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Jean Louvet

Comme un secret inavoué
Une soirée ordinaire
La souffrance d’Alexandre
Tournée générale


Carnières-Morlanwelz, Lansman, 2013-2015, 32 + 36 + 34 + 32; euro 9 + 9 + 9 + 9
ISBN 978-2-87282-962-0; 978-2-8071-0013-8; 978-2-8071-0014-5; 978-2-8071-0076-3.

Il drammaturgo belga Jean Louvet (1934-2015) ha esordito negli anni Sessanta con alcune pièces dedicate alla condizione dei lavoratori del Belgio, in particolare della Wallonie, dove l’autore è nato e cresciuto fino ad affermarsi quale voce eminente nel teatro francofono. Sensibile alle vicende politiche e sindacali del suo paese, lo scrittore le ha osservate con solidarietà e partecipazione critica, facendole soggetto delle sue opere per la scena, da Le train du bon Dieu (1962), A bientôt Monsieur Lang (1972) e Conversation en Wallonie (1976), a L’homme qui avait le soleil dans sa poche (1982) e Un homme de compagnie (1993).

Negli ultimi decenni, con responsabilità crescente, l’artista aveva affrontato miti ed eventi del secolo scorso, testimoniando i suoi interessi e le sue cure soprattutto con la ricerca d’un linguaggio non realistico e poetico. Le sue opere sono state messe in scena da registi quali Marc Liebens, Armand Delcampe, Frédéric Dussenne, presso i Teatri nazionali. Tradotte all’estero, non sono ancora entrate nel repertorio contemporaneo. L’autore ha continuato a condividere fino alla fine le sorti dei suoi concittadini europei, cogliendone i tratti e i comportamenti più significativi nei rapporti interpersonali e sociali, da cui emergono scambi di gruppo e di coppia, nella speranza di cogliere nuove solidarietà in personaggi sempre più soli e isolati.

Ho ricevuto assieme le ultime quattro pièces di Louvet, non dall’autore secondo amichevole consuetudine, ma post mortem, dall’editore, quasi documento conclusivo di un’opera apprezzata, da me in parte tradotta e molto amata. Sono testi in cui si avverte il crescente bisogno di epurare i motivi ispiratori, di sintetizzarli in ragioni ideali e in forme sempre più brevi e concise.

Comme un secret inavoué (2013) mostra in un Uomo e una Donna (dai connotati vagamente espressionisti) la coincidenza misteriosa di casualità e destino, origine di dilemmi insolubili, di scelte comunque rischiose. Une soirée ordinaire (2014) prevede un incontro fra amici, portati a riflettere su una realtà quotidiana mortificante e alienante, indotta dal prevaricare dell’economia sulla politica.

Due coppie sono protagoniste di La souffrance d’Alexandre (2014). Nella coppia formata da Alex e Brigitte, risalta il protagonismo dell’uomo deluso, impensierito dal proprio stato e da quello dei colleghi di cui conosce i disagi. La «souffrance» si esprime in monologhi, concentrati sui pensieri assillanti di ciascuno e si sviluppa in dialoghi in cui i quattro interlocutori propongono analisi e risposte ipotetiche diverse, tutte sincere e spontanee, insidiate però dal dubbio dell’errore e dal senso di colpa. Brigitte giunge a sospettare il tradimento del marito, mentre Charlie conta soprattutto su sua moglie Aline, per distrarre l’amico dai pensieri più cupi.

In Tournée générale (2015), ancora un folto gruppo di personaggi rappresenta una gamma estesa di situazioni, con momenti semplici e familiari, eppure segnati da domande forse troppo impegnative. Sedute in un caffè all’aperto, quelle persone sole sono poste a confronto con diverse qualità di vita dipendenti dal futuro. Il realismo è nell’invenzione di toni e sguardi singolari, riflessi di luoghi comuni, comunicabili più con l’allusività dell’immaginazione poetica, che con la precisione fotografica. L’analisi diventa poi sociologica, mediante ulteriori sollecitazioni visive e concettuali. Il finale confonde uomini e animali quando li accomuna nei versi e nelle voci scambiati. È l’abbaiare del cane, sperso ma presente, che sembra imitare gli umani lamenti (con ironia), oltre la disperazione dell’incomprensione o dell’inutilità. 

La lettura quasi sinottica dei testi può indurre a considerare omogenea la scrittura di Louvet. Del resto, soltanto due anni separano la prima dalla quarta pièce ed è plausibile un’analogia di intenti espressivi e di costanti stilistiche, quali ad esempio le battute brevi, scandite in versi e un discorso non mimetico del parlato. Louvet “poeta” è creatore di vicende, di idee (come per sé le definiva Antoine Vitez) trascritte mentre vengono concepite per la scena. Più pensate, che dette e/o recitate. Tant’è che i personaggi si schematizzano, spesso rasentando minute allegorie domestiche. Forse perché ogni figura, un po’ lavoratrice un po’ intellettuale, aspira a un ruolo universale. Pure nella solitudine esemplare, i personaggi sorgono da luoghi e circostanze vissute e li immagini frequentati dallo stesso scrittore, a teatro, in biblioteca, in ufficio, durante una manifestazione. Scopri che la sua terra vallone, decantati i fumi e le polveri così densi negli anni Sessanta, riconquista nei suoi paesaggi, i canali e i villaggi ordinati e puliti.

Alcuni segnali riconoscibili attraversano le pièces: il senso di perdita d’identità e il tentativo di recupero dei legami solidali coi compagni di pensiero, di lavoro e di lotta, in corresponsabilità ineludibile: nel senso di isolamento, la richiesta d’aiuto reciproco. Temi enunciati da una voce che rievoca e immagina insieme ogni personaggio; voce sorta dall’autore, che nessun personaggio riassume o esaurisce. Però di tutti quest’ultimo si rende testimone. Talvolta qualcuno lo imita, con una consapevolezza ironica, da fare tenerezza o paura. Entrato nei suoi ottant’anni, Louvet traccia un assiduo bilancio della sua vita, condotta in coesione familiare e in rapporto incessante con le istituzioni: Scuola, Partiti, Sindacati, Associazioni artistiche, Editori e Teatri. L’artista e intellettuale lotta con sé stesso, prima che con l’Altro, che comunque gli offre specchio di coscienza, anche quando l’incontro (o lo scontro) fra uomo e donna rivela la sessualità quale energia elementare prevalente.

Ciò appare più evidente in Comme un secret inavoué, aperto al mistero dell’amore, nell’incontro fortuito fra Edith e Jacques in un ufficio postale. Finiti in un albergo, amanti mancati, a parlare senza capirsi, lontani, quando sarebbe necessario riconoscersi, accettarsi e amarsi. Battute liriche, silenzi fra parole banali o pregnanti. Torna alla mente La maladie de la mort di Marguerite Duras, in un contesto straniato e straniante, per la denuncia dei vincoli culturali che inceppano i sentimenti autentici, che riducono i gesti a simulacri inefficaci di simboli potenti. Il dramma – non detto, inavoué – è racchiuso in tutto ciò che non avviene. La sincerità si vanifica nel mistero del confronto umano, che la pretende e ne esaspera l’inutilità. Nella spezzatura dei monologhi versificati, si spengono le voci delle due vite concentrate, chiuse dalla didascalia: «On les entends chuchoter longtemps dans la nuit» (p. 32).

In Une soirée ordinaire, gli otto personaggi riproducono per accostamenti e dialoghi anche a distanza, più che vere situazioni drammatiche, i turbamenti di relazioni sociali in crisi. La scrittura presuppone un profondo e fitto sottotesto, latente e necessario, perché sia immaginato dal lettore, ma soprattutto dal regista e dall’attore. Integrazioni delle battute appaiono implicite, affinché si avverta nella rappresentazione la loro portata paradossale e provocatoria. Così, il passaggio al supermercato di Anne e Franck per acquistare un dono per il compleanno dell’amico Julien, si dilata a visione escatologica del mondo ricondotto a “festa del consumo”, a “paradiso” attraversato dalle evoluzioni dei carrelli della spesa. Ma in quel “paradiso” si entra versando una goccia di sangue! (p. 15). All’ingresso i clienti sono accolti da Hôtes (Valletti) che prospettano – in dolente parodia di visione apocalittica – il Bengodi che li aspetta, con l’esibizione volgare dell’immaginario sessuale in riti imbonitori: «Il y aura toujours un clown sur des échasses pour nous faire danser parmi les hommes et le femmes qui ont, de plus en plus, l’allure de joyeux fantomes» (p. 17).

Qui la figurazione allegorica sfida la rappresentazione e l’aspetto simbolista, caro a Louvet, appare poi nell’Angelo, presentatosi a François in visita a Julien, quale annunciatore d’una verità rivelata: «François: Il m’a annoncé: Nous sommes déjà aujourd’hui dans un autre monde. Plus juste. Je suis chargé de vous le dire (Au public). Le monde meilleur, il ne va pas surgir d’un coup, non. Il est déjà là. En nous. En vous» (p. 23). Forse troppo categorico, chiude il suo messaggio: «Le nouveau monde n’est pas là-bas, loin de nous. Nous y sommes. Au bord. […] Nous sommes confrontés à l’appel de l’utopie» (p. 36).

In La souffrance d’Alexandre, due coppie di amici vivono il disagio dell’indecisione di fronte alla dissoluzione della fede dei valori civili del passato. Mentre preparano una vacanza, Alex esita, richiama le categorie di classe, subisce lo stress della sospensione del lavoro quasi come fosse in stato di disoccupazione. E nello scambio con l’amico Charlie, denuncia con sarcasmo il rischio di un dialogo fra sordi (p. 25). Il linguaggio filosofeggiante scelto dall’autore-poeta è incongruo per i suoi eroi, operai o impiegati. Le allusioni sono sia al rapporto personale (moglie, amico), sia all’anonima presenza dell’Altro che giudica e condiziona con l’interferenza potente del suo sguardo. «ALEX  Le regard des autres / qui vous regarde / vous toise / de haut en bas. / Dominant dominé. [...] A mon tour je regarde / je séduis. Attention! / Don Juan va rester sans pouvoir» (p. 27).    

In ultimo, Tournée générale suggerisce inevitabilmente una sorta di testamento. Sedute in un bar all’aperto, le persone aspettano, ciascuna, una risposta alle proprie speranze o il compimento d’un evento decisivo. Un insegnante spera nella visita d’un ex-allievo, riconoscente e ammirato per la cultura ricevuta. Un uomo ha smarrito il suo cane e lo chiama, fiducioso nell’aiuto dei presenti. Una ragazza madre, La Femme-qui-rit, trasforma la solitudine in benefiche risate, per tutti contagiose. Antoine (un cittadino medio?) decide di ritirare i soldi dalla banca per metterli… al sicuro. Eppure siede accanto a Jean-Baptiste, altro solitario che timidamente si rivela disponibile e solidale, pronto a danzare con la Cameriera. Poi si susseguono scambi e gags surreali, degni di Raymond Queneau. Sopraggiunge infatti anche un Inconnu, a donare una mancia per una consumazione non fruita. Proprio la danza si afferma, ancora, quale amalgama in un gioco scenico fra il nonsense e il grottesco. Filtra un’ulteriore luce dal futuro, quando Antoine, portavoce dell’autore, osserva: «Quand on est arrivé presque au bout / qu’on s’arrête, qu’on ferme la porte, / regard en arrière, / on dresse le bilan» (p. 29). Nella laconica latenza del commiato, rassegnazione e accoglienza della fine. 


di Gianni Poli


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