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Rossella Mazzaglia

Danza e Spazio
Le metamorfosi dell’esperienza artistica contemporanea

Mucchi Editore, Modena 2012, pp.159 euro 12,00
ISBN 978-88-7000-589-9

 

L’autrice del saggio individua i principali elementi della relazione spazio-danza nella performance dal vivo all’interno dei movimenti della seconda metà del Novecento: la Modern Dance di Martha Graham, Doris Humphrey, Charles Weidman, Hanya Holm, il movimento postmoderno di Trisha Brown, Lucinda Childs, Yvonne Rainer e Steve Paxton, il teatro-danza, la non danza europea.

 

Oggi ci sono più luoghi per la danza (gallerie d’arte, non-luoghi), sebbene il teatro all’italiana rimanga il sito d’elezione. Mentre si dichiara l’ibridazione fra forme artistiche eterogenee (ad esempio, Tanz Theater e Freie Tanzszene tedesche), si può parlare anche di una trasversale danza d’autore coniugata alla visual art.

 

Nella danza il corpo occupa e crea lo spazio: l’azione diretta e sensibile prevale sulla narrazione, la prossimità è preferita alla distanza, la molteplicità all’unilateralità del punto di vista. Centrale è soprattutto il magistero del grande coreografo Merce Cunningham (1919-2009),  che supera la visione antropocentrica della Graham per frantumare la percezione della realtà nella discontinuità di eventi concomitanti tipici della vita urbana. I suoi spettacoli in sodalizio con John Cage usano la logica del ‘qui ed ora’, della giustapposizione additiva non costruttiva e della decentralizzazione spaziale. Anche la collaborazione fra Trisha Brown (1936) e il pittore Robert Rauschenberg (1925-2008) è tra le più significative della scena postmoderna, non solo per i risultati estetici raggiunti, ma anche per il processo di lavoro dei due artisti.

 

Nella seconda metà del secolo scorso l’interazione spazio-corpo è indagata con tecniche utilizzate anche dai terapisti. Pensiamo, ad esempio, alle sperimentazioni sullo spazio come elemento intrinseco alla percezione del sé condotte da Anna Halprin (1920) su gruppi sociali eterogenei ed ispirate da Rudolf Laban (1879-1958), padre della danza terapia.

 

A partire dagli anni Sessanta il fenomeno della danza urbana si diffonde come manifestazione coreografica di un ambiente da esplorare con Trisha Brown e Lucinda Childs; poi dagli anni Novanta la danza si apre a uno ‘spazio coreografico’ in dialogo con l’architettura, come nel caso delle sperimentazioni di William Forsyhte (1949) ispirate al decostruttivismo di Frank Gehry.

 

In Italia lo sviluppo della danza urbana sembra dovuto all’assenza di spazi; ma l’iniziale uso scenografico del contesto cittadino diventa un’ interazione reale con il tessuto sociale e simbolico. In particolare i progetti di Virgilio Sieni (1958) si attuano nella duplice dimensione pedagogico-laboratoriale e scenica e segnano l’orizzonte della riflessione sulla capacità della danza di radicarsi nel territorio e di attingere alla memoria locale. Lo spettatore è il perno di un ripensamento della relazione teatrale che condiziona la fase creativa, la drammaturgia e la configurazione dello spazio. La fruizione è una sorta di set in motion solo in parte prevedibile e diverso per ciascun osservatore; l’impressione è di spaesamento (ricorrente negli itinerari di danza urbani) pur nel carattere evocativo e ritualistico degli spettacoli.

 

 

di Michela Zaccaria


La copertina

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