Dolore d'un popolo sterminato dai suoi governanti

di Gianni Poli

Data di pubblicazione su web 19/06/2026

I persiani

La compagnia del Teatro della Tosse esce ancora dalla sala per dare spettacolo sul piazzale d’una caserma dismessa nel parco urbano genovese del Lagaccio. Nello spazio circoscritto, il minimo arredo è un gran letto posto al centro della scena vuota. La platea è frontale, in muratura gradinata. Trovarsi spaesati, sul luogo della rappresentazione scelto dalla compagnia, fa parte d’una sua tradizione intenzionale, da tradurre in estetica e in modalità di partecipazione all’evento. Questa seconda edizione de I persiani – dopo quella creata nelle campate d’una vecchia fabbrica nel 1998 – si distingue per sintesi, semplicità e rigore, nell’adattamento e nella distribuzione, ridotta a quattro interpreti soltanto.

L’idea registica nasce dal bisogno di adesione al testo, un concentrato poetico sotto forma di tragedia primordiale, allo stato nascente. La traduzione di Giorgio Ieranò è la stessa d’allora, collaudata in efficacia linguistica e duttilità recitativa: concomitanza che potrà offrire un confronto con l’edizione della stessa opera, programmata dall’INDA a Siracusa, nella traduzione di Walter Lapini. 

Giovanni Ortoleva, fra gli scopi creativi, inserisce il sondaggio dell’essenza della tragedia, muovendo questi attori in uno spazio che sposta in modo progressivo la reggia di Susa verso le tombe dei suoi concittadini, facendo affacciare la realtà del campo di battaglia nella vita quotidiana. Individuando lo snodo drammatico più incredibile proprio nella comparsa dell’ombra di Dario: «un fantasma che sembra suggerire la prossimità tra gli spazi del potere e i cimiteri».

Il regista si propone di far entrare lo spettatore nella tragedia: facendo interpretare allo stesso attore, Pietro Giannini, la figura del padre morto e del figlio Serse: «l’accento è sul legame di sangue che rende il conflitto una questione identitaria» (Programma di sala). Visione che non s’oppone ma integra l’idea secondo cui lo scontro funesto deflagra tra concetti opposti di libertà e di governo. Dalla guerra fra greci e persiani l’eminenza della civiltà greca appare, e viene completata in senso critico, riconoscendo che lo scarto – sorto da perversione del potere – non sminuisce l’entità del dolore del nemico sconfitto. 


Un momento dello spettacolo
© Giulia Lenzi

La scenografia risalta nell’unico oggetto manufatto, il traliccio del giaciglio privo d’ogni corredo. Centro dell’organismo di governo superstite, appare la dimora regale deturpata nel suo fasto simbolico. La luce varia appena, nelle sequenze ritagliate, divise, scarnite, gli indizi dello spaventoso sisma conflittuale, per imporre personaggi sempre soli con sé stessi, pure rappresentanti di volta in volta un regno, una gente, una funzione, un’umile mansione. La vicenda inizia dunque dal portale sul fondo, donde il messaggero avvia da Salamina la sua corsa, tesa a comunicare la notizia infausta. Corsa che ricalca quella leggendaria di Maratona ed è praticata sul posto, lungo venti minuti di sforzo intensamente ritmato. Prestazione atletica per esprimere la fatica dell’annuncio atteso e temuto. 

La voce del coro sorge lentamente e cresce da un attore mosso da un accesso di memoria straziata. In Enrico Campanati la scansione è secca, epica, subito dolente nel rosario dei nomi dei soldati caduti, commosso lo sguardo dalla nobiltà umiliata, spaventato dalla realtà futura. Il flusso sommesso e penetrante del lamento termina nell’invito alla meditazione. Allora Atossa narra del sogno premonitore e vi s’immerge ansiosa per la sorte del figlio, condottiero invasore. L’incubo le svelerà la verità insostenibile. All’apparire, la sua prima voce è una canzone swing ballabile, quale evento anacronistico e straniante, che all’arrivo del messaggero subirà inversione di senso. Il racconto della battaglia di Pietro Giannini è più urgente e realistico di quello immaginato dal coro, per infondere nella regina e madre la forza dell’inchiesta e della presa di coscienza disperata. Così intensa da indurle il bisogno d’un esorcismo del dolore, una danza folle, sorprendente per l’autoanalisi, nella confessione e la pietà che abbraccia il figlio, la famiglia e il popolo insieme. È il culmine interpretativo, la reazione alla verità, la sequenza di un girotondo rituale e nevrotico; catarsi patologica sfogata stupendamente nel tormento d’un vocalizzo irrazionale lancinante.   

L’ombra di Dario è evocata quale momento d’accusa e di giudizio del colpevole, da parte del sovrano severo con il peccato del figlio. La sostanza evanescente del personaggio si mostra nell’agire sotto la guida d’una figura supplente, Marco Santi, emanazione di forze infernali. E la presenza di Serse, resa in crescendo da Giannini, riecheggia il lamento già corale che, attraverso l’elencazione dei nomi dei compagni, contribuisce a scavare profondamente l’abisso che separa dai morti.


Un momento dello spettacolo
© Giulia Lenzi

I costumi attuali rendono odierni i testimoni della sconfitta d’una parte e della rovina di tutti. Così la guerra antica è sensibilmente contemporanea nella miseria e nell’orrore. L’importanza attribuita alle vesti, rappresentanti all’origine la condizione dei ruoli, torna qui in Serse e in Atossa che vi insistono con gesti e allusioni, più che esaltando visivamente il simbolismo dell’abbigliamento. Domina il nero, accanto al torso dell’atleta, che interpreta anche il padre e il figlio, spogli d’ogni segno del ruolo. Nella regina, la veste raffinata è ormai stinta, come l’oro striato dei capelli, co-protagonisti della furia e del lutto travolgenti. 

La musica di Pietro Guarracino, seguente la Canzone, insiste come nota isolata, tenuta, stridente e tagliente come una sega meccanica. Peraltro, si trasformano in musica i passi del podista e, specialmente, le parole che gli attori attingono a profondità inaudite, avendole strappate al testo e masticate, rese assolute nel tempo dell’attesa memoriale, quasi materia vocale dell’intimo personale sconvolto e martoriato. Così la parola-suono mutata in musica assume significati più profondi del significante. La scelta del silenzio, seguente le grida alte, insostenibili del poema antico, trapassano in liturgia inconscia protesa a una libertà inaccessibile. S’attenua pure la retorica moralistica rivolta ai vizi radicali della violenza e della prevaricazione. Il ripudio – l’esplicita condanna al ricorso alla guerra quale soluzione delle differenze rivali per gli interessi e le ideologie – viene superato dall’atto fisico in forma e sentimento poeticizzati, unica risposta plausibile. Perciò gli spettatori tardano un lungo attimo sospeso, prima di applaudire gli attori che s’inchinano.    


I persiani

Cast & Credits




Un momento dello spettacolo
©Giulia Lenzi

Cast & credits

Titolo 
I persiani
Durata 
60 min.
Data rappresentazione 
6 giugno 2026
Città rappresentazione 
Genova
Luogo rappresentazione 
Ex Caserma Gavoglio
Prima rappresentazione 
4 giugno 2026
Titolo originale 
Pèrsai
Adattamento 
Giovanni Ortoleva
Autori testo d'origine 
Eschilo
Traduzione 
Giorgio Ieranò
Regia 
Giovanni Ortoleva
Interpreti 
Enrico Campanati (Coro)
Pietro Giannini (Messaggero, Ombra di Dario, Serse)
Valentina Picello (Atossa, Regina)
Marco Santi (Figura in nero)
Produzione 
Fondazione Luzzati - Teatro della Tosse, Genova
Costumi 
Daniela De Blasio
Luci 
Marco Santi
Musiche 
Pietro Guarracino