“La Guerra d’Amore” di Giulio Parigi e Agnolo Ricci. Note sul balletto a cavallo nella Firenze del primo Seicento
Sotto il breve regno di Cosimo II
(1609-1621), mentre prendeva l’avvio la lenta parabola declinante della
dinastia medicea, Firenze manteneva alto il primato nel panorama della
spettacolarità italiana replicando i fasti che avevano caratterizzato la
chiusura del secolo XVI. Se la memorabile cornice festiva delle nozze tra
Ferdinando I e Cristina di Lorena aveva impresso nella storia dello spettacolo
il sigillo delle meraviglie suscitate dagli intermezzi di Bernardo Buontalenti
per
Il profilo del malaticcio granduca
fiorentino, condannato a una precoce scomparsa dalla tubercolosi – pur non
avendo la tempra politica del grande Ferdinando I, ed essendo costretto tra le
figure assai ingombranti della madre Cristina di Lorena e della consorte Maria
Maddalena d’Austria, con cui si era unito in matrimonio nel 1608 – acquista un rilievo
particolare negli eventi spettacolari dei primi venti anni del Seicento. Così
lo ricorda Baccio Bandinelli nell’Orazione
o’ vero Il Principe esemplare, istituendo un significativo paragone tra
l’epoca di Cosimo II e la classicità greca e latina, insistendo sul ruolo del
Granduca non solo come attivo promotore di occasioni di giochi e spettacoli
pubblici, ma anche come diretto e sperimentato protagonista di eventi
spettacolari:
Gli anfiteatri, i Circhi, e le Naumachie Greche, e Romane, per trattenere l’instabilità del Popolo, ed eccitarlo, la gloria della lor magnificenza intorno a’ gli spettacoli dimostrano: Cosimo superò i Greci negl’Olimpici, Pitii, e Nemei, perché ebbe più del militare, e dell’Eroe: supera i Romani ne’ Ferali, Apollinarii, e Gladiatorii, perché non solo v’aborrì la crudeltà, ma l’ombra del periglio. Non dirò del Calcio pugnace, e fiero, in cui già s’intromesse, e dilettogli, perché è proprio della Città: lascio le pompose Giostre, delle quali portandone il premio, attraeva ‘l cuore, e gl’occhi come il più grazioso ed esercitato Cavaliere di questo secolo.[1]
Già prima dell’ascesa al trono, Cosimo nel 1608 era stato il destinatario dei fastosi festeggiamenti organizzati in occasione dello sposalizio con Maria Maddalena d’Austria, con i quali, nell’ultimo scorcio del regno di Ferdinando, furono ribaditi con assoluta grandezza i codici spettacolari che avevano caratterizzato le grandi feste medicee tardo-cinquecentesche. Spettacolo di spicco, la rappresentazione de Il Giudizio di Paride di Michelangelo Buonarroti il Giovane andato in scena nel Teatro Mediceo degli Uffizi nell’allestimento curato dall’architetto e scenografo di corte Giulio Parigi, degno erede del geniale Bernardo Buontalenti. Ma ciò che qui interessa, è che il 27 ottobre del 1608, all’interno della medesima cornice festiva, «cominciò a buon’ora il popolo a ridursi alla piazza di S. Croce, ove s’avea da fare un giuoco di cavalli a guisa di balletto»,[2] il Ballo e Giostra dei Venti, su quarantasette ottave di Lorenzo Franceschi e sotto l’accorta soprintendenza di Alfonso Ruggieri Sanseverino. La dettagliata Descrizione di Camillo Rinuccini ricorda che «Fu questo spettacolo, come cosa magnifica per esser di cavalli, e come invenzion bizzarra per far ballare animali, rimirata da tutto il popolo, con molta attenzione».[3]
La rinomanza dello spettacolo fu tale che sessant’anni più tardi Claude-François Ménestrier, nel capitolo De l’Harmonie del suo Traité des tournois,[4] trattando della splendida stagione dei balletti a cavallo fiorentini, considerò
L’un des plus beaux Ballets de Chevaux que l’on ait vû, est celui d’Eole Roy des Vents, que le Sieur Alfonse Ruggieri Sanseverino, fit aux nopces du Prince de Toscane l’an 1608 à
Le Chariot estoit celui de
Les deux Parrains marchoient apres ces Pages. Le
Char de l’Ocean marchoit après tiré par deux grandes Baleines. Il representoit
un grand Ecueil couvert d’Algue, de Corail, & de divers Coquillages. Les Nymphes
de
Questo spettacolo è documentato
tra l’altro da una bellissima incisione di Matthias Greuter (fig. 1) che
illustra l’ordinata e suggestiva esibizione di cavalli e cavalieri impegnati in
una raffinata coreografia a cerchi concentrici nell’arena di piazza Santa
Croce, circondati a sinistra da quattro schiere di armigeri a piedi con al
centro il carro dell’Oceano, mentre a destra sono schierate quattro squadre di
cavalieri disposte dinanzi alla montagna-caverna.
Il Ballo e Giostra dei Venti costituì il punto d’incontro tra due
forme tradizionalmente connesse all’intrattenimento cortigiano fiorentino:
quella dei trionfi e quella del torneo. Anche a Firenze, la nobile forma del
torneo andava declinandosi nel tournoi à
thème seguendo una evoluzione in atto, a livello europeo, già dalla seconda metà del secolo XVI,
parallela al progressivo affermarsi delle monarchie nazionali e dei principati.
Forma di esibizione predeterminata in cui l’antico elemento agonistico cedeva
il passo ad una palese teatralizzazione realizzata sulla base di una rigorosissima
ed articolata “messa in scena”, il tournoi
à thème può essere considerato come «un tipico espediente per fare sfoggio
della magnificenza regale»[6] e
come strumento della messa in opera dei consueti meccanismi di
autorispecchiamento principesco e cortigiano. Ma oltre a questo, il Ballo e Giostra dei Venti costituì di
fatto l’antesignano della forma spettacolare del balletto a cavallo.
Otto anni più tardi, nel corso
del carnevale del 1616, questo nobile intrattenimento ottenne una ulteriore e
più fastosa consacrazione, sebbene l’occasione festiva non fosse legata a
particolari eventi dinastici o alla celebrazione di illustri visitatori, ma
piuttosto al desiderio di Cosimo II di dilettare la consorte Maria Maddalena,
la corte e il popolo. Ricorda a questo proposito il diarista fiorentino Cesare
Tinghi che
adì
11 di febbraio giorno di giovedì grasso, volendo S. A. dare un poco di piacere
alla Ser.ma Arciduchessa et alla Ser.ma Madama et alle
eccellent.me sue sorelle et a tutto il popolo fiorentino, aveva
ordinato una festa bellissima, in su
La festa in questione fu
Di questo spettacolo rimangono le
seguenti testimonianze: oltre al libretto di Andrea Salvadori, che contiene una
descrizione assai dettagliata dell’evento, e alla cronaca del Tinghi, peraltro
ricalcata sul libretto del poeta fiorentino, riveste particolare importanza la Lettera al Sig. Alberico Cybo Principe di
Massa,[8]
segnalata da Angelo Solerti,[9]
preziosa stampa in-folio corredata da ventisette incisioni. Si registrano inoltre
alcuni versi di vari autori, tra cui Gabriello Chiabrera,[10] il
cui valore dichiaratamente encomiastico offusca qualsiasi pur improbabile
intenzione documentaria, mentre per ciò che riguarda gli aspetti visivi
dell’allestimento si segnalano le note incisioni di Jacques Callot conservate
presso l’Istituto Nazionale per
L’11 febbraio 1616 (1615 secondo
il calendario fiorentino), piazza Santa Croce fece da sontuosa cornice
all’evento festivo. A differenza dell’apparato del 1608, che riproponeva una
disposizione dello spazio che sviluppava moduli propri della tradizione
spettacolare fiorentina con la collocazione delle tribune per gli spettatori
lungo i tre lati della piazza – si pensi a disposizioni “classiche” come l’allestimento
del Salone dei Cinquecento in occasione della rappresentazione della Cofanaria di Francesco d’Ambra nel 1565 –,
Giulio Parigi aveva fatto edificare un enorme teatro ligneo di forma ellittica.
L’intenzione dell’architetto scenografo, richiamando la forma dell’anfiteatro
romano, era evidentemente quella di creare un collegamento tra l’augusta figura
di Cosimo II e i fasti dell’antichità classica: del resto è lo stesso Andrea
Salvadori, in apertura del libretto della Guerra
d’Amore, a istituire questo parallelismo tra i giochi e le forme
spettacolari della Grecia e di Roma e le forme di intrattenimento della Firenze
contemporanea attraverso il recupero della memoria dell’Eneide virgiliana: al pari del troiano principe Ascanio che amava
esibirsi in finte battaglie con i valorosi e nobili giovani del suo esercito,
il venticinquenne Granduca fiorentino «elesse di fare una festa a Cavallo, dove
nella maniera, che al suo grado gli conveniva, egli medesimo potesse
intervenire».[11]
L’edificio ellittico fatto
costruire da Giulio Parigi era costituito da due ordini di gradinate sorrette
da pilastri decorati con architravi, fregi e cornici, e destinati a ospitare
una moltitudine di spettatori; nelle parti più lunghe dell’ovale erano state
disposte due entrate decorate a bugnato, secondo lo stile rustico dell’architettura
toscana, e impreziosite da dipinti raffiguranti da un lato il fiume Arno e
Riempitosi il teatro in ogni
ordine di posti e ormai giunta
Qui dove ai Toschi lidi Arno si frange,
Io del Sol messaggiera alata Aurora,
Il cui guardo gentil, che d’Amor piange,
Le fresche erbette in sul mattino
irrora;
Di là ne vengo ove di Perle il Gange
Dell’Oriente le riviere infiora,
E cento Tempi al Nume mio devota
Erge la fortunata India remota.
Scorsa per tranquillissima marina
Fin dov’Ercole pose all’onde il segno
Con questa, ch’è degl’Indi alta regina
Al bel Cielo di Flora oggi ne vegno,
AUGUSTA MADDALENA, a cui s’inchina,
Dell’Etruria famosa il nobil’ regno,
Udite la cagion ch’a voi ne guidi
Da quegli Orientali ameni Lidi.[18]
È utile ricordare che a
differenza del Ballo e Giostra dei Venti – permeato di influenze neoplatoniche,
riecheggianti nella presentazione degli elementi naturali, che avevano
caratterizzato gran parte della cultura non solo spettacolare fiorentina – la Guerra d’Amore si caratterizzò per la
subitanea adesione a uno dei vettori principali della spettacolarità barocca,
quello dell’esotismo, qui esplicitato tramite la perizia tecnica e progettuale
di Giulio Parigi nella serie di fastosi carri e nell’impressionante numero di
variopinti figuranti che accompagnavano, in una sorta di stupefacente
contrappunto visivo, la declamazione delle ottave di Andrea Salvadori
all’indirizzo di Maria Maddalena.
Protagonista del componimento
poetico
Sovra Carro gemmato a voi d’avante
MADDALENA REAL venuti al fine
Inchiniamo di voi l’almo sembiante,
Che sete il Sol dell’Europèe regine;
Qui l’uno, e l’altro valoroso amante,
Che d’illustri corone adorna il crine,
Farà d’alto valor superba mostra
Onde l’ammiri ancor l’Euròpa vostra.
Con esercito uguale a queste arene,
Ch’il Toscano valor famose rende,
Ciascun di loro ad acquistar sen viene
Per novella beltà l’onde Tirrene
Mireran fiera guerra, e stragi orrende […].
Vedrete l’uno, e l’altro alla battaglia
L’esercit’ ordinar del proprio regno
Spingerlo, e ritirarlo, e quanto vaglia
Ciascun nell’arti di guerriero ingegno,
Vedrete poi com’il nemico assaglia
Ciascuno, ove lo guida Amore, e sdegno
Mostrandosi or col senno, or con la mano
Prudente Duce, e Cavalier’ sovrano.[19]
L’Aurora
prosegue presentando le schiere e le valorose imprese belliche di Indamoro e
Gradameto, sollecitando
È questo il
momento i cui, «al suono di Trombe, di Tambur, e d’altri barbari strumenti»[22]
entrano in scena i due contendenti, Indamoro re di Narsinga e Gradameto re di
Melina, ognuno dei quali accompagnato dal corteo delle proprie schiere e da un
carro trionfale rappresentante i rispettivi continenti di provenienza: l’Asia e
l’Africa.
L’asiatico
Indamoro, ricorda Andrea Salvadori, «haveva seco quattro squadre di Cavalleria
tutte di principali Cavalieri della sua Corte, e moltissima gente a piè, divisa
anch’ella in più schiere» (fig. 9) in abiti turchini e gialli.[23]
Cosimo II, nei panni del re Indamoro, «Era armato di tale armatura, che piu che
ad altra cosa, a lucidissimo diamante fregiato in oro si assomigliava, l’elmo,
e la pennacchiera erano di disegno, di valore, e di fattura meravigliosa, Il
Manto, Girello, Calza, e Bardatura di Cavallo, erano tutti egualmente ricchi, e
vaghi, e degni della persona de Gran Duchi di Toscana; haveva
Più precise
appaiono invece le immagini relative ai carri trionfali che accompagnavano
l’ingresso dei due sovrani. Il carro dell’Asia (fig. 12), «al quale erano
attaccati alcuni Cammelli di S. A., che con l’aiuto di ingegnose macchine non
vedute dal popolo, lo tiravano con gran facilità, ben che fusse grandissimo»[25] era
decorato con numerosi trofei dell’Asia: la parte superiore era dominata da un
prato fiorito su cui si trovava un albero dai rami d’oro, con frutti e foglie
preziosissimi «simile al Lauro Regio»,[26]
sulla cui sommità si trovava il nido della Fenice con il mitologico uccello in
atto di muovere le ali color porpora e oro. Sulla sinistra del prato una
fontana sgorgante acqua cristallina, rappresentante il luogo in cui, secondo il
mito, avrebbe dimorato a lungo
Il carro
dell’Africa (fig. 14), trainato da alcuni animali che Giulio Parigi, «ingegnoso
artefice»,[29] aveva abilmente camuffato
da elefanti, era costituito da due grandi guglie (forse delle piramidi o degli
obelischi) incise con geroglifici e sormontate dalle urne d’oro dei grandi re
egiziani, davanti alle quali si trovava la statua dell’Africa tra due leoni.
L’Africa «col volto nero, e terribile, con la testa d’Elefante per cimiero, e
parte vestita di rosso»,[30]
aveva in mano una lunga lancia e con una mano teneva alcune catene attaccate al
collo di diverse statue, raffiguranti le province in passato sottomesse dai
Mori. Ai piedi della statua raffigurante il continente africano, si trovavano
le statue del Nilo e del Niger, ognuna con un coccodrillo da un lato, come si
evince dall’incisione, e dall’altro, come ricorda ancora il Salvadori, da un
cavallo fluviale. Le fiancate del carro erano decorate con alcune storie
dell’Africa.[31] Il carro africano era contornato
da un gruppo di dodici selvaggi, dal volto per metà di uomo e per metà di
belva, dotati di “mazzafrusti” in spalla (fig. 15).
La nota
incisione di Callot Mostra della Guerra
d’Amore festa del Ser.mo Gran Duca di Toscana Lanno 1615 (fig. 16) documenta
il pomposo ingresso delle schiere degli esotici sovrani, seguito dai carri
dell’Africa e dell’Asia, invertendo curiosamente l’ordine delle entrate
registrato dal Salvadori e confermando ulteriormente la differenza tra la
raffigurazione dei giganti asiatici, ancora una volta immortalati con la clava
in spalla, e la descrizione del libretto. È noto come la fervida fantasia
dell’incisore di Nancy tendesse a introdurre nelle sue immagini personaggi
privi di un reale collegamento con il soggetto principale: non azzardato quindi
ipotizzare che queste differenze tra testo e immagine possano essere imputate
alla vena interpretativa di Jacques Callot, ma non bisogna dimenticare che
nella stragrande maggioranza dei casi, le cronache dei festeggiamenti medicei
avevano un valore prevalentemente progettuale, essendo redatte prima della
effettiva realizzazione dell’evento, e quindi l’allestimento poteva anche
subire modifiche in corso d’opera, discostandosi così dalla lettera del testo.[32] In
ogni caso l’incisione rende conto dell’impianto generale dello spettacolo del
1616, certificando la strutturazione spaziale, e visualizzando la studiata e
complessa coreografia dell’ingresso trionfale delle schiere di Indamoro e
Gradameto.
Dopo
che i carri ebbero sfilato per l’arena, finendo per disporsi verosimilmente sui
lati est e ovest del teatro, prese l’avvio la battaglia, che si sviluppò
seguendo un preciso rituale sotto l’accorta regia di Agnolo Ricci, presentando
i vari combattimenti in un crescendo di spettacolarità. Una schermaglia tra i
capisquadra delle opposte fazioni di cavalieri, i quali si affrontarono a più
riprese utilizzando di volta in volta zagaglia, mazza e stocco, dette inizio al
combattimento; poi, dispostisi i cavalieri a guisa di due mezze lune, ebbe
luogo lo scontro tra le schiere della fanteria, dapprima impegnando i
rispettivi capisquadra, poi le masse dei soldati con ripetuti e violentissimi
assalti, finiti i quali andarono a disporsi lungo il perimetro del teatro
dietro alla schiera dei cavalieri. Questi ultimi, ripresero immediatamente a
combattere, esibendosi in numerosi abbattimenti con lo stocco alla mano, per
poi collocarsi nuovamente in circolo lasciando ancora il campo alla fanteria,
che «tutta si fece inanzi, e prima i dieci Capi di squadra si affrontarono, di
poi tutte le schiere […] trassero fuori le spade, & in atto feroce alla
confusa si andarono a ferire; questa battaglia si rattaccò tre volte, e sempre
con ferocità maggiore».[33]
Ricorda
ancora Andrea Salvadori, non senza un accento realistico:
Stava il popolo con grandissimo diletto a mirar
l’empito con il quale si ferivano, vedeva calare in un medesimo tempo tante
spade, vedeva la dispostezza, e la forza di tanti Soldati nel colpire, e
sentiva un romore d’armi in tutto simile a una vera guerra, e certo non mancava
altro a far parer vera la finta battaglia, che il veder correre il sangue per
il Teatro.[34]
Ancora
una volta Jacques Callot è testimone oculare dell’evento, orientando il proprio
sguardo in direzione della confusa battaglia tra i fanti, come risulta
dall’incisione Uno de gl’abbattimenti
della Guerra d Amore / Festa del serenissimo Gran Duca di Toscana (fig. 19).
Al centro dell’arena, circondati dalle schiere dei cavalieri, si affrontano
furiosamente i fanti delle opposte squadre, mentre si apprestano a entrare in
battaglia altri due gruppi delle fazioni rivali. Lo scontro al centro si rivela
come un vero e proprio combattimento di massa, nel quale a prima vista quasi
non si riesce a distinguere un combattente dall’altro, essendo il gruppo
composto a formare un perfetto quadrilatero. Ma è proprio questo particolare,
che non sfugge all’occhio attento di Callot, a rivelare che all’interno della
compatta figura geometrica si svolgono numerosi duelli individuali che
contribuiscono a configurare tutto il combattimento non come una confusa
gragnola di colpi, ma come un preciso e ben preordinato balletto.
Il
libretto di Andrea Salvadori ricorda che al culmine del combattimento si sentì
per tutto il teatro un fortissimo rimbombo simile al tuono, e di fronte al
palco reale apparve, dal lato opposto dell’arena «un Carro tirato da
ferocissimi Cavalli, sopra il quale veniva Marte Dio della guerra, & haveva
seco Venere madre d’Amore; lo guidava l’Impeto, e il furore, e vi andavano
sopra tutti quei ministri, che da gli antichi Poeti a queste Deità furono
attribuiti».[35] L’incisione di Callot
coglie esattamente questo momento: nel massimo infuriare della battaglia
irruppe il carro di Marte e Venere con i cavalli al galoppo, intervenendo a
dividere la mischia dei contendenti. Passando attraverso i fanti il carro si
divise in due, separandoli definitivamente, e Marte cantò alcuni versi
invitando le truppe di Indamoro e Gradamento a cessare la battaglia e ad
assecondare il volere di Venere. La dea, a questo punto, indirizzò a Maria
Maddalena d’Austria un madrigale celebrando le virtù, il valore e i patimenti
amorosi di Indamoro e Gradameto, decretando in chiusura delle diciassette ottave
che la mano della regina Lucinda sarebbe stata data al più fedele dei due, non
al più forte. Una canzone intonata dalla moltitudine di musici presenti nel
teatro invitò i nobili cavalieri a cessare i combattimenti, e a cimentarsi
piuttosto in una battaglia amorosa.
Lasciamo la parola ad
Andrea Salvadori:
Allora i due Re invitato al meraviglioso ballo da
quell’allegro suono con alcuni de loro Cavalieri si mossero, e fecero ballare i
loro Cavalli con diletto e stupore di ciascheduno che gli vide, e sonavano in
tanto, e cantavano i musici, repetendo più volte l’istesse parole poste di
sopra, e varij, regolati moti facevano i Cavalli, onde contendeva la vista di
ciascuno con l’udito, chi prendesse in quel giorno più diletto, e più
meraviglia, ripigliavano tal volta fiato i Cavalli, che ballavano, ma non però
si fermava la bellezza di quella vista, perché allora gl’altri Cavalieri
facevano varie intrecciature, e tutte bellissime, le quali si veggono nella
decima terza, decimaquarta, e decimaquinta figura.
Come parve che si fusse ballato, e festeggiato a
bastanza, si mosse il Carro della Regina Lucinda, con tutta la sua gente a piè,
e fingendo di andare a vedere le pompe, e la bellezza di questa Città, famosa
ancora appresso di loro, si avviarono per uscir dal Teatro.[36]
All’esodo di Lucinda fece seguito
quello dei Carri dell’Asia e dell’Africa, della fanteria e dei cavalieri che
uscirono correndo fuori dall’arena tenendosi per mano dopo aver fatto alcune
leggiadre giravolte sui loro destrieri. Dall’edificio costruito da Giulio
Parigi, la festa si spostò fino a tarda notte per le strade della città, dove
si svolse la processione dei carri e una mascherata, cui assistette «infinita
moltitudine di popolo, e rallegravasi Firenze, che per mezzo del suo
Serenissimo Signore vedesse in lei rinovellarsi gli antichi spettacoli di Roma,
e di Atene».[37]
Il successo dello spettacolo, di
cui Callot ci ha lasciato un’immagine molto vivida, anche per quanto riguarda
il pubblico rappresentato in controluce in primo piano nelle stampe, fu tale
che nel mese di ottobre successivo venne rappresentato, ancora nella piazza di
Santa Croce, un nuovo balletto a cavallo, La Guerra di Bellezza, per
celebrare l’arrivo del principe Federico Ubaldo di Urbino. Questo spettacolo fu
organizzato dagli stessi artisti della Guerra d’Amore e di esso ci resta
una memoria visiva ancora una volta grazie all’“occhio teatrale” di Jacques
Callot. Con questi due episodi, questa declinazione dello spettacolo barocco si
perfezionò avvicinandosi a una nuova forma che – a Firenze, con La
Liberazione di Ruggero del 1625, messa in scena ancora da Giulio Parigi, e
a Parma nel 1628 con Mercurio e Marte di Claudio Achillini – sarebbe
sfociata nell’opera-torneo.
[1] B. BANDINELLI, Orazione o’ vero Il Principe esemplare sopra la vita e la morte del serenissimo Cosimo II il Gran Duca di Toscana, Firenze, Zanobi Pignoni, 1621, pp. 38-40.
[2] C. RINUCCINI, Descrizione delle feste fatte nelle reali nozze de’ serenissimi principi di Toscana D. Cosimo de’ Medici, e Maria Maddalena arciduchessa d’Austria, Firenze, Giunti, 1608, p. 50.
[3] Ivi, p. 53.
[4] C.-F. MENESTRIER, Traité des tournois, joustes, carrousels et autres spectacles publics, Lyon, Jacques Muguet, 1669.
[5] Ivi, pp. 174-176.
[6] R. STRONG, Arte e potere. Le feste del Rinascimento 1450-1650, Milano, Il Saggiatore, 1987, p. 90.
[7] C. TINGHI, Diario, in A. SOLERTI, Musica, Ballo e Drammatica alla Corte Medicea dal 1600 al 1637, Firenze, Bemporad, 1905, p. 102.
[8] Lettera al Sig. Alberico Cybo / Principe di
Massa / sopra il Giuoco fatto / dal Granduca / intitolato Guerra d’Amore, / il
dì 12 di febbraio
[9] A. SOLERTI, Musica, Ballo e Drammatica alla Corte Medicea dal 1600 al 1637, cit., p. 102. La copia della Lettera segnalata da Solerti è scomparsa in epoca imprecisata dalla Biblioteca Centrale Nazionale di Firenze. Una ulteriore copia della Lettera, alla quale attingiamo, è conservata presso il Getty Research Institute di Los Angeles ed è disponibile sulla piattaforma Internet Archive all’indirizzo https://archive.org/details/letteraalsigalbe00call (consultato in data 16/11/2016): cfr. M. BRANCASI, L’armonica contesa. Il balletto a cavallo in epoca barocca, tesi di laurea specialistica in Storia, critica e produzione dello spettacolo, Università degli Studi di Firenze, 2010 (relatore Renzo Guardenti), pp. 67, 188-207.
[10] G. CHIABRERA, Per
lo Principe D. Lorenzo Medici, / che torneava contra Indamoro / per
[11] A. SALVADORI, Guerra D’amore / Festa Del / Serenissimo / Gran Duca / Di Toscana / Cosimo Secondo, / Fatta In Firenze Il Carnevale Del 1615, Firenze, Zanobi Pignoni, 1615, p. 5.
[12] ID., Guerra di Bellezza / Festa a cavallo / fatta in Firenze / per la venuta / del Serenissimo Principe d’Urbino / l’ottobre 1616, Firenze, Zanobi Pignoni, 1616.
[13] Sulla pratica del riuso nella prassi spettacolare fiorentina, cfr. S. MAMONE, Callot e lo spettacolo fiorentino: il risparmio e lo spreco, in Le incisioni di Jacques Callot nelle collezioni italiane, Milano, Mazzotta, 1992, pp. 69-77.
[14] SALVADORI, Guerra D’amore, cit., p. 8.
[15] Si veda la scheda redatta da M.P. MANNINI in Il disegno fiorentino del Seicento nella Marucelliana, Firenze, Vallecchi, 1978, pp. 29-30; cfr. anche A.R. BLUMENTHAL, The Art of the Medici, London, University Press of New England, 1980, pp. XI, 101-102, n. 471; G. BRUNETTI, I disegni dei secoli XV e XVI della Biblioteca Marucelliana di Firenze, Roma, Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, 1990, p. 40.
[16] Biblioteca Nazionale Centrale Firenze, Pal. C.B.3.53, vol. II, c. 40.
[17] A. M. NAGLER, Theatre Festivals of the Medici: 1539-1637, New Haven and London, Yale University Press, 1964, p. 127 e fig. 91.
[18] A. SALVADORI, Guerra D’amore, cit., p. 9.
[19] Ivi, p. 21.
[20] Ivi, p. 26.
[21] Ibid.
[22] Ivi, p. 29.
[23] Ibid.
[24] Ibid.
[25] Ivi, p. 30.
[26] Ibid.
[27] Ivi, p. 31.
[28] «Era
[29] Ivi, p. 34.
[30] Ivi, p. 35
[31] «Si
vedevano dalle bande di fuora del Carro, effigiate varie guerre fatte dagl’Affricani,
la lotta d’Anteo, e d’Ercole, le prove di Perseo in Etiòpia e le sue nozze con
Andromeda, vedevansi i trionfi di Annibale, e le glorie di Cartagine; In una
delle basi delle Piramidi erano dipinte le cateratte del Nilo, le sue sette
bocche,
[32] Cfr. C. MOLINARI, Delle nozze medicee e dei loro cronisti, in «Quaderni di teatro», II, 1980, 7, pp. 23-30.
[33] SALVADORI, Guerra D’amore, cit., p. 40.
[34] Ibid.
[35] Ivi, p. 41.
[36] Ivi, pp. 49-50.
[37] Ivi, p. 51.

Fig. 01 - Matthias Greuter, Ballo e Giostra de’ Venti, incisione, 1608, Firenze, Biblioteca Nazionale Centrale

Fig. 02 - Jacques Callot, Guerra d’Amore, disegno, 1615, Firenze, Gabinetto dei Disegni e delle Stampe degli Uffizi

Fig. 03 - Jacques Callot, Mostra della Guerra d’Amore, incisione, 1615, Firenze, Biblioteca Marucelliana

Fig. 04 - Jacques Callot, Teatro fatto in Firenze per la Festa a cavallo... [Guerra di Bellezza], incisione, 1615, Firenze, Biblioteca Marucelliana

Fig. 05 - Jacques Callot, Carri e personaggi della Guerra d’Amore, incisione, 1615, Firenze, Biblioteca Marucelliana

Fig. 06 - Jacques Callot, Carri e personaggi della Guerra d’Amore (Carro della regina dell’India), incisione, 1615, Firenze, Biblioteca Marucelliana

Fig. 07 - Giulio Parigi, Costume di Indiano, disegno, 1615, Firenze, Biblioteca Marucelliana

Fig. 08 - Giulio Parigi, L’Aurora, disegno, 1615, Firenze, Biblioteca Nazionale Centrale

Fig. 09 - Jacques Callot, Carri e personaggi della Guerra d’Amore, disegno, 1615, Chatsworth, Devonshire Collection

Fig. 10 - Jacques Callot, Carri e personaggi della Guerra d’Amore (Indamoro Re di Narsinga), Firenze, Biblioteca Marucelliana

Fig. 11 - Jacques Callot, Carri e personaggi della Guerra d’Amore (Gradameto Re di Melinda), Firenze, Biblioteca Marucelliana

Fig. 12 - Jacques Callot, Carri e personaggi della Guerra d’Amore (Carro dell’Asia), Firenze, Biblioteca Marucelliana

Fig. 13 - Jacques Callot, Carri e personaggi della Guerra d’Amore (Gigante asiatico), Firenze, Biblioteca Marucelliana

Fig. 14 - Jacques Callot, Carri e personaggi della Guerra d’Amore (Carro dell’Africa), Firenze, Biblioteca Marucelliana

Fig. 15 - Jacques Callot, Carri e personaggi della Guerra d’Amore (Uomo selvatico), Firenze, Biblioteca Marucelliana

Fig. 16 - Jacques Callot, Uno de gl’Abbattimenti della Guerra d’Amore, incisione, 1616. Firenze, Biblioteca Marucelliana