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Carlo Marco Belfanti, Daniela Sogliani

I Gonzaga e la moda tra Mantova e l’Europa

I Gonzaga digitali

Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 2019, 162 pp., euro 30,60
ISBN 9788893593472

Nata dalla collaborazione tra l’Archivio di Stato di Mantova e la Fondazione Palazzo Te, la collana “I Gonzaga digitali” risponde alla volontà di valorizzare e promuovere la conoscenza, anche tra i non specialisti, della storia della città lombarda attraverso i documenti conservati nel Fondo Gonzaga, via via resi disponibili sul portale della Fondazione stessa. La raccolta di saggi qui proposta è dedicata alla moda tra la metà del Cinquecento e il 1650, studiata in una prospettiva europea attraverso indagini di prima mano sui carteggi, i registri e gli inventari dei signori di Mantova, oltre che sui contratti dotali, che si sono dimostrati una miniera di informazioni, come illustrato da Daniela Sogliani (pp. 1-8).

Un rilevante capitolo della storia del gusto da rileggere in un’ottica interdisciplinare, legato come è alla storia della letteratura, a cominciare dal Cortegiano di Castiglione; a quella economica, per i continui riferimenti agli scambi commerciali e alle produzioni artigianali di alta qualità; a quella dell’arte, per gli opportuni riscontri iconografici. Senza dimenticare che la libertà nell’uso dei capi d’abbigliamento era limitata fin dal XIII secolo da apposite leggi suntuarie cui anche i Gonzaga dovevano attenersi. Atte a disciplinare l’ostentazione del lusso per ceto sociale, sesso, status economico, religioso o politico, si rivelano fonti imprescindibili anche per la storia dello spettacolo grazie ai costanti riferimenti all’organizzazione dei principali eventi dinastici: battesimi, nozze, banchetti e funerali.

L’attenzione data dalla storiografia italiana alla storia del costume e alle origini della moda vanta una lunga tradizione, come dimostra Maria Giuseppina Muzzarelli, che individua tre fasi distinte (pp. 9-16). La prima si colloca tra gli anni Settanta dell’Ottocento e gli anni Venti del secolo successivo: un’epoca curiosa e aperta a nuove suggestioni, interessata a tutti gli aspetti della vita quotidiana e sociale del passato, con particolare riguardo all’epoca medievale e rinascimentale. La seconda, tra gli anni Sessanta e la fine del Novecento, molto deve al rinnovamento culturale promosso da «Les Annales» e, in particolare, alle posizioni di Fernand Braudel che sosteneva che la storia degli abiti fosse tutt’altro che aneddotica e che andasse contestualizzata nel suo divenire. A questo periodo risale la monumentale Storia del costume in Italia, pubblicata in più volumi da Rosita Levi Pisetzky tra il 1964 e il 1969, nonché le successive ricerche di Roland Barthes sulle forme e i significati dell’abbigliamento. Fino ad arrivare ai primi due decenni del XXI secolo, caratterizzati da una crescente interazione multidisciplinare, anche se forse a discapito della ricerca di nuove fonti.

Roberta Orsi Landini illustra la doppia funzione comunicativa dell’abito nelle società di corte di Antico regime (pp. 17-32). Da un lato esso era parte dell’immagine pubblica di sé e del proprio ruolo e doveva restituire un’idea di “splendore” e lusso attraverso l’abbondante uso di oro e gemme. Dall’altra doveva trasmettere raffinatezza e gusto estetico. Da qui la necessità di trovare sempre nuovi abbinamenti, sfumature di colore e disegni per ricami, da sfoggiare nelle occasioni più disparate come feste, giostre e tornei, sfilate, cortei. Una caccia all’oggetto da cercare nei principali centri di produzione di beni di lusso: Roma, Venezia, Milano, Firenze e Praga. Lo dimostra la determinazione del duca Vincenzo I Gonzaga, un vero e proprio maestro di stile, ad avere abiti “di inusitata e straordinaria foggia” e oggetti che “escano dall’ordinario”, come emerge dai documenti rintracciati da Federica Veratelli (pp. 33-50).

Per ottenere i prodotti originali ed esclusivi di cui erano costantemente alla ricerca, i Gonzaga si avvalsero di una vasta rete di intermediari che operavano nelle ricordate città e dei quali si è interessata Elisa Tosi Brandi (pp. 51-73). Erano loro a occuparsi degli aspetti più delicati della scelta, confezione e acquisto degli abiti, di cui si assumevano piena responsabilità, con esiti non sempre positivi, come nel caso di Giovanni Magni. Delicata anche la scelta dei bottoni, spesso preziosi, sempre veri e propri accessori di stile, come illustrato da Barbara Bettoni (pp. 93-110).

Il linguaggio della moda aristocratica doveva comunque sottostare a una serie di codici imposti dall’etichetta di corte, tanto più forte in occasione di eventi luttuosi o festivi (Bruna Niccoli, pp. 75-92). Nel primo caso la scelta dell’abito si inseriva in un più ampio contesto di apparati che prevedeva l’uso del nero in tutte le sue sfumature; le feste erano al contrario l’occasione per le più ardite combinazioni di colori, in particolare durante le incoronazioni, quando si doveva esibire tutta la simbologia della regalità e del potere.

Se ne ha un riscontro nell’utile apparato iconografico che chiude il volume con esempi di calzature, “rosette” per abbigliamento, particolari dei ricami dipinti da abili artisti come Rubens, Clouet, Lucrina e Domenico Fetti e Sustermans (pp. 111-146).


di Lorena Vallieri


La copertina

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