Le “smagliature” del tempo nel tragitto vita-amore-morte
di Carmelo Alberti
Data di pubblicazione su web 23/06/2026
Approda al 57° Festival Internazionale del Teatro della Biennale di Venezia l’attesa trilogia Romance familiare di Mario Banushi, al quale è stato conferito il Leone d’argento 2026. Il raccordo tra le sue creazioni è costituito da una sorta di “diario” senza parole con il quale il giovane artista greco-albanese ripercorre la trama della propria trasmigrazione da un paese all’altro, condensando le impressioni essenziali, i suoni distanti, i silenzi estesi che definiscono una profondità esistenziale tanto intima quanto eterna, indistruttibile. La linea di sviluppo si colloca lungo il tragitto “vita-amore-morte” con la convinzione che è il destino a condizionare in modo inconsapevole ogni essere umano, dalla nascita alla fine. Pertanto le relazioni interne alla famiglia si evolvono sulla base di canoni peculiari.
S’inizia con Ragada, una parola greca che sta a indicare le “smagliature” incise per sempre sulla pelle di ciascuno; sono le cicatrici indelebili che determinano il riaffiorare dei ricordi. Nello spazio ristretto di un salone veneziano Mario Banushi imbocca una donna sofferente. Mentre dalle porte di un frigo spunta fuori una cantante che sussurra un motivo suadente, la madre si distende nuda sopra il tavolo nella posa di una partoriente; il figlio la ricopre di farina, poi compone sul suo viso un sudario creato con la pasta lievitata, trasfigurandola alla stregua di un ritratto di Magritte. Dietro una porta socchiusa affiora il busto sacrale di una moderna fanciulla di colore a seno scoperto. Il successivo atto iconico fa emergere dall’altrove una donna bellissima con indosso un abito da sposa sgargiante: al pari di un’apparizione incorporea, la figura angelica scompare oltre una vetrata colorata. L’intensa successione di gesti semplici e quotidiani acquista un alone liturgico che si chiude sul grido di una frase disperata: “Lindita, I miss you”.
Il secondo capitolo, Goodbye, Lindita, è dedicato alla morte della propria matrigna. Anche stavolta si agisce tra le mura domestiche dove si susseguono le sequenze di un rito funerario. Lo strappo drammatico si amplifica fino a diventare un processo di purificazione. La scena onirica, disegnata da Sotiris Melanos, mostra un appartamento in penombra (le luci sono di Tasos Palaioroutas) in cui si muovono con lentezza i protagonisti di un racconto doloroso. Un uomo si sposta da un lato all’altro della stanza, un’anziana si sdraia sopra un letto, mentre un’altra resta immobile davanti alla tv. Le porte e le finestre si aprono e si chiudono seguendo la catena dei contatti con la comunità. Dopo che da un mobile sono estratte la spoglie di Lindita prende avvio il complesso cerimoniale della sepoltura: le donne lavano il corpo nudo della seconda madre, la immergono nell’acqua di una vasca, simulando quasi un nuovo battesimo. Quindi, viene rivestita amorevolmente con un abito bianco, una traccia del legame nuziale, e agghindata con i simboli della tradizione, prima di essere adagiata sopra un giaciglio.
Dalla platea avanza il regista che abbraccia con trasporto le amate spoglie, disponendo intorno i fiori e gli arredi per la veglia. Solo in apparenza torna la normalità, mentre ciascuno dei familiari si dispone accanto alla defunta, intento a guardare il televisore acceso o a perdersi nei propri pensieri. Ma uno dopo l’altro i presenti sono assorbiti da una gestualità di transizione che li sospinge verso l’assolutezza del ciclo vitale. Il padre e le fanciulle si denudano, mentre s’intensificano i suoni, con il commento musicale di Emmanuel Rovithis, e le pareti si dissolvono. S’apre un varco nel muro dietro l’icona sacra della “Panagia Myrtidiotissa”, la madonna nera dell’isola di Citèra che accoglie fra le braccia una vecchia senza veli, componendo un’immagine finale simile alla deposizione.

Nello spazio del Teatro alle Tese dell’Arsenale la bravura degli attori, applauditi a lungo, ha trasformato la rievocazione di un rituale arcaico in un viaggio catartico che supera i confini della memoria. L’esposizione sacrificale delle nudità annulla le distanze generazionali, mentre esalta l’essenza stessa della maternità, una facoltà naturale in grado di creare e dissolversi all’infinito.
La terza parte, Taverna Miresia. Mario, Bella, Anastasia, riguarda, invece, la vicenda del ristorante aperto dal padre in un sobborgo di Tirana: quel luogo si ricompone sotto l’insegna luminosa, posta al centro del palcoscenico-mondo, insieme a una miriade di enigmi che dopo la perdita del genitore non possono trovare più una soluzione. Affidandosi completamente a una rappresentazione quasi del tutto muta Banushi dilata la tensione tra l’esperienza personale e lo spazio dell’invenzione scenica.
Romance familiare

Cast & credits
| Titolo
Romance familiare |
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| Data rappresentazione
7 giugno 2026 |
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| Città rappresentazione
Venezia |
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| Luogo rappresentazione
Ca’ Malcanton |
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| Autori
Mario Banushi |
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| Regia
Mario Banushi |
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| Produzione
La Biennale di Venezia |