L’Orestea di Gibellina e gli altri testi per il teatro
Firenze, Le Lettere, 2011, pp. 626, € 48
ISBN 978-8860874146
Data di pubblicazione su web 22/06/2011
Nella notte tra il 14 e il 15 gennaio 1968, un terremoto devasta la valle del Belice, una delle zone rurali più povere della Sicilia: le strade vengono risucchate dalla terra, la piana si trasforma in un acquitrino, i morti sono 370, i feriti un migliaio e 70.000 i senzatetto. Sette mesi dopo, a Gibellina, uno dei paesi distrutti, viene eletto sindaco Ludovico Corrao, che – dopo molti anni di battaglie e in virtù di un'operazione culturale e mediatica senza precedenti – riesce a realizzare il suo sogno: far progettare e costruire una nuova Gibellina, che sia meno isolata di prima (viene infatti rifondata in una posizione più vicina ai campi coltivati e alle vie di comunicazione) e che sia soprattutto una città ideale dell'arte e della cultura. Ecco allora che convoca scrittori (fra cui Leonardo Sciascia e Carlo Levi), artisti e architetti, e li invita a lavorare sul posto: tutti gli abitanti, perciò, e in particolar modo i più giovani, si trovano coinvolti in laboratori di pittura e scultura (tenuti dagli artisti nelle scuole), esperienze collettive e spettacoli teatrali più o meno all'aperto.
Fra gli artisti invitati, quello che si lascia coinvolgere di più nell'ambizioso progetto è senza dubbio Emilio Isgrò (nato nel
L'idea iniziale è quella di creare la partitura per uno spettacolo da rappresentare nel teatro greco di Segesta: poiché, tuttavia, il presidente dell'INDA (l'Istituto Nazionale del Dramma Antico) si rifiuta di riconoscere all'Orestea di Gibellina (peraltro ancora alle prime battute) lo statuto di una semplice "traduzione" da Eschilo, la «trilogia siciliana» di Isgrò (composta da Agamènnuni, I Coèfuri e Villa Eumènidi) viene messa in scena proprio «sulle macerie di Gibellina» (la «prima parte» nel 1983, la seconda nel 1984, la terza nel 1985), con gli abitanti della città a far da coro.
Se l'Orestea del
Cantore della democrazia e poeta civile per eccellenza, Eschilo (che, fra l'altro, lasciata Atene nel 458 e morto a Gela nel 456, è il più siciliano dei tragici greci) è destinato così a diventare il nume tutelare della nuova Gibellina: la sua Orestea, tuttavia, Isgrò, com'è ovvio, non la traduce. Ma, più che altro, la cancella. E, in tal modo, ben lungi dal "profanarla" (come aveva creduto il presidente dell'INDA), ne restituisce alla perfezione il senso e lo spirito. Quanto al contesto in cui si svolgono i fatti narrati, include tre date fondamentali della storia italiana: Agamènnuni si svolge nel 1939, alla vigilia della guerra; I Coèfuri nel 1943, durante lo sbarco degli alleati in Sicilia; Villa Eumènidi nel
La prima parte, giocata sul conflitto fra lingua e dialetto (il siciliano parlato dai personaggi è quello che si sente a Brooklyn e che Isgrò definisce «il dialetto distrutto dell'emigrazione senza ritorno»), ruota intorno al tema della «grande emigrazione e perdizione del Sud» («Corriere della sera», 1982) e si chiude su queste parole: «Ah, siciliani, siciliani ebeti! / Solo se siamo uccisi ci sorridono. / Solo se uccidiamo ci danno del lei. / È questo il fatto. È questa l'antifona. / È questo il nodo che dovrò tagliare». Ne I Coèfuri, il dialetto si mescola con l'inglese degli alleati e il rapporto con Eschilo si fa sempre più libero: Agamennone viene descritto da Elettra come un ubriacone che l'ha stuprata e messa incinta («Iddu fu, ssu malacarni maniscu e sudatu; / iddu chi feti da' vucca e du' nasu; / iddu, iddu mi scassò, apprufittannu / di ‘na notti d'aùstu chi ntà stadda / non c'era nuddu, sparti di' viteddi») e Oreste, insieme all'amico Pilade, bussa alla porta di Egisto e Clitennestra fingendosi un americano in fuga dai tedeschi («Semu du' miricani assicutati / di' tedeschi, sbannati pedi pedi / a sta ura di notti e dispirati»). La battuta che conclude questa seconda parte della trilogia è di Pilade: «Oh, Grande Meridione del mondo! / Non si sa più chi è morto e chi è vivo. / Non si conosce più dell'uomo il destino. / È questo non sapere, è questo non conoscere / il solo malefizio inestirpabile. / Un cancro. / E richiede un giudizio. / Non domani, non oggi: ma in un giorno / meno affannoso, quando / su queste macerie redente / la tarda primavera muterà le gemme / e tornerà un solstizio timidamente eterno». La terza parte, infine, Villa Eumènidi, ambientata in un manicomio, non ha molto a che vedere col modello: se è vero, infatti, che Oreste (ritratto da Isgrò come un pazzo, una «statua pensierosa e triste») è perseguitato dal fantasma dalla madre e da quello di cinquanta donne assassinate, è anche vero che qui a disperarsi non è lui (nelle Eumenidi eschilee, invece, è logorato dai rimorsi), ma Clitennestra, convinta che sia lui, il suo figlio prediletto, ad essere stato assassinato e non lei.
Molto scrupolosamente curato da Martina Treu (autrice del chiaro ed esauriente saggio introduttivo e delle note, in cui, oltre a segnalare ogni differenza contenutistica rispetto alle opere eschilee, offre le traduzioni in italiano di tutte le parti in dialetto), il volume, in cui alla fine viene presentata anche una selezione dei contributi critico-teorici di Isgrò sul teatro, non ospita solo la sua Orestea ma tutti i testi da lui composti per le scene: e quindi, fra le altre cose, la sua bellissima Medea, traduzione (piuttosto fedele) della tragedia di Euripide, che – scritta in un affascinante impasto linguistico di italiano, siciliano e spagnolo (la protagonista è infatti una principessa Maya) – si svolge a Messina al tempo delle dominazioni spagnole. «Non spetta a me dire, naturalmente, se Euripide sono riuscito a servirlo più o meno bene. – si legge in un articolo di Isgrò pubblicato sul libretto di sala della Medea – O se qua e là l'ho tradito o addirittura dimenticato. Certo l'ho amato, questo straordinario, meraviglioso poeta, come mai ho amato altri poeti». L'abbandono e il tradimento sembrano, inoltre, due temi che stanno molto a cuore all'autore, che nel 1983 scrive infatti un intero testo dedicato alla figura di Didone (Didone Adonàis Dòmine). È a lei che Isgrò mette in bocca una delle battute forse più belle di tutta la sua produzione teatrale: «temete sempre l'uomo / che ha un dovere da compiere: porterete / voi la sua croce».
di Giulia Tellini
L’Orestea di Gibellina e gli altri testi per il teatro

Emilio Isgrò in un ritratto
di Ferdinando Scianna
Indice
Linguaggi federati di Emilio Isgrò
Classico suo malgrado di Martina Treu
Emilio Isgrò: scrittore (e cancellatore) di teatro
Gibellina, città-teatro
Una, nessuna, centomila Orestee
«
La «tragedia della ragione»
Drammaturgie parallele
Nota ai testi
Ritratto
Criteri di edizione di Laura Cammarosano
Parte I.
Drammaturgie teatrali. Tutti i testi per
Gibella del Martirio
San Rocco legge la lista dei miracoli e degli orrori
LOrestea di Gibellina
I. Agamènnuni
II. I Coèfuri
III. Villa Eumènidi
Il frutto senza nome
Didone Adonàis Dòmine
Giovanna dArco
Medea
Odissea cancellata
Due di Spade
Disobbedisco
Parte II.
Drammaturgie parallele. Selezione di scritti critico-teorici
Lettera a Ludovico Corrao sindaco di Gibellina
Il siciliano di Brooklyn
Tragedia rusticana
Grande Meridione
Lo scacco di Segesta
Infinito presente
Ritorno alla parola
La questione culturale
Colpi di scena
Lingua travestita
Per Valéry
Fo e la vespa
Malumori beckettiani
Orfani di Pirandello
La distrazione teatrale
Cancellazione di Eschilo
Introduzione a Gibellina
Stimoli e tradimenti
Antodoto e contrappunto
La quarta caravella
Voci di donne
Postfazione
Parole come cicatrici senza ferita. Lavventuroso teatro di Emilio Isgrò di Dario Tomasello