Androgynous - Portrait of a Naked Dancer

di Marco Venanzoni

Data di pubblicazione su web 20/04/2026

Androgynous - Portrait of a Naked Dancer

La regista e scrittrice argentina Lola Arias e la performer River Roux portano in scena al Fabbricone di Prato la breve vita di Anita Berber, attrice del cinema muto e danzatrice della Berlino degli anni Venti. La narrazione intreccia il vissuto di Anita con le biografie degli interpreti (Roux stessa, Bishop Black e Dieter Rita Scholl). In pieno stile “teatro documentario”, Lola Arias crea immagini potenti per dimostrare una verità amara: in cent’anni, poco è cambiato per gli artisti che mettono costantemente in gioco la propria vita sul palcoscenico, qualunque esso sia. La storia di Anita Berber viene raccontata in maniera non lineare scardinando i preconcetti che potremmo avere di armonia e disarmonia, di ordine e disordine, relegando il giudizio in secondo piano in quanto non richiesto, superfluo alla causa. 

La silhouette di una persona impellicciata si avvicina lentamente verso il centro del palco: è River Roux che ci racconta le vicissitudini della sua adolescenza, la fuga a diciotto anni verso Berlino, la vita all’interno di una comune e i primi lavori come prostituta in un bordello che è stato – afferma – la sua prima scuola di recitazione. Mentre parla monta un palo da lap dance; sullo sfondo scorre un video mentre si esibisce. È questo l’incipit per esplorare la vita di Anita: la sua sregolatezza, lo stile di vita licenzioso e la sua arte. La sua natura camaleontica prende forma nelle proiezioni, dove la vediamo trasformarsi per le sue coreografie: ora ballerina esotica o garçonne, ora dea o suora.


Un momento dello spettacolo
© Ute Langkafel

L’intreccio continua e si evolve includendo le storie di Bishop Black e Dieter Rita Scholl che, in repentini cambi d’abito, si alternano e ci raccontano frammenti del loro passato. Inizia Bishop Black affrontando il tema dell’indolenza – fisica e mentale – e ripercorrendo la sua adolescenza in una famiglia cristiana conservatrice. Nel farlo si spilla (letteralmente) sul corpo dei palloncini neri. Dal suo volto non traspare la minima sofferenza e la sua voce non trema mai mentre la spillatrice rimbomba con i suoi click ricolmi di violenza. Con la stessa semplicità alla fine li fa esplodere uno per uno e i colpi rimbombano in tutta la sala come colpi di pistola. Dieter Rita Scholl, invece, dall’alto dei suoi sessantanove anni di esperienza, con un abito nero e una sigaretta in bocca, ripercorre l’evoluzione del suo lavoro dagli anni Ottanta oggi: i primi locali, le collaborazioni televisive e infine il cinema.

Man mano che lo spettacolo avanza la metamorfosi di River Roux in Anita Berber procede ed è sempre più tangibile: come quando, vestita con un abito a sacco e un corpetto in stile rococò, imita la Berber protagonista del film Unheimliche Geschichten (Un affare misterioso) di Richard Oswald (1919). Sulle balze chiare della scenografia viene proiettata una sequenza della pellicola: attraverso un gioco di trasparenze, si assottigliano i confini che dividono le due artiste.

Nel racconto drammaturgico entra anche il sodalizio artistico e sentimentale tra Anita Berber e il suo terzo marito, Henri Châtin-Hoffmann. I coniugi vengono raccontati attraverso la “coreografia dei naufraghi”. River Roux e Bishop Black rappresentano gli sposi che danzano, mentre Scholl lo stato che li sorveglia. Vestito da poliziotto sadomaso, in pelle e lattice, prima legge i rapporti della polizia berlinese e poi avvolgere gli altri performer con un telo di nylon nero. Questa è l’ennesima testimonianza giunta a noi solo attraverso i verbali, in quanto quasi la totalità delle testimonianze è stata censurata o distrutta da parte delle autorità della repubblica di Weimar.

La parabola finale delle Berber ci viene raccontata da River Roux che, declamando i titoli di alcuni giornali tedeschi che ne annunciano il tramonto artistico, prima si lascia versare in testa, attraverso dei secchi neri, un liquido rosso e denso – imitando ancora una volta Anita, questa volta nella danza di Salomè – e poi esegue un’ultima danza che lascia sul pavimento un dipinto astratto di sangue.


Un momento dello spettacolo
© Ute Langkafel

La salma di River-Anita viene poi pulita dalle tracce ematiche e ricomposta con un abito rosso, come nel dipinto Portrait of the Dancer Anita Berber di Otto Dix. A questo punto un cerchio aereo rosso a forma di cuore cala dall’alto, Anita-River vi sale sopra e ascende al cielo. La trasmutazione è terminata.

La scenografia ideata da Irene Ip ricorda uno strip club, con all’interno i camerini dove gli artisti si truccano e si cambiano. Nella porzione di palcoscenico più prossima al pubblico troviamo, invece, una pedana a specchio dove di volta in volta si consumano le danze e le performance. A dividere i due ambienti c’è un tendaggio a frange bianche che funge da soglia tra i due mondi: quello reale del camerino – dove i performer vengono comunque spiati da telecamere poste sopra gli specchi – e quello della “finzione” scenica. Le frange vengono anche usate per proiettare fotografie e filmati. La soluzione di continuità fa sì che alcuni frammenti delle proiezioni le attraversino e viaggino fin dentro ai camerini lasciando delle tracce. Lo stesso avviene ai performer che, pur rimanendo consapevoli dell’artificio scenico, non possono rimanerne impermeabili.

Il corpo nudo diventa costume di scena: il concetto di percezione distorta della nudità diventa tangibile quando River Roux appare in scena con indosso due seni aggiuntivi in lattice e uno strap-on montato al contrario. Un’immagine quasi animalesca dalla quale, lentamente, si spoglia, rimanendo completamente nuda. Il corpo, nella sua nudità, non crea scalpore, non è volgare, non mette a disagio.

I suoni e i rumori sono una componente vitale della rappresentazione. Le musiche sono suonate dal vivo da Katharina Ernst con batteria e sintetizzatori, mentre i suoni vengono catturati dai microfoni degli attori acquistando una rilevanza esponenziale all’interno del dramma. I suoni delle zip che si aprono e chiudono, il crepitio gommoso del lattice, gli abiti che sfiorano la pelle mentre vengono tolti e il suono che il corpo nudo crea a contatto con il palo metallico da lap dance creano una suggestione che va oltre alle parole, che le rende perfino superflue.

La voce della Berber – anche quella mai giunta a noi – diventa una bandiera per tutte quelle persone che, ancora oggi, una voce non ce l’hanno. River Roux se la immagina un po’ roca, come la sua, mentre Dieter Rita Scholl, all’interno del suo camerino posticcio, recita una toccante poesia scritta dalla Berber intitolata Orchidee.


Androgynous - Portrait of a Naked Dancer

Cast & Credits



Un momento dello spettacolo
© Ute Langkafel


Cast & credits

Titolo 
Androgynous - Portrait of a Naked Dancer
Anno 
2026
Durata 
1h 50m
Data rappresentazione 
10 aprile 2026
Città rappresentazione 
Prato
Luogo rappresentazione 
Teatro Fabbricone
Autori 
Lola Arias, River Roux
Autori testo d'origine 
Lola Arias
Regia 
Lola Arias
Interpreti 
River Roux (Sé stessa)
Bishop Black (Sé stesso)
Dieter Rita Scholl (Sé stessa)
Produttori 
Laura Nicolas
Produzione 
Maxim-Gorki Theater, Lola Arias Company
Scenografia 
Irene Ip
Costumi 
Tutia Schaad
Coreografia 
Colette Sadler
Suono 
Ignacio Villa
Luci 
Andrea Sellentin, Irene Ip, Catalina Fernandez
Musiche 
Katharina Ernesto, Damiàn Noguera