Percussion Discussion, avec Arnaud Laporte


Arles, Actes Sud-Papiers, 2024, pp. 208, 23,00 euro
ISBN 978-2-330-19749-0

Data di pubblicazione su web 22/12/2024

La copertina

Sospesa fra i ricordi anche remoti e il futuro pieno di promesse, è questa conversazione-confessione che Richard Peduzzi, scenografo famoso, intreccia con il giornalista amico. Il salto a ritroso, compiuto nell’autobiografico Je l’ai déjà joué demain (https://drammaturgia.fupress.net/saggi/saggio.php?id=8241) un po’ si ripete per volontà dell’autore, in questa raccolta di interviste, «sous la forme d’une conversation très libre, dans laquelle il pourrait se laisser aller à livrer des parts de lui qu’il n’avait pas révélées, y compris dans les deux livres qu’il a écrits» (p. 8).

La dedica è a Patrice Chéreau, suo principale compagno di avventure creative. Il titolo ricalca quello d’una performance jazz di Charles Mingus e Max Roach del 1955, persistente motivo d’ispirazione. Il procedimento discorsivo dell’incontro mira a produrre uno stato di coscienza memore e vigile, “a occhi chiusi”, per trarne un’oggettiva visione dei fatti evocati grazie ai numerosi paragrafi che in tale cornice acquistano valore documentario, oltre che descrittivo.

Dall’infanzia nella nativa Le Havre, la vita di Richard trascorre orientata al conseguimento dell’identità personale, mediante il mezzo espressivo del disegno (coltivato alla scuola di Charles Auffret) e alla scoperta della vocazione teatrale. Poi l’assunzione della direzione dell’ENSAD, École nationale supérieure des arts décoratifs (1990), fino all’episodio decisivo del trapianto di fegato necessario per superare un’epatite incurabile; per riapplicarsi alla produzione artistica e organizzativa eclettica, in parte svolta alla direzione romana di Villa Medicis (2002-2008).

La scelta estetica forse fondamentale riguarda il “problema scenografico”, sentito come ossessivo: «C’est dans la cage de scène, ses murs, son plafond et son plancher, que j’ai trouvé l’endroit où peindre mes rêves, transposer mes paysages» (p. 43). Tale lo sforzo di fare entrare l’esterno nel cubo d’una scatola; di percepire la “gabbia” come luogo d’evasione necessaria, per epurare la scena dagli oggetti ingombranti, nel rapporto fra simboli disegnati e concretezza scenografica. Nella continuità di un’opera dagli elementi indissolubilmente intrecciati, s’afferma un procedimento calmo e approfondito, nel quale distinguere le costanti tipiche di fasi variabili: dalla pittura al design, fino all’allestimento di mostre, spazi museali e al progetto di mobili e componenti d’arredo. Comprendendo in ciò la concezione di esposizioni, come quella ultima del Mobilier National, aperta al Palazzo Gobelins nell’ottobre 2024: Perspective. Mobilier, décors, dessins, attività nata e cresciuta in corso di carriera e che oggi costituisce, oltre che spinta all’espressione, fonte di guadagno.

È decisamente la qualità non figurativa, ma astratta della musica, l’assidua compagna dell’artista, il cui gusto si nutre così degli exploits delle stelle del jazz, come delle opere di compositori dell’avanguardia novecentesca, fra i quali sente affine Alban Berg. «J’adore me dire que l’espace voit et parle, qu’il est musical» (p. 90), commenta in tono emotivo l’effetto delle relazioni anche spaziali che, instaurandosi in scena, partecipano alla “recitazione”. In momenti più recenti, sempre intime all’evento spettacolare, coordinate razionali guidano i suoi progetti, senza rinunciare alla gratuità e alla follia, come avviene in Rêve d’automne, di Jon Fosse, rappresentato al Louvre. 

Notevoli i rapporti con gli artisti italiani, da Vitruvio a Gae Aulenti, da Gianni Ganese e Dino Buzzati a Giorgio Strehler e Luciano Damiani, nell’interesse saltuario al loro lavoro. Passi specialmente profondi e sereni sono dedicati sia alla “famiglia” artistica d’elezione, sia alla comunione con quella di coppia genitrice di due figli. Appare sempre più netta la ricerca di equilibrio nella partecipazione al lavoro del regista, «ce travail complémentaire avec la mise en scène qui m’interesse […]. Avec Patrice, cela a été quelque chose de très important» (p. 110), a cui fa eco il contatto con Luc Bondy, altro artefice di allestimenti condivisi in pienezza d’intenti.

L’Appendice riprende la conversazione fra Peduzzi e il “suo” regista, tenuta al Louvre nel novembre 2010. In occasione della mostra affidata a Chéreau, Les Visages et les Corps, uno sguardo ancora complice e rivelatore s’esprimeva sul loro sodalizio, avviato con l’incontro a Sartrouville nel 1967, proseguito fino alle ultime opere comuni. Con lo stesso Laporte moderatore, il discorso verteva sul nucleo d’interferenze fra le due personalità: «Notre travail et nos recherches sont construits sur l’idée d’un même regard, le sien, le mien. Un regard un peu plus aigu qui serait l’addition des deux» (p. 142). Ciò comportava vedere insieme la stessa cosa. Fenomeno vivente d’immanenza, «Nous pensons tous les deux que l’éternité est là, dans le quotidien» (p. 143). Una specie di trattato minimo, vademecum a uso d’una coppia d’artisti della scena per l’affermazione del loro ideale creativo. 

 


di Gianni Poli

Indice

Percussion Discussion, avec Arnaud Laporte

Actes Sud

Indice

 

Préface

Fermer les yeux [1]

Karma

Fermer les yeux [2]

Dessin

Inspirations [1]

Scénpgraphie

Inspirations [2]

Fermer les yeux [3]

Artiste

Fermer les yeux [4]

Peinture

Inspirations [3]

Fermer les yeux [5]

Design

Fermer les yeux [6]

Transmission

Galerie de Gobelins

Fermer les yeux [7]

À présent

Famille

 

Patrice Chéreau et Richard Peduzzi au Louvre

avec Arnaud Laporte

Réalisations de Richard Peduzzi

Table