Ricordo di Carlo Cecchi
Per
Carlo Cecchi (Lastra a Signa, 25 gennaio 1939-Campagnano, 23 gennaio
2026), attore e regista, il teatro era “qui e ora”. Si sa che lo spettacolo
cambia, sera dopo sera, a seconda del pubblico e dell’umore dell’attore. Nel
caso di Carlo Cecchi capitava di assistere a interpretazioni memorabili oppure
a serate in cui si faceva palpabile una sua noia svagata. Se il regista
garantisce allo spettatore pagante il livello qualitativo del prodotto, Carlo
Cecchi rivendicava per l’attore l’esserci (dasein) sul palcoscenico, la
coscienza di una presenza, che, pur soggetta a un’accidentale discontinuità,
resta imprescindibile. Al punto che il regista tedesco Peter Stein ha sostenuto
che il teatro potrà prescindere dalla figura del regista, ma non riuscirà mai
fare a meno dell’attore. E per Cecchi, che amava definirsi un capocomico, il
teatro aveva tre componenti essenziali: il testo, l’attore e il pubblico.
«Cercare
nell’opera dell’attore la persona dell’attore non ha niente a che vedere col
biografismo dei manuali di letteratura, al contrario è la porta più diretta per
entrare in contatto con un’arte di per sé misteriosa. Dell’opera prodotta e
consumata in scena, sera per sera, la cosa più concreta che rimane è il corpo
dell’attore; e il corpo è la persona dell’attore» (C. Meldolesi, L’attore,
le sue fonti e i suoi orizzonti, in «Teatro e storia», 1989, pp. 199-214).
Lettere, diari, interviste sono fonti preziose quanto le cronache teatrali per
ricostruire la biografia di un attore e gettare luce sul segreto della sua
arte. Ciò è tanto più vero per Carlo Cecchi.
Dopo
un tentativo fallito, Carlo Cecchi viene ammesso all’Accademia Nazionale d’Arte
Drammatica, fondata nel 1935 da Silvio d’Amico per formare i registi
italiani e gli attori funzionali del nuovo teatro di regìa, nell’anno accademico
1959/60: «Quello scorcio di anni ’50 fu anche epoca di allievi “maudit”,
giovani ombrosi e irregolari, per i quali certo si confermava la regola appena
ricordata: che non sempre gli scolari più diligenti sarebbero stati gli attori
migliori. I loro nomi oggi sono famosi: Gian Maria Volontè, Carlo Cecchi
e Carmelo Bene» (M. Giammusso, La fabbrica degli attori. L’Accademia
Nazionale d’Arte Drammatica. Storia di cinquant’anni, Roma, Presidenza del
Consiglio dei Ministri, 1988, p. 172).
Cecchi
abbandona l’Accademia prima di diplomarsi e negli anni della sua formazione
attraversa le esperienze più diverse, dall’avanguardia del Living Theatre al
teatro di tradizione di Eduardo De Filippo, decisivo nella definizione
di Carlo Cecchi attore, prima di affrontare la pratica capocomicale con la
cooperativa del Granteatro (nome suggerito da Elsa Morante), da lui
fondata, insieme con Peter Hartmann, Angelica Ippolito e Paolo
Graziosi. Dopo Il bagno (1971), nel 1975 la neonata Compagnia mette
in scena anche La cimice di Majakovskij: «E qui si avvertono
l’origine e la formazione napoletana di Cecchi, – scrive Roberto De
Monticelli sul “Corriere della Sera” dell’8 marzo 1975 – di questo attore
che ha nella recitazione e anche in certe caratteristiche della figura, duttile
e magra, qualcosa che richiama ai De Filippo, soprattutto a Eduardo, la voce
impassibile e buia, una mimica fatta più di contrazioni che di gesti». «Per me –
ebbe a dire Cecchi – il genio di Eduardo consiste nell’invenzione suprema
dell’ultima maschera della commedia dell’arte arrivata a noi, traversando il
teatro del Novecento, in primo luogo Pirandello. Penso soprattutto che
rimanga dentro di me, rafforzandosi nel tempo – ancor più che la vocazione o la
dedizione – la totale, assoluta identificazione di Eduardo con il teatro» (Grazie
a lui sono stato Felice,
intervista a cura di Simonetta Izzo, in “Hystrio”, XIII, 2000, 2,
p. 51). «Cecchi ha studiato soprattutto Eduardo, – ha scritto Cesare Garboli
– dal quale gli vengono l’estrema parsimonia dei mezzi espressivi e quei lunghi
silenzi scenici, quelle prolungate pose immobili, simili a interrogativi senza
risposta, che stabiliscono tra attore e pubblico una sorta di ilare
incantamento ai limiti dell’assurdo» (C. Garboli, Un po’ prima del piombo,
Firenze, Sansoni, 1998, p. 115).
La
stagione del Granteatro prosegue, alternando modernità e tradizione, con
spettacoli quali Il coraggio del pompiere napoletano di Scarpetta
o il Woyzeck di Georg Büchner, il Brecht di Tamburi nella notte e ‘A morte dint’o lietto ‘e don Felice di Petito, sino al Pirandello de L’uomo, la bestia e la virtù, innovativa versione
grottesco-umoristica con maschere, che contribuisce alla rilettura del
repertorio pirandelliano nella chiave eversiva rilevata da Gramsci in
termini tutt’altro che arbitrariamente provocatori, al pari delle “scandalose”
regìe di Massimo Castri di quegli anni, ricchi di fermenti non solo
culturali. Gli anni Settanta non furono solamente gli anni di piombo; furono un
decennio di conquiste sociali e rivendicazione di diritti, di grandi conquiste
sul piano dei diritti sociali e sindacali, dalla redazione dello Statuto dei
lavoratori all’introduzione del divorzio, dall’istituzione dei consultori alla
legge sull’aborto, dall’istituzione del Sistema Sanitario Nazionale alla legge
Basaglia sulla chiusura dei manicomi, sino alla conquista delle 150 ore, che
sancivano il diritto allo studio per i lavoratori.
Quella
del Granteatro non è una contestazione modaiola, bensì un lucido disegno alla
ricerca delle radici profonde della scena italiana, nel quadro generale di un’esigenza
di rinnovamento, che Cecchi così sintetizza: «Esiste un territorio del teatro
italiano al di là del cimitero che è il teatro in lingua (detto anche birignao)
e ad esso intendevo riferirmi (intendo soprattutto “ad esso” come ricerca di
esso). Con riferimento appunto a un rapporto tra un attore e una cultura e una
tecnica, un rapporto con un linguaggio vivente e reale. Questa è la tradizione
che il Granteatro riconosce e in rapporto a essa e ai suoi strumenti, forme,
modi, tecniche, il teatro è possibile» (F. Quadri, L’avanguardia teatrale in
Italia (materiali 1960-1976), Torino, Einaudi, 1977, pp. 391-392).
Attore
colto, accanito lettore, Carlo Cecchi si avvale di traduttori di rango, con i
quali stabilisce un sodalizio, che va al di là dell’occasione, si tratti di Shakespeare
o di Molière; le sue scelte sono sempre oculate e, nel caso di Garboli,
questi funge anche da dramaturg, in una sintonia che trascende il
rapporto professionale, al punto che, come già accaduto con Elsa Morante,
anche Garboli nominò Cecchi suo esecutore testamentario: «Patrizia Cavalli
e Cesare Garboli sono due che quando traducono iniziano una vera battaglia, uno
scontro quasi fisico con la parola e il verso poetico. […] Le parole delle
traduzioni di Cavalli e Garboli sono parole pensate e costruite per essere
dette, che trovano sulla scena una loro straordinaria efficacia, che dicono,
non raccontano, dicono e fanno al tempo stesso» (Il teatro? Un gioco ad
essere, un surplus di realtà, conversazione con Carlo Cecchi a cura
di Nicola Arrigoni, «Sipario», 785/786, 2015, pp. 54-56).
Cecchi
non esita a dichiarare il suo scarso interesse per i palcoscenici occidentali,
ma, aggiunge, «quando so che c’è una compagnia sudafricana, afghana o
palestinese corro a vederla. […] Perché lì, in quelle esperienze vi trovo la
vita». Se Peter Brook parla di teatro «necessario», non diversamente Cecchi
coltiva l’idea di «un teatro della consapevolezza della finzione, di un teatro
che è gioco e festa ma in quel gioco e in quella festa officianti e
partecipanti fanno sul serio, sono reali» (ibid.), tutt’altro che verosimili.
Contrario
alla recitazione microfonata, nemico del cosiddetto “archetto” Cecchi non si
reputava un maestro, semmai un capocomico intransigente ed esigente, alla
maniera di Eduardo; eppure esercitava un grande ascendente sui giovani, cui trasmetteva
la sensazione di una continua crescita: «Io sono una specie di allenatore
fisico e di parole per i miei attori. Tutte le volte che iniziamo a lavorare in
teatro noi iniziamo la prova di una prova. Mi spiego? Proviamo sempre e
comunque. È questa tensione, mettere alla prova fino a raggiungere quel
momento, quell’istante in cui ciò che accade è reale, carico di senso, vero.
[…] Il debutto non segna nulla, segna l’avvio di un racconto che ogni sera
cambia, muta perché a mutare sono lo spazio, il pubblico, la nostra
predisposizione ad andare in scena» (ibid.).
In
una densa intervista rilasciata a Chiara Schepis, Paolo Graziosi osservava
che agli attori formati accanto a lui, i vari Santagata, Morganti,
Spiro Scimone, Arturo Cirillo, Valerio Binasco, Francesco
Origo, Cecchi ha sempre proposto un lavoro di allargamento delle proprie
capacità, di affinamento dei propri strumenti espressivi, in una ricerca
continua «tanto da suscitare in questi allievi fatalmente il desiderio di
mettere in scena, di verificare gli strumenti che Cecchi ha loro dato e
proposto, nel vivo di uno spettacolo», fatto abbastanza unico e rivelatore di
una sua «volontà didattica di parlare di teatro, al di là di quelle che erano
le contingenze, di volta in volta, di ogni spettacolo» (C. Schepis, Carlo
Cecchi: funambolo della scena italiana, Firenze, Firenze University Press,
2017, p. 453). Ed è indubbio che personalità diversissime tra loro, quali Carlo
Cecchi, insieme con Carmelo Bene e Leo De Berardinis, hanno
segnato la loro epoca, incarnando tre modi eterodossi di essere protagonisti
della scena, portatori di tre idee forti di teatro.
Per
la sua distanza ironica dal personaggio, per la sua recitazione straniata
Cecchi si rivela interprete assai congeniale del teatro di Harold Pinter,
con cui si cimenta a più riprese, a partire dal 1980 con Il compleanno,
l’anno in cui si apre la lunga permanenza (1980-1995) al Teatro Niccolini di
Firenze, seguito nell’anno successivo dal Ritorno a casa e poi, a
cadenza regolare, Una specie di Alaska (1982); nel 1984 la regìa de Il
calapranzi per Santagata e Morganti; nel 1986 L’amante, insieme con Anna
Bonaiuto, sua partner in tanti spettacoli, La serra (1997); sino a Il
nuovo ordine del mondo nel 2002.
La
sua attenzione alla drammaturgia contemporanea lo porta all’incontro fortunato
con il Thomas Bernhard di Ritter, Dene, Voss, che lo vede al
centro del terzetto con Anna Bonaiuto e Marina Confalone, e il
felicissimo Claus Peymann compra un paio di pantaloni e viene a mangiare con
me, per cui valeva la pena fare un viaggio al Teatro Ateneo di Roma (7
novembre 1990) per vedere i tre «dramoletti» del grande scrittore austriaco, interpretazione
a proposito della quale Siro Ferrone scriveva: «Carlo Cecchi è – si
parva licet componere magnis – come Omero. Ogni tanto si addormenta
sugli allori. Ma quando non lo fa è un grande Maestro, uno dei migliori
possibili. […] Un delirio di dialoghi senza capo né coda, un concertino sulla
nostra demenza borghese quotidiana, e di quella dei teatranti in particolare.
Un’indigestione di nevrosi a cui Bernhard e Cecchi ci sottopongono (la prova
dei vestiti, la scelta del ristorante, l’ansia del partire non minore
dell’ansia dell’arrivare, l’odio per tutti, a cominciare dai teatranti) come a
una lavanda gastrica di umorismo, da cui si esce allietati nell’intelligenza e
nel sentire. Mirabile» (in «Drammaturgia»).
Carlo
Cecchi ha un modo tutto suo di tenere la scena, che Armando Petrini
prova a definire così: «La cifra più nitida dell’arte di Carlo Cecchi va
probabilmente ricercata nell’estrema e inquietante contraddittorietà del suo
modo di presentarsi in scena. In Cecchi ciascun gesto convive con il proprio
opposto, e addirittura con la negazione di ciò che sembrerebbe volere
esprimere: andando a sentire e a vedere Carlo Cecchi a teatro, ci si trova di
fronte a un attore che, recitando, mostra con crudeltà e amarezza
l’impossibilità di recitare; a un
regista che rifiuta con insofferenza le velleità di chi “mette in scena” un
testo» (A. Petrini, Un attore di contraddizione. Note sul teatro di Carlo
Cecchi, in «L’asino di B.», III, 1999, 3, p. 27).
Dopo
l’esperienza fiorentina del Niccolini, Cecchi si insedia a Palermo in un teatro
délabrè, lo storico Teatro Garibaldi nel cuore della Kalsa. In reazione
alla crisi che sta attraversando (in un’intervista a Rodolfo Di Giammarco sulla
«Repubblica» del 19 agosto 1994 confessa di non sentire più lo stimolo a
imparare), spinto dal bisogno di trovare una sede stabile al riparo dalla
fatica della tournée, Cecchi si ritira con i collaboratori più fidati, tra i
quali Valerio Binasco e Iaia Forte. Soprattutto intensifica le
sue apparizioni sul grande schermo: memorabili il ritratto di Renato
Caccioppoli in Morte di un matematico napoletano (1992), film di
esordio di Mario Martone, che nel destino del protagonista vede riflesso
il declino della città di Napoli e dell’intero Paese, o il magistrato, figura
centrale attorno alla quale ruota il racconto corale degli uomini de La
scorta (1993) di Richy Tognazzi, ambientato a Trapani.
Tra
gli ultimi suoi spettacoli, nel 2019, il ritorno a Pirandello, con un Enrico
IV colto e disperato, straniato e denso di humour, infarcito di innesti da
teatro all’antica italiana, con la suggestiva citazione della prima edizione
francese di Pitoëff, in cui l’attore si affrettava a reggere la quinta,
che minaccia di abbattersi sul palcoscenico, sottolineatura della dimensione
meta-teatrale del testo, sintesi plastica di una realtà di cartapesta, metafora
efficace del labile confine tra il teatro e la vita.