L'archittettura dell'imprevisto

di Carlotta Repetto

Data di pubblicazione su web 06/09/2026

Sublime Escapades

Non ci sarà mai una replica identica di Sublime Escapades (l’irripetibilità è la sua cifra stilistica). Questa consapevolezza è il punto di partenza necessario per descrivere la Multidisciplinary Real Time Composition Performance andata in scena il 21 agosto 2026 al Ventilator Cinema di Amsterdam, esito pubblico del Summer Course Amsterdam, un percorso guidato da Katie Duck con la collaborazione di Manuela Lucia Tessi. Durante l’azione, durata circa un’ora, performers di diverse nazionalità e background hanno attivato una composizione istantanea radicata interamente nel presente. Nessuna sequenza prefissata o partitura da ricalcare: l’evento si è strutturato come un tessuto relazionale aperto, generato e modificato sotto gli occhi del pubblico. Arrivare al Ventilator Cinema significa salire al secondo piano del centro culturale indipendente OT301, uno spazio autogestito lungo Overtoom, nato dall’esperienza di una comunità artistica internazionale. La sala è intima e raccolta, eppure carica di un’atmosfera densa, quasi palpabile; qui, la prossimità fisica tra interpreti e spettatori azzera i filtri percettivi, portando in primo piano esitazioni, respiri, attese e microscopici cambi di intenzione. In quest’ottica, lo spazio smette di essere un guscio passivo per farsi parte attiva dell’azione, amplificandone la fragilità intrinseca e impedendo a chi guarda di restare un semplice osservatore distaccato.

Fondato nel 2009, il Summer Course Amsterdam nasce come incubatore e piattaforma di ricerca trasversale, capace di far dialogare artisti attivi nell’ambito dei linguaggi del corpo, del suono, del teatro e della performance. L’appuntamento del 2026, concentrato tra il 17 e il 22 agosto, ha visto succedersi due fasi distinte. Ai primi due pomeriggi di Multidisciplinary Workshop, sotto la direzione di Katie Duck, sono seguiti tre giorni di indagine collettiva votati alla strutturazione degli interventi conclusivi. È interessante notare come il concetto stesso di “prova” perda qui ogni sfumatura tradizionale, poiché l'obiettivo non risiede nella memorizzazione di una sequenza fissa da rieseguire, bensì nell’esplorazione di un terreno di intesa; si tratta di affinare la reattività reciproca per legittimare le decisioni estemporanee prese nel vivo dell’azione.




Un momento del workshop 2025
© Roman Zotter

Katie Duck è un nome di riferimento nella ricerca internazionale sull’improvvisazione, attiva da oltre cinquant’anni nel punto di incontro tra danza, suono e teatro. Californiana di nascita (1951) ma stabilizzatasi ad Amsterdam dal 1976, ha vissuto un’importante parentesi artistica in Italia, dove nel 1979, ha fondato il collettivo GROUP-O, catalizzando attorno a sé figure del calibro di Virgilio Sieni, Alessandro Certini e Charlotte Zerbey. Il suo percorso, scandito da scambi costanti con coreografi, musicisti e artisti visivi, si fonda su un’idea precisa: l’improvvisazione non è l’antitesi della composizione, ma il processo stesso attraverso cui quest’ultima si manifesta. Si tratta di uno snodo teorico cruciale per decodificare Sublime Escapades, poiché definire questa performance “improvvisata” rischia di evocare l’immagine fuorviante di un atto destrutturato, lasciato al caso o all’arbitrio del singolo. L’approccio esige invece dai performer un’attenzione vigile e una costante assunzione di responsabilità collettiva. Nella poetica di Duck, tre soli elementi basilari – la pausa, il flusso e l’uscita di scena – bastano a sorreggere l’impalcatura drammaturgica; ogni artista è chiamato a decidere se innestarsi nel movimento, dilatarlo, contrastarlo o spezzarlo, mantenendo una percezione vigile del suono, dei volumi, del disegno luci, degli altri corpi e dell’andamento emotivo della platea. Nell’arco dell’ora, la composizione si struttura e si sfalda sotto lo sguardo del pubblico, con un continuo alternarsi di assoli estemporanei, sintonizzazioni momentanee e geometrie collettive, dove nessuna configurazione si stabilizza mai in una forma chiusa. Un singolo gesto può innescare una micronarrazione condivisa o spegnersi nell’isolamento; una traccia sonora può deviare la qualità di un movimento, essere assecondata, smentita o semplicemente lasciata cadere. Il palcoscenico si satura e si svuota mediante una costante negoziazione, in cui persino il sottrarsi all’azione diventa una precisa dichiarazione compositiva, nella quale la ricerca di un codice comune non azzera l’eterogeneità geografica e formativa degli artisti, che rimane anzi leggibile nelle differenti qualità incarnate, nei modi di fendere lo spazio, nella reattività al suono e nel grado di esposizione della propria presenza. Ogni interprete custodisce il proprio vocabolario, offrendolo come materiale per l’architettura corale e proprio da questa pluralità affiora la cifra più particolare della performance: l’opportunità di assistere alla coesistenza di discipline e sensibilità distanti, senza che l’opera avverta il bisogno di istituire una gerarchia formale.



Un momento del workshop 2025
© Roman Zotter


In questa cornice si inserisce l’apporto di Manuela Lucia Tessi, artista italiana attiva nel contesto olandese, la cui ricerca si concentra sulla reciprocità tra partitura sonora e movimento. La presenza di Manuela Lucia Tessi si è rivelata determinante soprattutto nei momenti in cui l’azione rischiava di rallentare o disperdersi: attraverso interventi puntuali, capaci di riattivare il dialogo tra suono e movimento, l’artista ha ricompattato l’attenzione del gruppo e assicurato continuità alla performance, senza limitarne l’imprevedibilità. Un peso analogo riveste il disegno luci estemporaneo di Erik van de Wijdeven, la cui partecipazione all’azione ha evidenziato una spiccata versatilità. L’apparato luminoso rinuncia al ruolo di cornice predeterminata per integrarsi nella composizione istantanea: la luce ritaglia lo spazio, rimodula la percezione dei corpi e incide sul volume delle azioni, condividendo il medesimo margine di errore dei performer. Senza ricalcare uno schema fisso, l’illuminazione reagisce all’imprevisto, orientando l’occhio dello spettatore senza mai vincolarlo a un’interpretazione univoca.

L’impatto generato da Sublime Escapades prescinde da un impianto spettacolare o da uno sviluppo narrativo lineare; emerge, al contrario, dall’impossibilità radicale di anticipare ciò che avverrà nell’istante successivo. Chi guarda è spinto ad affinare l’attenzione, a captare il momento esatto in cui un’intenzione individuale si tramuta in dinamica relazionale, misurando l’effetto di ogni singola scelta, avvertendo quasi il timore latente di essere trascinati in prima persona sul palcoscenico per cooperare con gli artisti. La vicinanza fisica all’interno della sala amplifica la percezione del rischio assunto da chi è sulla scena: non vi è alcuna rete di sicurezza o struttura fissa a cui aggrapparsi qualora l’azione dovesse perdere intensità, resta soltanto la necessità di rimettersi in ascolto dell’accadimento presente, pronti a convertirlo in un nuovo movimento.




Un momento del workshop 2025
© Roman Zotter


Naturalmente, l’efficacia non è omogenea in ogni passaggio: a tratti, l’accumulo simultaneo delle proposte genera una temporanea frammentazione, mentre in altri momenti, le pause sembrano dilatare fin troppo il tempo dell’azione. Tali oscillazioni non vanno interpretate come semplici difetti, quanto piuttosto come la prova tangibile di una prassi che accetta l’eventualità del fallimento; cancellare ogni incertezza significherebbe sterilizzare proprio quell’elemento di rischio su cui poggia il patto implicito con la platea. Quando, al contrario, la sintonia collettiva raggiunge il culmine, la struttura si manifesta con nitidezza, un esito che si compie non a scapito dell’improvvisazione, ma proprio in virtù di essa. Il coinvolgimento dell’intera performance risiede precisamente in questo equilibrio precario tra ordine e caos, tra spinta individuale e responsabilità condivisa. Il lavoro di Katie Duck non mira alla produzione di un oggetto artistico finito, quanto a propiziare uno stato di presenza vigile, la stessa coreografa, abbandonando all’improvviso la sua poltrona in prima fila, si inserisce nell’azione con un assolo al pianoforte. Chi guarda non assiste alla replica di un materiale già strutturato in precedenza: si trova di fronte a un’opera che coincide interamente con il tempo della sua esecuzione, come ho avuto modo in prima persona di verificare osservando le sessioni di lavoro antecedenti alla performance.

Cosa resta, quindi, alla fine di Sublime Escapades? Non certo un canovaccio da rimettere in scena, bensì il ricordo di una sintonia instabile tra corpi, suoni, illuminazione e intenzioni. L’esperienza evidenzia come l’estemporaneo possa farsi rigorosa architettura formale e, contemporaneamente, severo allenamento all’ascolto dell’altro. Per un’ora il Ventilator Cinema accoglie qualcosa che va oltre la canonica messinscena. L’evento accade, si offre nudo allo sguardo e si consuma nello stesso momento, scomparendo con il battere del tempo che lo ha reso possibile. 


Sublime Escapades

Cast & Credits


  
         Katie Duck
     © Roman Zotter


Cast & credits

Titolo 
Sublime Escapades
Sotto titolo 
Multidisciplinary Real Time Composition Performance
Origine 
Paesi Bassi
Anno 
2026
Durata 
60 min.
Data rappresentazione 
21 agosto 2026
Città rappresentazione 
Amsterdam
Luogo rappresentazione 
Ventilator Cinema, OT301
Evento 
Summer Course Amsterdam 2026
Autori 
Creazione collettiva degli artisti partecipanti al Summer Course Amsterdam 2026
Curatore 
Katie Duck, Maria Mavridou, Manuela Lucia Tessi, Erik van de Wijdeven, Jonathan Nagel
Produzione 
Summer Course Amsterdam
Luci 
Erik van de Wijdeven – disegno luci dal vivo
Musiche 
improvvisazione dal vivo
Note 
Performance conclusiva del Summer Course Amsterdam 2026, sviluppata attraverso un processo di sei giorni, dal 17 al 22 agosto, dedicato all’improvvisazione e alla composizione multidisciplinare in tempo reale.