Scarpe rosse, orme del tempo

di Carlotta Repetto

Data di pubblicazione su web 22/09/2026

CentiMemory

Lo spettacolo comincia prima ancora che la luce si accenda sul palco: è il suono di un respiro amplificato a tagliare per primo lo spazio del PARC (Performing Arts Research Centre) di Firenze, una traccia acustica isolata che costringe il pubblico al silenzio. Poi, nel chiaroscuro della scena, appare il corpo della coreografa francese Marine Fernandez, circondato da un accumulo disordinato e ossessivo di scarpe rosse. Andata in scena in tre date consecutive, la performance rappresenta uno dei nodi cruciali della trentatreesima edizione del Festival Fabbrica Europa. Diretto da Maurizia Settembri e Maurizio Busia, il festival si propone quest’anno come uno spazio di ascolto del contemporaneo che supera i confini geografici tradizionali.

Prodotto dalla MH Company, CentiMemory nasce come una complessa espansione di un precedente e premiato assolo della coreografa, Centifolia. Il progetto è stato selezionato nell’ambito dell’EFFEA (European Festivals Fund for Emerging Artists) — iniziativa della European Festivals Association (EFA) co-finanziata dall’Unione Europea; questo ha permesso lo sviluppo dell’opera attraverso una rete di cooperazione internazionale che vede il festival fiorentino come capofila, affiancato dal Derida Dance Fest (Bulgaria) e dall’Istanbul Fringe Festival (Turchia).

Sotto il profilo concettuale, l’opera — che si avvale della fondamentale consulenza drammaturgica di Lorenza Guerrini — individua  nella Prima Elegia di Rainer Maria Rilke uno dei propri principali riferimenti poetici, dal quale Fernandez eredita il contrasto tra la fragilità dell’istante umano e la pesantezza dell’eterno; seguendo questa scia, le note di regia della compagnia sollevano il dubbio centrale di tutta la performance: i ricordi che proteggiamo sono registrazioni reali del nostro passato o sono solo «delicate finzioni»? Schermi protettivi, immagini che l’immaginazione deforma col tempo per permetterci di sopravvivere al trauma della perdita e allo sfilacciarsi dell’identità. Da un punto di vista coreografico, la Fernandez (formata all’Accademia Nazionale di Balletto e con una lunga esperienza nell’Aura Dance Theatre tra il 2016 e il 2025) si allontana dalla continuità e dalla distensione del movimento proprie della sua formazione accademica, costruendo un alfabeto fisico tormentato, fatto di strappi e scatti. Il suo corpo si offre come mezzo in cui ogni gesto racconta il disfacimento della bellezza, senza svilupparsi secondo una progressione lineare, ma attraverso scatti, interruzioni e improvvisi isolamenti articolari: il flusso corporeo, infatti, non è mai prevedibile, la danza viene continuamente spezzata da isolamenti articolari improvvisi, piccoli fremiti delle dita e tremori trattenuti che danno l’idea di un tessuto che si sfilaccia.



Un momento dello spettacolo
© Maciej Moskwa

La forza espressiva dello spettacolo risiede nella dialettica tra l’alto e il basso: la Fernandez si muove sul pavimento del PARC, trasformando la gravità nella fatica fisica dell’invecchiamento femminile; il centro del corpo si contrae ripetutamente, trascinando la colonna in torsioni brusche che interrompono la continuità del movimento, ferite nate dall’impatto emotivo del trauma. A questi picchi di massima tensione muscolare si contrappongono, per contrasto, aperture improvvise e slanci asimmetrici delle braccia: veri e propri respiri poetici in cui la danzatrice allunga gli arti verso il vuoto, traducendo l’impossibilità di trattenere il tempo.

Il programma di sala del festival evoca l’immagine classica della «rosa che lentamente appassisce»; l’invecchiamento del corpo femminile viene trattato dalla coreografa con una dignità scenica cruda e solenne, inserito all’interno di un habitat visivo e sensoriale totale. A dare una forma visiva a questo scorrere del tempo interviene la presenza scenica, ossessiva e ingombrante, di una selva di scarpe rosse, oggetti che incarnano diverse fasi della vita di una donna e diventano custodi della memoria. L’interazione coreografica con queste calzature è totale: diventano pesi attaccati al corpo, estensioni che modificano l’equilibrio della camminata. La performer le manipola, le allinea come “soldatini” di cuoio, ci cammina sopra o le scaglia lontano, creando colline che richiamano le diverse età di una vita: l’infanzia, l’erotismo, la maturità e il definitivo abbandono. La scarpa vuota diventa così il simbolo perfetto dell’assenza, l’orma di un passo che è già stato compiuto e di una persona che non si è più, ma di cui si continua a trascinare l’ombra dietro di sé.

La riuscita drammaturgica dell’assolo di circa un’ora si fonda sulla stretta sinergia con la colonna sonora e il disegno delle luci: l’apparato sonoro è firmato da Geoffrey Muller e Tierney Malone, e si arricchisce di inserti musicali colti e stratificati che vanno dalle composizioni di Mathias Duplessy e dei Son de la Frontera fino alle voci profonde e iconiche di Lhasa De Sela e Françoise Hardy. A costruire il commento musicale portante della coreografia è, tuttavia, la Gnossienne n.1 di Erik Satie, qui proposta in una versione riadattata, la cui trama sospesa e reiterativa accompagna il fluire del gesto e il continuo riaffiorare della memoria. Parallelamente, i tagli di luce sezionano lo spazio del PARC disegnando chiaroscuri netti, isolando la performer in coni d’ombra che ricordano i vuoti di memoria, o illuminando all’improvviso i cumuli di scarpe come apparizioni dal passato.

Come specificato dalle note del programma di sala, la performance si traduce in un viaggio sinestetico capace di azzerare la progressione lineare del tempo cronologico (Khronos), proiettando lo spettatore nella dimensione interiore e qualitativa del sentimento (Kairos). All’interno di questa sospensione temporale, la scrittura fisica della performer tocca vette di forte impatto visivo. Ne è un esempio il magnetico floorwork ruotato sul pavimento: un movimento circolare in cui il corpo della danzatrice si fa “lancetta” vivente, asse carnale che misura biologicamente lo scorrere dei minuti, fino ad arrivare al potente e intimo quadro finale. La Fernandez, posizionata a testa in giù, scioglie la sua acconciatura raccolta lasciando esplodere una vasta chioma di ricci e in questa postura capovolta, impugnando un rossetto rosso, inizia a tracciare linee e grafismi nervosi direttamente sulle proprie braccia e sulla schiena, trasformando la pelle nell’ultimo, definitivo diario di bordo della memoria.



CentiMemory

Cast & Credits



La coreografa e performer 
Marine Fernandez
©AURADanceTheater

Cast & credits

Titolo 
CentiMemory
Anno 
2026
Durata 
60 min.
Data rappresentazione 
17 settembre 2026
Città rappresentazione 
Firenze
Luogo rappresentazione 
PARC Performing Arts Research Centre
Prima rappresentazione 
17 settembre 2026, PARC – Performing Arts Research Centre, Firenze
Evento 
Festival Fabbrica Europa 2026 – XXXIII edizione
Autori 
Marine Fernandez
Soggetto 
Marine Fernandez
Regia 
Marine Fernandez
Interpreti 
Marine Fernandez
Produttori 
MH Company
Produzione 
MH Company
Scenografia 
Marine Fernandez
Coreografia 
Marine Fernandez
Musiche 
Geoffrey Muller e Tierney Malone; Lhasa de Sela; Mathias Duplessy; Son de la Frontera; Françoise Hardy
Note 
Consulenza drammaturgica di Lorenza Guerrini; consulenza e musica originale di Simone Grande. Prima assoluta. CentiMemory, evoluzione del precedente solo Centifolia, č sostenuto da Fabbrica Europa, Derida Dance Fest e Istanbul Fringe Festival attraverso EFFEA – European Festivals Fund for Emerging Artists, iniziativa della European Festivals Association cofinanziata dall’Unione Europea.