Claudio Proietti
Il vocabolario sonoro di Francesco Filidei nel racconto di Claudio Proietti


Pisa, Edizioni ETS, 2026, 244 pp., euro 22,80
ISBN 978-8-8467-7375-3

Data di pubblicazione su web 15/09/2026

I nomi della musica. Francesco Filidei dal 1995 al 2026

Nemo propheta in patria è una definizione ben nota e che si può tranquillamente utilizzare in riferimento al compositore Francesco Filidei, pisano di origine (nato nel 1973), francese di adozione (è andato a studiare e lavorare a Parigi poco più che ventenne), che ha avuto notorietà e riconoscimento in patria (l’Italia, appunto) solo nel 2025, quando gli è stato dedicato il Festival di Milano Musica e quando, il giorno dopo l’inaugurazione del Festival, ha avuto luogo la prima mondiale della sua opera Il nome della rosa al Teatro alla Scala. Fondamentale per conoscere tutto Filidei, compositore che ha avuto un percorso originalissimo, geniale e coerente, è il volume che a lui dedica Claudio Proietti, che, nel titolo, ci fa venire in mente proprio quello del celeberrimo romanzo di Umberto Eco. 

Francesco Filidei rappresenta una cerniera esemplare tra la concretezza del gesto performativo e la costruzione della forma musicale e in I nomi della musica. Francesco Filidei dal 1995 al 2026 Claudio Proietti ce ne offre una ricostruzione critica e biografica che non si limita alla fredda esegesi analitica, ma ricompone il fitto reticolo di affetti, citazioni e tensioni teatrali che permea la produzione del compositore pisano, complice il fatto che Proietti conosce a fondo Filidei e il suo percorso. Il saggio – arricchito dalla prefazione di Paolo Petazzi – è suddiviso in tre sezioni: un’ampia intervista che è un vero e proprio dialogo fra Proietti e il compositore; una parte di testimonianze di musicisti e personaggi della cultura che hanno collaborato con Filidei e, infine, un catalogo delle opere del compositore che rimandano con intrecci svariati all’intervista della prima parte. 

Dai lavori giovanili legati all’esplorazione del rumore, dell’invisibile e della fisicità dell’esecutore, fino ai complessi affreschi per la scena lirica, risaltano alcune cifre stilistiche di Filidei, come l’attenzione per lo spazio sonoro, la musica e il gesto e anche l’uso di oggetti vari insieme agli strumenti musicali tradizionali che, dice lo stesso Filidei «sono ormai un contrassegno delle mie partiture» (pag. 93). Ma non è solo il mettere in relazione la musica con altre realtà e elementi (gesto, corpo, oggetti vari) che fa da filo conduttore del catalogo filideiano, quanto il fatto che ogni pezzo, ogni scelta strumentale o di teatro musicale, fino all’opera lirica, è sempre fortemente legata alla sua vita vissuta. Citiamo ancora cosa risponde quando Proietti gli chiede in quale direzione la sua vicenda artistica sta andando: «Ho bisogno di meditazione per cercare di trovare nuove strade, cominciando dalla vita e poi anche nella musica, due cose che ho sempre voluto e dovuto legare» (p. 22). 

Proietti, dunque, dopo aver inquadrato come il suo saggio sia un approfondimento di un ciclo monografico radiofonico, dedicato all’arco creativo di Filidei dal 1995 al 2026, esplora con la sua intervista la poetica del compositore, dai primi pezzi “rumoristici” e performativi (il corpo, gli oggetti, l’organo) fino all’approdo al teatro d’opera (Giordano Bruno, L’Inondation, Il nome della rosa). L’intervista, tuttavia, non si limita a porre delle domande, ma prima di farlo contestualizza con molta precisione ogni opera della quale si parla, collocando e motivando le scelte di Filidei all’interno delle correnti della musica nuova, facendo emergere, in tal modo, un ritratto a tutto tondo del musicista, ritratto che connette la formazione organistica, l’esperienza parigina all’IRCAM e una profonda matrice culturale toscana, ironica quanto tragica, ma anche la sua metà sarda (per parte di madre), che lo ha avvicinato alla comunità dell’isola da cui ha tratto spunti di ispirazione nelle sue composizioni. 

In riferimento al titolo del volume, se ne trova contezza nella accurata analisi via via sv Franco Serantini olta da Proietti di come “i nomi” (riferimenti storici, letterari, citazioni, dedica all’anarchico in Franco Suite) diventino motori di drammaturgia musicale, traccia memoriale o presa di posizione etica. Si pensi, appunto, tra i casi analizzati, alla figura dello stesso Serantini, la cui tragica vicenda permea l’architettura formale di Franco Suite, trasformando il dato biografico in materia sonora resistente. Viene evidenziata ottimamente anche l’attenzione riservata da Filidei alla gestualità e all’organicità del suono: per Filidei, l’organo, i palloncini, i fogli di carta o la percussione del proprio corpo non sono mere provocazioni d’avanguardia, bensì veri e propri personaggi drammatici. Proietti guida il lettore attraverso questa complessa grammatica scenica, mostrando come la teatralità fosse già insita nelle sue partiture strumentali prima ancora del trionfale approdo all’opera con Giordano Bruno, L’Inondation e le più recenti produzioni per i grandi teatri internazionali. 

Si fa riferimento anche all’opera che è andata in scena qualche mese dopo la pubblicazione del volume: Accabadora, su libretto dello stesso Filidei, basato sul libro omonimo di Michela Murgia. La scrittrice avrebbe voluto scriverlo lei stessa, ma non è riuscita a farlo perché venuta a mancare prematuramente. Filidei, tuttavia, ne aveva parlato a lungo assieme e nel libretto che lui ha scritto dice di aver tenuto conto di quanto avevano progettato con Murgia. 

Attraverso una scrittura fluida, ma rigorosa nella documentazione, il libro evita sia la celebrazione edulcorata sia l’ermetismo accademico e ci fa conoscere un compositore definito nella seconda parte, intitolata, appunto, Testimonianze, «genio che ha sempre avuto una marcia in più» che «vive l’emozione pura come elemento ancestrale» (Maurizio Baglini, p. 120), che «sente la necessità di esprimere l’incomprensibile ai più» (Stefano Busellato, p. 124), «radicato nel mondo ma che trascende usi e tradizioni» (Jeanne Crousaud, p. 130) che «si avvicina alla tradizione con curiosità da archeologo, ma che poi estrapola i livelli più profondi delle musiche e crea connessioni storiche, legami attuali» e per il quale «memoria, durata e sensazione possono abitare un comune spazio temporale» (Eva Reiter, pp. 142-143). 

In conclusione, il volume si configura come uno strumento indispensabile non solo per gli studiosi della musica contemporanea, ma per chiunque intenda comprendere la drammaturgia musicale del nostro tempo: un viaggio dove ogni suono porta con sé un nome, una memoria o un’azione scenica.


di Donatella Righini

I nomi della musica. Francesco Filidei dal 1995 al 2026

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