Anna Maria Testaverde Introduzione a I canovacci della Commedia dell'Arte
1. Entusiasmi e illusioni di una «scoperta» storiografica.
La storia materiale della drammaturgia tra il XVI e il XVII secolo è la storia della «terra di nessuno», il luogo dove si sono incontrate, intrecciate e poi disperse le esperienze dei professionisti del
Spetta alla fervida stagione degli studi positivisti del tardo Ottocento, interessata al reperimento delle fonti documentarie e alla storia materiale del teatro, la scoperta, nelle biblioteche italiane, dei circa mille «scenari»[2] manoscritti o a stampa, della «commedia all'improvviso», rinvenuti in miscellanee o singole raccolte, la maggior parte delle quali prive di autore. Gli studiosi ritennero con entusiasmo di potere veramente interpretare, attraverso la struttura interna, il «segreto» di un gioco scenico ben distante dalle normative della drammaturgia «preventiva o letteraria»[3], quella cioè in cui il testo, scritto da un autore, è regolarmente disteso, comprende dialoghi e didascalie sceniche, è redatto in tempi anteriori alla sua messa in scena e può dunque sussistere indipendente da qualsiasi sua rappresentazione. Fino a quel momento
Adolfo Bartoli, dando alle stampe per la prima volta una delle inedite raccolte per «offrire, coi nuovi Scenari (...) un contributo allo studio dell'antica Commedia popolare Italiana», aveva ben messo a fuoco l'appartenenza di questi materiali alla «commedia all'improvvisa», forma teatrale che «si recitò, - scriveva, - per tutto il Medioevo, dagli istrioni più volgari, mezzi commedianti e mezzi saltimbanchi» e che poi era salita «in grande onore verso la fine del secolo XVI»[5]:
Due generi di Commedie popolari ebbe l'Italia, quasi affatto sconosciuti ambedue, ed ambedue importantissimi: le Commedie scritte e le improvvise. Noi dobbiamo ora rivolgere la nostra attenzione alle seconde. Si chiamò Commedia improvvisa o dell'arte, quella della quale non è disteso il dialogo, ma semplicemente è fatta la divisione delle scene ed accennato ciò che i personaggi debbono dire[6].
Nell'associare i canovacci alla rappresentazione dei comici dell'Arte aveva altresì delineato le caratteristiche compendiarie di questi testi, distesi esclusivamente per «accennare» ai recitanti quello che dovevano dire in scena.
Gli iniziali entusiasmi storiografici si sono poi smorzati di fronte alla difficoltà di affrontare la frammentarietà e la varietà degli scritti, scivolando verso la sconfortante incertezza nell'attribuirli alla pratica dei comici di professione e nel considerarli piuttosto il frutto di un esercizio dilettantesco[7]. Diversamente le più recenti posizioni storiografiche hanno riacceso l'interesse su questi testi scenici, spostando la questione all'interno dei magmatici contesti drammaturgici del XVI e XVII secolo, caratterizzati dalla condivisione fluida di modelli letterari, contaminazioni di genere e soprattutto di metodi di composizione che riguardano ambiti teatrali un tempo giudicati in contrapposizione[8].
La «deprecata» eterogeneità di questo insondato mare magnum di scritture teatrali rappresenta piuttosto il suo sostanziale valore. Gli scenari, siano pure provenienti da contesti professionistici o dilettanteschi, costituiscono un'eredità drammaturgica inusuale, la più vasta «enciclopedia del teatrabile»[9]
Questa «produzione» ha posto
2. Il promemoria della drammaturgia all'improvviso.
Il canovaccio fu una scrittura finalizzata all'uso pratico, esclusivamente per «rammentare» ai recitanti, con estrema sintesi e rapidità, l'intreccio delle vicende non recitate a memoria; la sua funzione mnemonica è espressa dall'uso di didascalie implicite, interne al testo, che ricordano all'interprete la successione delle azioni, la sequenza delle entrate e delle uscite sul palcoscenico («si ritira/ritirano»; «parte/partono»;«via»; «resta/restano»; «in questo»)[11]. Questo «promemoria», che descrive sommariamente la rappresentazione scena per scena, traduceva in scrittura la tecnica dell'improvvisazione che sottintendeva anche uno stile di vita delle compagnie dei comici «itineranti», sempre destinate a vedere spezzato il precario equilibrio delle proprie tournées per gli imprevisti del viaggio[12]. La sua struttura formale consentiva pertanto di operare con duttilità giunte, tagli e variazioni alla trama, favorendo una variabilità tematica che dipendeva anche dalla presenza o assenza degli attori che componevano la compagnia[13]. Si trattava dunque di uno strumento di coagulazione del lavoro degli attori, un mezzo per ricostruire lo spettacolo in itinere, in tempi brevissimi, adattabile a pubblici diversi, a spazi e a luoghi differenti.
Nella composizione della compagnia (così come nell'intreccio narrativo) non dovevano mancare quei «tipi fissi» che entrarono prepotentemente nella tradizione teatrale italiana grazie alla tipizzazione della loro maschera e del loro costume scenico: la coppia di vecchi (il Pantalone veneziano e il Dottore bolognese); la coppia di servi, l'uno sciocco e l'altro furbo (gli Zanni con il dialetto bergamasco o lombardo-veneto); le due coppie di giovani (gli Innamorati che recitavano adottando la lingua dei Toscani). Talvolta a questi «tipi fissi» si affiancavano, in parti mobili e saltuarie,
Il testo scenico riproduceva dunque sulla carta l'intero «pacchetto-spettacolo» con la composizione del cast attorico e l'elenco degli attrezzi scenici («robbe»): la quantità numerica degli attori richiesti oscilla da un minimo di sei a un massimo di dieci, ma si accresce negli scenari più tardi, soprattutto per quanto riguarda il genere pastorale o i generi misti (tragicommedia, tragedia piscatoria).
Nella lista degli oggetti usati in scena, «le robbe», sono compresi gli oggetti più vari («una bella valigia»; «fazzoletto con denari»; «una borsa scucita nel fondo»; «collana d'oro»; «insegna d'osteria»), alimenti da consumare in scena («un piatto de maccaroni»; «un pezzo di formaggio»; «due fiaschetti di vino»), le armi («spada insanguinata»; «un'alabarda»; «arme astate assai»), gli strumenti musicali («liuto da sonare») nonché gli abiti per i travestimenti («da facchino»; «da turco»; «da galeotto»; «vestiti travaganti»; «una veste bella per il Signore»; «abito da negromante, da diavolo») con i relativi accessori («collarone e manichini di carta»; «barba a posticcio»; «barba da spagnolo»; «una barba simile a quella di Pantalone»). Invece, a conclusione di alcuni testi, sono aggiunte le trascrizioni di lettere, canzoni, sonetti che nell'evoluzione del gioco scenico costituiscono i significativi e determinanti elementi di «snodo» dell'azione o ne sono piuttosto l'oggetto della trama (La innocenzia rivenuta; La pazzia di Doralice; Le grandezze di Zanni).
Se in ogni scenario è indicata la località geografica nella quale si finge l'azione, scarse sono invece le indicazioni sulle scenografie adottate. Tuttavia l'ampia rassegna iconografica degli acquarelli seicenteschi che corredano l'anonima Raccolta di scenari più scelti conservata presso
La definizione di «scenario» (o canovaccio, favola rappresentativa, soggetto, abbozzo) attribuita a questi testi appartiene invece all'indecifrabile variabilità lessicale di un gergo teatrale che unifica un'altrettanto multiforme tipologia di stesura del testo scenico[19]. Nel corso del XVII secolo si sono evidentemente sovrapposte esperienze performative indistinguibili che si riflettono nelle distorsioni interpretative e nei dibattiti riguardanti i processi di elaborazione drammatica di autori come Carlo Gozzi o lo stesso Carlo Goldoni[20]. Non è dunque casuale che la definizione del termine «scenario» sia entrata nel prestigioso Vocabolario della Crusca quasi al termine di una parabola di interferenze di ambiti di produzione teatrale che nella Commedia dell'Arte avevano però il loro modello di riferimento:
Foglio, in cui sono descritti i recitanti, le scene, e i luoghi, pe' quali volta per volta deon uscire in palco i comici, e altre simili cose concernenti le commedie (...)
Esempio: Malm. 1. 50. Collo scenario in mano, e il mandafuora, va inanzi a' nobil suoi commilitoni[21].
L'inserimento del vocabolo non fu tuttavia dovuto all'accreditamento del gergo tecnico dei comici «di mestiere», bensì alla «nobilitazione» linguistica-letteraria della terminologia utilizzata nell'opera burlesca Il Malmantile racquistato[22], scritta dal pittore-letterato e attore dilettante Lorenzo Lippi[23], nell'ambito di un contesto fiorentino che riuniva uomini politici, artisti e letterati (dai pittori Alessandro Allori e Salvator Rosa, ai letterati accademici Pietro Susini e Mattias Bartolommei), dediti all'esercizio dilettantesco dell'improvvisazione teatrale. Il Lippi, ritraendo nel suo Malmantile, in un umoristico bozzetto, il gruppo degli amici con i quali condivideva la passione teatrale, descriveva Mattias Bartolommei Smeducci, figlio di Girolamo, «collo Scenario in mano, e il Mandafuora», mentre «Pancrazio, Pedrolino e Leonora | lo seguon con un nugol d'istrioni»[24]. Il rigore professionale con il quale Paolo Minucci[25], nella nota esplicativa, aveva poi chiarito il significato e la distinzione dei termini «scenario» e «mandafuora» valse senza dubbio l'accreditamento da parte dei Cruscanti, la conferma della compiuta codificazione di un lessico ampiamente condiviso tra gli uomini di tearo, fossero essi mercenari o dilettanti, ma soprattutto la consapevole conoscenza e condivisione di un medesimo strumento di lavoro.
3. L'improvvisazione: una drammaturgia senza «copyright».
Probabilmente già dal primo decennio del Seicento la pratica scenica dei comici dell'Arte aveva contagiato altri ambiti di produzione teatrale e molti dovevano essere gli zibaldoni di scenari che, privi di qualsiasi forma di copyright, circolavano tra gli uomini di teatro[26]
(...) quindi è ch'el Signor Flavio, dopo un lungo rivolger d'anni, e dopo un lungo recitar sopra le scene, ha poi voluto lasciar al mondo (non le sue parole, non i suoi bellissimi concetti) ma le sue Comedie, le quali in ogni tempo et in ogni luogo gli hanno dato grandissimo onore[29].
A testimonianza dell'assoluta padronanza della pratica scenica, l'Andreini spiegava ai lettori in che cosa consistesse la «nuova invenzione» di Flaminio Scala, ovvero nell'avere egli pubblicato «le sue Commedie solamente con lo Scenario», senza averle scritte «da verbo a verbo», rivendicando in tal modo l'originalità dello strumento:
Avrebbe potuto il detto signor Flavio (perché a ciò fare era idoneo) distender l'opere sue, e scriverle da verbo a verbo, come s'usa di fare; ma perché oggidì non si vede altro che Comedie stampate con modi diversi di dire, e molto strepitosi nelle buone regole, ha voluto con questa sua nuova invenzione metter fuora le sue Comedie solamente con lo Scenario, lasciando ai bellissimi ingegni (nati solo all'eccellenza del dire) il farvi sopra le parole (...) E perché più agevolmente si possano rappresentare l'opere sue, e porre in scena, egli ha ciascheduna d'esse fatto il suo non disdicevole argomento, ha dichiarati, e distinti i personaggi, et ha per ordine posto tutti gli abiti che in esse si ricercano per non generar confusione nel vestire (...)[30].
La pubblicazione di quei «mille suggetti» di cui lo Scala si attribuiva la paternità[31], sottintendeva comunque una questione più sostanziale, perché, nel portare a conoscenza lo strumento di scrittura del testo scenico all'impronta, rivendicava per la prima volta all'attore un ruolo del tutto inedito nella storia della drammaturgia, quello cioè dell'essere il vero e unico responsabile della favola da rappresentare:
Di ciò mi sono io poi facilmente appagato, conoscendo che in tal maniera sarà levata a molti l'occasione di appropriarsi le mie fatiche, poiché so che spesso compariscono di questi soggetti nelle scene, o tutti intieri nella maniera che qui li vedete, o in qualche parte alterati e variati. Sono miei parti, mia è l'opera, qualunque ella sia, e mio parimente deve essere quel biasimo, o quella lode, che merita[32].
La paternità della composizione del testo scenico, arrogata di diritto con la coscienza della propria esperienza di pratica della scena, sarebbe stata al centro di una querelle che, nel 1618, lo stesso Scala avrebbe messo a fuoco in un noto e incalzante dialogo tra un Comico e un Forestiero, scritto come primo prologo alla sua commedia Finto marito, derivata dallo scenario Il marito[33
Aggiungeva peraltro un'utile indicazione anche su quegli espedienti drammaturgici, utilizzati per accrescere la comicità alla rappresentazione, e che egli indica come un ennesimo recupero dai modelli del passato: «in materia di burle, lacci, botte, motti, facezie, inganni, groppi e bizzarrie» tutte potevano ritenersi «imitazione de' passati scrittori». La denuncia del Briccio non soltanto giustifica la produzione intensa e la libera circolazione dei testi scenici fatti per l'improvvisazione (e indirettamente anche la sopravvivenza delle tante raccolte di manoscritti superstiti), ma indica quale fosse la letteratura ritenuta esemplare dai contemporanei, usata come modello di riferimento per la scrittura e per un'adeguata formazione culturale del «concertatore». La questione era sostanziale perché era il fondamento dell'opposizione tra i dilettanti letterati e gli attori professionisti, accusati di avere «mercificato» l'arte teatrale che meritava di essere ricondotta ai livelli di una cultura d'élite per insegnare «alla vita dei mortali come virtuosamente si debbono reggere nelle domestiche e nelle private azioni»[39]. Soltanto la cultura classica del letterato («fra' Greci Menandro e Filemone e tra' Latini Cecilio, Plauto e Terenzio (...) veri maestri dell'arte comica» poteva «senza alcun dubbio» insegnare «come la commedia si scrivi»[40]. Fu questa una rivendicazione più volte ribadita anche negli scritti dei comici, preoccupati di nobilitare la propria arte con la dimostrazione di un'attenta e complessa formazione culturale, fondata sulla conoscenza dei classici e degli autori contemporanei. Nelle pagine de Le Bravure Del Capitan Spavento Francesco Andreini, rivolgendosi ai lettori della sua opera, ricordava che la sua formazione di concertatore di testi scenici per la «famosa e non abastanza lodata compagnia de i Comici Gelosi» si era maturata con la lettura delle «Opere d'Omero, di Vergilio, di Sofocle, d'Euripide e di Seneca, ed a mirar con occhio sano le buone Tragedie e l'approbate, come sono l'Algmeone, l'Edipo, l'Oreste, Meleagro, Tieste e Telefeo»[41]. La strenua difesa della preparazione letteraria dell'attore tornava ancora in un prologo di Domenico Bruni, in arte Fulvio, indirizzato al Principiante [che] vuole con lo studio superar le difficoltà dell'arte, incoraggiandolo a intraprendere una professione sulla quale, dice il comico «non si può dir peggio: chi la vuol far bene, non ha ora di piacere per la necessità che si ha di studiare» e quindi a «affaticare e scorticare ed a squartare libri vulgari»[42]. Dallo studio di questi «libri», scriveva ancora il Barbieri, i comici avrebbero tratto «sentenze, concetti, discorsi d'amore, rimproveri»:
I comici studiano e si muniscono la memoria di gran farragine di cose, come sentenze, concetti, discorsi d'amore, rimproveri, disperazioni e delirii, per averli pronti all'occasione (...) Non vi è buon libro che da loro non sia letto, né bel concetto che non sia da essi tolto, né descrizione di cosa che non sia imitata, né bella sentenza che non sia colta, perché molti leggono e sfiorano i libri. Molti di loro traducono i discorsi delle lingue straniere e se ne adornano, molti inventano, imitano, amplificano[43].
«Tradurre, adornare, inventare, imitare, amplificare», secondo le affermazioni del Barbieri, erano le norme tecniche utilizzate per progettare la «nuova commedia» all'improvviso, secondo un sistema che è stato ampiamente confermato dalla recente scoperta dello Zibaldone di Stefanello Bottarga, una miscellanea di materiali che documenta l'eterogeneità e la ricchezza del serbatoio letterario dal quale poteva attingere l'attore della Commedia dell'Arte[44].
La produzione e la recitazione erano il risultato di un esercizio letterario che consentiva un montaggio sempre nuovo di intrecci che svecchiava storie ormai note e ne prolungava il successo. Con grande effetto l'attore Silvio Fiorillo nel prologo della commedia L'amor giusto suggella questo metodo, affidando idealmente a chiunque la possibilità di «reinventare», secondo il proprio gusto, la medesima storia: «nui ve la dammo st'opera, che la scusite, che la cusite e la revotate a gusto vuostro»[45]. Ope
Ma alla fine del Seicento Andrea Perrucci era già il testimone della difficoltà di progettazione di nuovi e originali canovacci, segno evidente di un lento e progressivo esaurimento degli stimoli della Commedia dell'Arte:
Questi soggetti o son fatti apposta per rappresentarsi all'improvviso, o sono presi da Commedie distese dagli Antichi, o Moderni ridotte a stilo di potersi rappresentare all'improviso per rifuggire il tedio d'un lungo concerto, che richiede
Poiché «il farne di nuovo è un poco difficile a chi non ha belle Invenzioni», già in quegli anni il Perrucci testimoniava la diffusa circolazione («vanno a torno») di molti zibaldoni che riproponevano scenari ispirati a modelli ripetitivi.
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[1] Per un approfondimento della Commedia dell'Arte con i contesti drammaturgici seicenteschi cfr. i saggi di F. Taviani,
[2] A. Nicoll, Mask, Mimes and Miracles: Studies in the Popular Theatre, Harcourt Brace, New York 1931, aveva già elencato circa 760 titoli, confermati poi in K. M. Lea, Italian Popular Comedy: A Study in the Commedia dell'Arte, 1560-1620, With Special Reference to the English Stage, Clarendon Press,
[3] La definizione spetta a S. Ferrone, Drammaturgia e ruoli teatrali, in «Il Castello di Elsinore», III (1988), pp. 37-44.
[4] Il riferimento alla continuità della tradizione drammaturgica latina e classica in genere nella Commedia dell'Arte è indicata in V. De Amicis, La commedia popolare latina e
[5] Cfr. A. Bartoli, Scenari inediti della Commedia dell'Arte. Contributo alla storia del teatro popolare italiano, Sansoni, Firenze 1880, pp. ix-x (rist. an. Forni, Bologna 1979). L'autore pubblicò la raccolta di manoscritti proveniente dal fondo magliabechiano della Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze.
[6] Ibid., p. ix (il corsivo è mio).
[7] In proposito Ludovico Zorzi, ideatore di un grande progetto di edizione completa delle raccolte di scenari presso la casa editrice Einaudi, le considerava, non senza una nota di rincrescimento, «quasi tutte di pugno dei dilettanti». Cfr. il progetto presentato dallo studioso in L. Zorzi, La raccolta degli scenari della Commedia dell'Arte, in Alle origini del teatro moderno.
[8] Cfr. il dibattito pubblicato in ibid., p.
[9] L
[10] Cfr. S. Ferrone, Il metodo compositivo della Commedia cit., p. 53.
[11] Il Perrucci così descrive i segni grafici e la struttura del canovaccio: «Scorgendosi le scene nel margine, dove si nota quel personaggio che ha da uscire e si contrasegna con una linea rotta, dove termina dicendo "via", accorciato da "va via" o "vanno via". In testa di esso si pone il luogo dove si finge la favola (...) Il segno di partire e terminar la scena è in linea rotta; il segno d'osservar da parte ciò che fanno o dicono gli altri personaggi, per poi fare ciò che deve per lo "soggetto", sarà una stelluccia notata alla margine, chiamata osservatoria». Cfr. A. Perrucci, Dell'arte rappresentativa premeditata e all'improvviso. Parti due, giovevoli non solo a chi si diletta di rappresentare, ma ai predicatori, oratori, accademici e curiosi, M. L. Mutio, Napoli 1699 (ed. moderna Dell'arte rappresentativa premeditata ed all'improvviso, a cura di A. G. Bragaglia, Sansoni antiquariato, Firenze 1961), pp. 256-57.
[12] Siro Ferrone ha più volte affrontato il tema del viaggio dei comici, per il quale cfr. in particolare il capitolo L'invenzione viaggiante, in S. Ferrone, Attori, mercanti, corsari cit., pp. 3-49.
[13] Sulla composizione del testo scenico dei comici cfr. F. Taviani, La composizione del dramma nella Commedia dell'Arte, in «Quaderni di teatro», IV (1982), n. 15, pp. 151-71.
[14] Sulla derivazione letteraria di questo personaggio cfr. D. Boughner, The Braggart in Renaissance Comedy: A Study in Comparative Drama from Aristophanes to Shakespeare, University of Minnesota Press, Minneapolis 1954; E. Benini, Il «Bravo», personaggio da teatro, in «Rivista italiana di drammaturgia», III (1978), n. 8, pp. 21-49. Sull'Andreini in particolare cfr. Id., Un bullo barocco: Capitan Spavento, in «Quaderni di teatro», I (1979), n. 4, pp. 128-41.
[15] Sul Capitan Spavento cfr. R. Tessari, Francesco Andreini e la maschera del Capitano. Una strategia del sogno ad occhi aperti, in F. Andreini, Le Bravure del Capitano Spavento divise in molti ragionamenti in forma di dialogo, Vincenzo Somasco,Venezia 1607 (ed. moderna Giardini, Pisa 1987).
[16] Ibid., pp. 212-13.
[17] L'interpretazione appartiene a E. Aasted, What about the Corsiniano Scenari can tell us about the Commedia dell'Arte, in «Analecta Romana Instituti Danici», XX (1992), pp. 159-81.
[18] Il testo fu nuovamente riadattato, senza musica, dalla comica Domenica Costantini, nota come Corallina, moglie di Costantino Costantini, in arte Gradellino, la quale lo pubblicò nel 1669 con il secondo titolo Il Natale de' Fiori.
[19] Cfr. A. M. Testaverde, La scrittura scenica nel XVII secolo, in G. Lazzi (a cura di), Carte di scena, Polistampa, Firenze 1998, pp. 31-48.
[20] Cfr. le ipotesi al riguardo di L. Riccò, Teatro per la scena. Teatro per la stampa. Problemi di edizione, in «Giornale Storico della Letteratura italiana», CLXXIII (1996), pp. 210-66.
[21] Cfr. Vocabolario degli Accademici della Crusca, vol. IV, In Firenze: appresso Domenico Maria Manni, MDCCXXIX-MDCCXXXVIII, p. 375.
[22] L. Lippi, Il Malmantile racquistato. Poema di Perlone Zipoli con le note di Puccio Lamoni, nella stamperia Bandi, Firenze 1788. Nel Proemio, redatto da Puccio Lamoni, si apprende che la stesura dell'opera fu oggetto di lunghe e alterne vicende. La prima edizione vide la luce nel 1676, dodici anni dopo la sua morte, a distanza di circa venti anni dalla sua progettazione (congetturabile tra il 1640-50).
[23] Sull'ambiente culturale degli artisti fiorentini, dilettanti di teatro, cfr. D. Landolfi, Su un teatrino mediceo e sull'Accademia degli Incostanti a Firenze nel primo Seicento, in «Teatro e Storia», VI (1991), n. 1, pp. 57-88; S. Mamone, Tra tela e scena. Vita d'accademia e vita di corte nel primo Seicento fiorentino, numero monografico di «Biblioteca teatrale», n.s. (1996), nn. 37-38, pp. 213-28.
[24] L. Lippi, Il Malmantile racquistato cit., p. 74.
[25] L'annotazione dell'opera, e quindi la definizione dei termini, appartiene alla penna di Paolo Minucci, segretario del principe Mattias de' Medici e del cardinale Leopoldo.
[26] La prima edizione di uno scenario a stampa risale al 1602. Cfr. La schiava, per Pietro Bartoli, Pavia 1602, riprodotta in F. Scala, Il Teatro delle favole rappresentative, a cura di F. Marotti, Il Polifilo, Milano 1976, vol. I, pp. xci-xcii.
[27] Sulla figura di Flaminio Scala e sulla lettura dei suoi testi scenici cfr. F. Marotti, La figura di Flaminio Scala, in Alle origini del Teatro Moderno:
[28] F. Scala, Il Teatro delle favole rappresentative cit., vol. I, p. 3.
[29] Ibid., p. 12.
[30] Ibid. (il corsivo è mio).
[31] Sull'edizione a stampa delle favole dello Scala cfr. la riflessione di R. Andrews, Howand why-does one print scenarios? Flaminio Scala
[32] F. Scala, Il Teatro delle favole rappresentative cit., p. 4.
[33] Il testo della commedia è stato edito in L. Falavolti (a cura di), Commedie dei comici dell'Arte, Utet, Torino 1982, pp. 217-365. I due prologhi sono trascritti in F. Marotti e G. Romei,
[34] La citazione è tratta dalla premesse scritte da Basilio Locatelli nella sua Scena de' sogetti comici, rimasta ancora inedita. Cfr. F. Marotti e G. Romei,
[35] N. Barbieri,
[36] Cfr. la dedicatoria a Girolamo Signorelli che precede la commedia
[37] Ibid.
[38] Ibid.
[39] B. Locatelli, Della scena de' sogetti comici cit., vol. I, c. 4v.
[40] Ibid., c. 3v.
[41] La citazione è tratta da F. Marotti e G. Romei,
[42] Cfr. D. Bruni, Prologhi. Parte seconda, trascritto in F. Marotti e G. Romei,
[43] N. Barbieri,
[44] Cfr. M. del Valle Ojeda Calvo, L'officina di un comico dell'arte: il metodo di lavoro di Stefanelo Botarga, in «Biblioteca teatrale», n.s. (1999), nn. 49-51, pp. 381-99; Id., Stefanelo Botarga: un pirata della letteratura, in A. M. Testaverde (a cura di), Zani mercenario della piazza europea, Moretti & Vitali, Bergamo 2003, pp. 156-77.
[45] La citazione è tratta dal prologo alla commedia L'amor giusto, trascritto in G. Romei,
[46] Sul Cecchini cfr. la voce curata da F. Taviani nel Dizionario Biografico degli Italiani, vol. XXIII (1979), pp. 274-80; cfr. C. Molinari, Un commediante e il suo mestiere, in P. M. Cecchini, Le commedie, Bovolenta, Ferrara 1983; C. Burattelli, Borghese e gentiluomo. La vita e il mestiere di Pier Maria Cecchini tra i comici detto «Frittellino», in «Il Castello di Elsinore», I (1988), n. 2, pp. 33-63; C. Burattelli, D. Landolfi e A. Zinanni (a cura di), Comici dell'Arte. Corrispondenze cit., vol. I, pp. 191-98.
[47] La citazione è tratta P. M. Cecchini, Discorso sopra l'arte comica, trascritto in F. Marotti e G. Romei,
[48] A. Niccol, Il mondo di Arlecchino. Studio critico della Commedia dell'Arte, Bompiani, Milano, 1965, p. 54.
[49] A. Perrucci, Dell'arte rappresentativa premeditata cit., pp. 256-257.