Amleto e la metamorfosi dell’io inesauribile

di Isabella Quaia

Data di pubblicazione su web 28/04/2026

Il paradigma amletico nelle ultime lezioni di Orazio Costa

Al Teatro della Pergola, Fabrizio Gifuni porta in scena Il paradigma amletico nelle ultime lezioni di Orazio Costa, un lavoro che si presenta fin da subito come una confidenza generosa su un materiale intimo e raro. Una serata che Gifuni dedica al suo maestro, aprendo con una dichiarazione che è insieme omaggio e presa di posizione: «per ricordare uno dei più grandi uomini del teatro europeo del Novecento, che si chiama Orazio Costa […] ma che, siccome siamo un paese un po’ bizzarro, accade che molte persone non abbiano mai sentito il suo nome».


Un momento dello spettacolo
© The Factory Production

La scena è essenziale: uno schermo bianco per le proiezioni, una piccola pedana nera in pendenza, un’asta microfonica, un leggio e, sulla sinistra, una sedia di velluto rosso a sostegno dei quaderni di Orazio Costa lasciati in eredità all’allievo. Gifuni accoglie il pubblico con la luce di sala accesa e si rivolge direttamente alla platea: si mostra in tutta la sua umanità, si espone, si corregge, pondera le parole mentre giocherella con la fede o si stropiccia lievemente la maglia, creando un’atmosfera di intima condivisione. Anche i materiali visivi – fotografie della classe di Gifuni e immagini di Costa  –non illustrano, ma evocano uno sguardo, un’energia, un atteggiamento, fino al breve video che mostra l’intervista a Gian Maria Volontè, altro illustre allievo, che riconosce pubblicamente la necessità e l’importanza degli insegnamenti del maestro.

Dentro questo spazio prende forma un racconto stratificato, che si sviluppa a partire da una riflessione: «Sono i fantasmi che guidano la nostra storia» e il teatro nasce da un dialogo con ciò che non è visibile. Ne scaturisce un flusso naturale in cui la biografia di Costa si intreccia alla memoria di Gifuni, entrambe legate allo studio dell’Amleto di William Shakespeare. Regista, pedagogo, creatore del metodo mimico, Costa è stato maestro di intere generazioni di attori. All’Accademia Silvio d’Amico, dove insegna, nel biennio 1992-1993 tiene, con la classe di Fabrizio Gifuni, centosessanta lezioni sull’Amleto, in cui l’ascolto precede l’azione e il coro diventa pratica fondamentale. Un lavoro che può disorientare, ma che educa il giovane attore alla natura collettiva del rito del teatro, alimentandone il desiderio e costruendo lentamente un deposito – quel “fondo di Amleto” – che Gifuni riconosce come eredità viva. I quaderni di Costa, letti da Gifuni, restituiscono la pedagogia del maestro e l’essenza del suo metodo mimico, che tiene insieme corpo, poesia, intuizione e conoscenza: «Il microcosmo è analogo al macrocosmo […] la principale modalità del ragionamento umano è l’analogia, e all’analogia non si arriva per logica ma per spinta mimica». E ancora: «Una scuola seria deve formare uomini liberi, perché un artista è un professionista della libertà».


Immagine proiettata durante lo spettacolo
© Pino Le Pera 


Nel fluire della narrazione riaffiora il legame tra Costa e Amleto. Fin da giovane, il maestro intrattiene con il principe di Danimarca una corrispondenza immaginaria. Nel 1944, reduce dall’esperienza della guerra, durante la quale era addetto al recupero dei soldati caduti, inizia a scrivere il suo primo quaderno: tra le pagine emerge la trascrizione di una lettera di Amleto, in cui la morte si fa presenza. Costa si identifica con il suo omonimo Orazio, destinatario delle confidenze di Amleto: «I morti, Orazio, non senti che sono essi i più forti? […] Ogni volta che guardo la mia mano, io vi scorgo posato sopra, col suo indistrutto riso, un cranio che mi dice: e tu? […]» (Fondazione Teatro della Pergola, L’Amleto di Orazio Costa Giovangigli, Una vita trascorsa meditando sull’Amleto di Shakespeare, a cura di M. Paladini, Firenze, Ed. Consiglio regionale della Toscana, 2014, p.13).

È allora che quell’«E tu?» si fa soglia per Gifuni, che torna a parlare di sé, del teatro e di quel “fondo di Amleto” che continua a essere per lui generatore di energia. L’attore ripercorre la trama shakespeariana con chiarezza, soffermandosi su figure importanti e spesso trascurate, come Fortebraccio, e sulla scena dei becchini, che maneggiano ossa e resti con disinvoltura, rivelando un rapporto laico con la morte. Ma è con l’arrivo della compagnia di attori al castello di Elsinore che il teatro si manifesta pienamente in tutta la sua potenza: Amleto lo usa come arma per smascherare l’assassino del padre, lo zio Claudio, ora sul trono. Gifuni, fino a quel momento narratore, scende dal palco, incarna Amleto e impartisce indicazioni ad attori invisibili, lasciando emergere con maestria e rispetto l’inconfondibile voce e la mimica del maestro. Il cerchio si chiude: teatro, gioco, tempo, vita, morte. Tutta l’opera è attraversata da due correnti profonde: la febbre di Amleto per il teatro e il vento gelido dell’aldilà. Una tensione cara a Costa, ma propria anche di Shakespeare, che tiene insieme queste forze e le designa con lo stesso termine, thing: il teatro come dispositivo di verità: «The play’s the thing / wherein I’ll catch the conscience of the king», e il fantasma del padre, presenza che ritorna dall’aldilà e continua a interrogare i vivi.


Un momento dello spettacolo

Infine, il racconto si raccoglie nuovamente nei quaderni. Gifuni legge ancora a microfono le riflessioni di Costa sulla vita, sul metodo, sul corpo: «mi conto, sento appena, ma d’esserci dovrei essere certo». E poi un ultimo appunto, scritto a pochi giorni dalla morte: «ho provato, ma devo verificare al più presto uno stile più compatto, una definitiva messa in scena dell’Amleto» (O. Costa Agenda 1999, inedita). Non c’è compimento. Costa, fino alla fine, rimane dentro al processo: nel dubbio, nella verifica, nel tentativo. Ed è forse proprio in questa continuità che si misura il senso di una serata come questa: nel modo in cui ciò che è stato ricevuto continua a essere praticato, rimesso in circolo, restituito. Gifuni non si limita a ricordare il suo maestro, ma ce lo restituisce vivo, attraverso il teatro con gli scritti, le proprie memorie e, letteralmente, attraverso il proprio corpo e la propria voce. Non una celebrazione, ma un riconoscimento: un rito di trasmissione al quale il pubblico in sala ha avuto il privilegio di partecipare.


Il paradigma amletico nelle ultime lezioni di Orazio Costa

Cast & Credits




Un momento dello spettacolo
© Floriana Conte

Cast & credits

Titolo 
Il paradigma amletico nelle ultime lezioni di Orazio Costa
Origine 
Italia
Anno 
2026
Durata 
70 min.
Data rappresentazione 
12 aprile 2026
Città rappresentazione 
Firenze
Luogo rappresentazione 
Teatro della Pergola
Prima rappresentazione 
12 aprile 2026
Autori 
Fabrizio Gifuni
Autori testo d'origine 
Orazio Costa, Fabrizio Gifuni
Regia 
Fabrizio Gifuni
Interpreti 
Fabrizio Gifuni
Produzione 
Fondazione Teatro della Toscana