da Ludovico Zorzi, nel corso del
quale venne presentato il Manifesto di un
nuovo teatro, redatto da Edoardo Fadini, Giuseppe Bartolucci, Ettore
Capriolo e Franco Quadri, e sottoscritto dalle personalità di spicco della
cultura dello spettacolo italiano dell’epoca: tra gli altri, da Carmelo Bene,
Giuliano Scabia, Leo De Berardinis, Carlo Quartucci, Cathy Berberian e,
appunto, Sylvano Bussotti.
La (presumibilmente
falsa) lacunosa memoria di Bussotti, se letta in filigrana, rivela da un lato
tutta la disillusione e l’amarezza per le promesse disattese di quella stagione
così ricca di fermenti e di utopie, ma dall’altro, pone l’accento, per ciò che
qui ci riguarda, sulla qualità intrinseca del rapporto intrattenuto dal
musicista col teatro: un rapporto in prima istanza addirittura negato («io non
sono, né mi sento un teatrante»), oppure apertamente dichiarato come
strumentale («Sarei, forse, un musicista che tenta di utilizzare certe
strutture del teatro, ma per fare proprio il musicista»).
La seconda
citazione è tratta da un volume abbastanza recente di Luigi Esposito, Un male incontenibile. Sylvano Bussotti
artista senza confini:
Non
solo la musica era la sua grande ed incontenibile passione. In lui s’accendeva,
con smisurato crescendo, una forte attrazione per il disegno, il teatro, la
scena, la lettura, la recitazione. Ed era attratto soprattutto da personaggi
che gestivano potere. «Dopo aver disegnato descritto scene con minuzia»,
racconta suo fratello Renzo, «rivolgendosi ad un pubblico di bambole, pupazzi e
burattini, si autoproclamava dicendo: Io sono il Papa, io sono la Regina, io
sono il Cardinale». Era un esibizionista, voleva stare sempre in prima fila. Ed
eccolo che arriva, in costume da mazziere comunale, con una piccola tromba
giocattolo capeggiando un gruppetto di bambini, costringendoli a mimare tutti i
suoi gesti e a seguirlo a tempo di marcia. Vi era in lui, fin dalla primissima
infanzia, quel germe tipico della commedia dell’arte, trasmesso dagli
Zancanaro, probabilmente.[3]
La precocissima
vocazione teatrale di Bussotti messa in luce non senza enfasi da Esposito,
altro non è che una delle frequentissime sottolineature di quella che viene
ritenuta come una peculiarità dell’artista fiorentino, una sorta di leitmotiv
che rimbalza di pubblicazione in pubblicazione, da quelle a carattere più
divulgativo, a quelle di elevato spessore scientifico, specialmente dal punto
di vista dell’analisi musicologica. Un leitmotiv a dire il vero spesso
corroborato dallo stesso Maestro che non tralascia di disseminare i suoi
scritti di affermazioni in merito alla spiccata teatralità del suo operare,
come nella terza citazione qui convocata, nella quale, pur muovendo dalla
considerazione dell’annullamento dei confini tra le varie forme di espressione
artistica, pare porsi in aperta contraddizione rispetto alle riflessioni
originate dalla memoria del convegno di Ivrea:
quando
mi si chiede il mio mestiere, so di mentire se dico che faccio il musicista;
mentire in quanto equivale a menzogna ogni mezza-verità. La necessità di
spettacolo, il gesto, più o meno consapevole, dell’esibizione, immanente
all’etica artistica contemporanea, è onnipresente ormai sin dal primo
manifestarsi d’una poetica; si badi bene che anche nei casi più schivi,
rigorosi e severi di un’arte cosiddetta pura. Si dimentica troppo spesso come
Arte sia riscatto di Vanità e quanto la vanità stessa esprima una condizione
umana delle più salutari. Naturale che una società ipocritamente basata sul
preteso razionalismo dinamico dell’automazione integrale, debba infrangere gli
specchi nel narciso, avvelenare le acque al poetico laghetto; conceda
all’artista tutt’al più una scheggia di specchio deformante, per appagare di un
infimo istante la sua inestinguibile sete di contemplazione o, se preferiamo,
di conoscenza.[4]
La vocazione
teatrale di Bussotti, o, al contrario, la sua negazione costituiscono due
opposte polarizzazioni che contribuiscono a perimetrare il campo di indagine su
Bussotti attore, o meglio a cercare di individuare se e attraverso quali forme
il compositore ha organizzato la sua dimensione performativa.
Parlare degli
attori – o più in generale di chi esercita pratiche performative – dal punto di
vista della specificità e della qualità della loro esibizione è uno dei compiti
più ardui della storia dello spettacolo. Se è vero come è vero che l’arte
dell’attore è una sorta di scrittura sull’acqua,[5]
allora di quell’arte non è possibile cogliere che il riflesso luminescente che si
fissa in serie eterogenee di documenti che, ben lontani dal restituirci l’opera
telle quelle nella pienezza della sua
dimensione spazio-temporale, ci consentono tuttavia di esercitare una sorta di
immaginazione fondata appunto su lacerti documentari utili in qualche misura a
mettere insieme ipotesi ricostruttive.
Ora, nel caso di
Bussotti questa operazione si presenta in certa misura ancor più complessa e di
difficile attuazione a causa di diversi fattori, a cominciare da un lato dal
già ricordato processo mitopoietico sulla sua vocazione teatrale messo in atto
dalla letteratura critica e dal Maestro medesimo, che procede in parallelo alla
ripetuta definizione dell’esperienza artistica di Bussotti come di un’opera
d’arte totale, di stampo wagneriano, incessantemente veicolata anche dagli
esegeti più raffinati – e del resto è lo stesso musicista a sottolinearla come abbiamo
potuto vedere nel primo brano citato – e dall’altro dal dover fare i conti con
l’immensa mole di materiali – per noi fonti e documenti – prodotti e accumulati
in oltre settant’anni di carriera, e di cui ci rendono in parte conto i
cataloghi della mostra del 1988 curati da Moreno Bucci e quello della mostra
del 2010 ad opera di Luca Scarlini, nonché il recentissimo bel volume Totale libertà[6] curato da Daniele Lombardi, forse il
più riccamente illustrato tra quelli dedicati al musicista fiorentino, che
propone anche diversi documenti inediti. Un patrimonio ingente, ma che
verosimilmente attende di essere ordinato, catalogato, analizzato al fine di
coglierne sia la dimensione complessiva che le articolazioni e le specificità interne,
e che con ogni probabilità si presenta in larga parte lacunoso proprio per gli
aspetti legati alla pratica attorica di Bussotti. Basti pensare alle recensioni
dedicate agli spettacoli che hanno visto Bussotti impegnato in prima persona
dal punto di vista performativo: le pagine dei vari Lanza Tomasi, Mario
Bortolotto, Franco Abbiati, nulla dicono delle sue esibizioni, rilevando
sporadicamente la sua attiva presenza, e soffermandosi piuttosto sugli effetti
degli spettacoli bussottiani, capaci di provocare nel pubblico, quello sì, significative
reazioni performative.[7]
A partire da tali
considerazioni e sulla base dello sguardo che potremmo definire eterodosso di
uno storico dello spettacolo, non musicologo, né tantomeno specialista
dell’opera bussottiana, questa comunicazione si configura come il tentativo di
considerare la vita e l’opera di una delle personalità artistiche più
significative del secondo Novecento come una sorta di caso paradigmatico della
difficoltà di storicizzare la contemporaneità, in particolare nelle sue
componenti a carattere performativo e specialmente laddove essa si declina in forme
palesi di ibridazione o meticciato artistico. Mi soffermerò quindi su alcuni
aspetti dell’esperienza artistica del musicista fiorentino illustrando alcune
evidenze documentarie eventualmente capaci non tanto di far luce in questa sede
sulla sua dimensione performativa, quanto piuttosto di far emergere suggestioni
passibili di ulteriori approfondimenti anche in termini metodologici e
concettuali.
La vocazione teatrale di Bussotti ripetutamente evidenziata dalla letteratura critica sembra di fatto venir confermata da alcune fonti di carattere figurativo: tra queste si distinguono fotografie e disegni risalenti alla sua prima giovinezza: siamo intorno al 1950. Si tratta di immagini che non sono frutto di scatti estemporanei destinati a fissare la casualità di un accadimento, ma in quanto provini per un film di Arlecchini sono piuttosto fotografie che si inseriscono in una precisa strategia di utilizzo dell’immagine, come si evince dalla sequenza che illustra passo per passo la trasformazione da Sylvano ad Arlecchino,[8] per poi fissarsi in ulteriori immagini che, pur non rientranti nella serie, sottolineano l’adesione di Bussotti alla tipologia del personaggio.[9] La Commedia dell’Arte sembra essere il topos teatrale che alimenta questa vocazione: il giovane Sylvano si fa immortalare in scatti che lo ritraggono ora come Arlecchino, ora come Zanni Agonia,[10] quest’ultimo probabilmente ispirato ai Lazzi del Brighella Atanasio Zanoni pubblicati da Anton Giulio Bragaglia nel 1943.[11] Sono gli anni di «Nottetempolunapark, uno spettacolino messo in scena in forma privata nel giardino di Boboli tra amici, con attore, ballerina, mimi, pupazzi e un Arlecchino»,[12] nonché di Arlechinbatocieria del 1950, con marionette confezionate in casa insieme alla madre Ines. Significativo a questo proposito un appunto manoscritto relativo a Arlechinbatoceria, che vale la pena di riproporre:
L’appunto, che sintetizza un frammento scenico secondo la classica formula degli scenari dell’arte rivela che l’interesse di Bussotti per la Commedia dell’Arte non è casuale, ma è certamente il frutto di una scelta mirata e consapevole, determinata dall’aver respirato una temperie culturale caratterizzata dalla riscoperta di questa forma spettacolare durante gli anni Trenta e Quaranta del secolo XX: una riscoperta che si è declinata a più livelli, dalle ricognizioni storiche di studiosi quali Mario Apollonio e Fausto Nicolini,[14] alle teorizzazioni e sperimentazioni di artisti eclettici quali lo stesso Bragaglia, fino a giungere a uno degli esiti più alti del Novecento teatrale, la messa in scena del Servitor di due padroni di Goldoni per la regia di Giorgio Strehler nel 1947.
[1] S. BUSSOTTI, Con me con Teatro-Teatro, in L’opera di Sylvano Bussotti. Musica, segno, immagine, progetto, il teatro, le scene, i costumi, gli attrezzi ed i capricci dagli anni Quaranta a Bussotti Opera Ballet, catalogo della mostra a cura di M. BUCCI (Firenze, 26 maggio-30 giugno 1988), Firenze, Electa Firenze, 1988, p. 213.
[2] Sul convegno di Ivrea si veda D. VISONE, La nascita del nuovo teatro in Italia. 1959-1967, Corazzano (Pisa), Titivillus, 2010, pp. 227-255.
[3] L. ESPOSITO, Un male incontenibile. Sylvano Bussotti artista senza confini, Milano, Bietti, 2013, pp. 29-30.
[4] S. BUSSOTTI, Autoritratto (1958-1967), in Sylvano Bussotti e il suo teatro, a cura di F. Degrada, Milano, Ricordi, 1976, p. 17.
[5] Sulla questione si veda F. RUFFINI, Restauro e iconografia dell’attore, in Ritratto d’attore, a cura di M.I. ALIVERTI, numero monografico di «Quaderni di teatro», VII, 1985, 28, pp. 9-18.
[6] Sylvano Bussotti. Totale libertà, a cura di D. LOMBARDI, Milano, Fondazione Mudima, 2016.
[7] È il caso, ad esempio, di Orsola (Anna Pomar), che ci racconta con vivacità e ironia le reazioni degli spettatori palermitani in occasione della prima di *selon Sade nel 1965: «Se la Nuova Musica vuole essere anche una provocazione per lo spettatore, questa provocazione è perfettamente riuscita ieri sera con la presentazione di *selon Sade di Bussotti. Il titolo originale del lavoro è in realtà La passione secondo Sade ma pare che, non essendo gradito alle autorità ecclesiastiche cittadine, l’avanguardia accomodante non abbia avuto niente in contrario a ridurlo in *selon Sade. Nel teatro ieri sera affollatissimo, serpeggiava una grande aspettativa per il lavoro in programma. […] Il pubblico comincia a rumoreggiare. «Buffoni» grida qualcuno dal loggione. […] «Decadenti» si sente gridare dalla sale. Applausi. «Buffoni». «Se non vi piace andate via» suggerisce una voce. Nessuno si alza. Il pubblico continua a rumoreggiare, fischiare e gridare. «Mafiosi e… (altra parola irripetibile)» in perfetto accento continentale, uno dei cultori del nuovo linguaggio, si rivolge ai disturbatori. Gli risponde con violenza un signore delle prime file, facendo rimbalzare l’epiteto ingiurioso. «Fascisti» grida qualcuno, e siccome la parola viene ripetuta anche da altra parte, c’è chi tende a precisare: «Prego, fascisti l’abbiamo detto prima noi». La sala è sempre al buio. […] Ancora proteste del pubblico. «Terroni, contadini» reagisce qualcuno dell’avanguardia. E i terroni riflettendo su tutti i milioni spesi per avere ospiti e l’autore del lavoro e tutti gli altri invitati, pensano al proprio teatro stabile non realizzato e alla possibilità di tante altre valide iniziative culturali. Scroscianti applausi, fischi ancora improperi accolgono la fine del lavoro. «Bravo!», grida il pittore Titone sbracciandosi da un palco. L’avanguardia, Arbasino, Giuliani, Guglielmi in testa, è impazzita dall’entusiasmo. Fuori dal teatro si formano capannelli. Altro che avanguardia e avanguardia si accalora qualcuno. Tentano di fare le cose che cinquanta anni fa facevano i decadenti (e quelli almeno le sapevano fare) e ce le presentavano come delle novità. C’è chi vuole conto e ragione dall’autore, chi dal Presidente dell’Azienda Turismo. L’avanguardia gongola. Finalmente una serata riuscita» (ORSOLA, Tumulti in sala, in «L’Ora», 6-7 settembre 1965, citato in Visione che si ebbe nel cielo di Palermo. Le settimane internazionali Nuova musica 1960-1968, a cura di F. TESSITORE, Roma, Rai-ERI, 2003, pp. 41-42).
[8] Si veda la sequenza fotografica in L’opera di Sylvano Bussotti, cit., pp. 30-31.
[9] Si veda ad esempio il ritratto fotografico di Bussotti in costume di Arlecchino, Ivi, p. 40.
[10] Ivi, p. 39.
[11] A. ZANONI, Lazzi del Brighella, con un saggio sulla Maschera a cura di A.G. BRAGAGLIA, Roma, Editrice Menaglia, 1947.
[12] ESPOSITO, Un male incontenibile. Sylvano Bussotti artista senza confini, p. 50.
[13] L’opera di Sylvano Bussotti, cit., p. 81.
[14] Cfr. M. APOLLONIO, Storia della Commedia dell’Arte, Milano, Sansoni, 1930; F. NICOLINI, Vita di Arlecchino, Napoli, Ricciardi, 1968.
[15] Si vedano ad esempio i disegni Apro il Sypario (1952/1994) e Arlequin poupi (1955) in Corpi da musica. Vita e teatro di Sylvano Bussotti, a cura di L. SCARLINI, Firenze, m&m, 2010, pp. 61 e 70.
[16] Sulla genesi e la messa a punto dei registri linguistici e scenici delle diverse versioni de La Passion de Sade, a partire da *selon Sade rappresentata nel quadro della quinta edizione delle Settimane Internazionali Nuova Musica di Palermo del 1965, cfr. D. TORTORA, Da *selon Sade à La Passion selon X. Intorno alla Passion selon Sade di Sylvano Bussotti, in «Studi Musicali», nuova serie, IV/1, 2013, pp. 203-235.
[17] Sylvano Bussotti. Totale Libertà, cit., p. 87.
[18] S. BUSSOTTI, La Passion de Sade, Milano, Ricordi, 1966, p. 18.
[19] La si veda in L’opera di Sylvano Bussotti, cit., pp. 98-99.
[20] D. IOTTI, L’aura ritrovata. Il teatro di Sylvano Bussotti da “La Passion de Sade” a “Lorenzaccio”, Lucca, LIM, 2014, p. 10.
[21] Lettera di Sylvano Bussotti à Eugenio Scalfari, in Corpi da musica. Vita e teatro di Sylvano Bussotti, cit., p. 27.
[22] A. GIOLI, Ragghianti, i musei e la museologia, in «Predella», X, 2010, 28 (http://www.predella.it/archivio/index2130.html?option=com_content&view=article&id=108:ragghianti-i-musei-e-la-museologia&catid=60:nd28-carlo-ludovico-ragghianti&Itemid=88).