Nostalgie e fallimenti: Čechov musical pop

di Gianni Poli

Data di pubblicazione su web 19/02/2026

Il Gabbiano

La frequenza sulle scene del capolavoro di Čechov trova spesso lo spettatore preparato alla scena iniziale che prelude alla recita, sul teatrino improvvisato all’aperto, dell’opera d’esordio di Kostja, autore complessato e sfortunato. Si aspetta la situazione iniziale, di conflitto e d’incomprensione tra il figlio e la madre attrice, nonché le riflessioni su attualità e tradizione di un’arte comunque da riformare. E proprio all’ingresso degli attori, dalla sala alla scena, in questa edizione il pubblico è sorpreso: i personaggi, supposti famigliari, sono irriconoscibili dal costume, dalla voce e i gesti, percepiti incongrui ed eccessivi, negli anacronismi dell’attualizzazione; insoliti, nel clima drammatico latente e atteso.

Pare strana la campagna in cui la Famiglia Treplev si ritrova in vacanza, presso la casa dello zio Petr Sorin, e sconosciuti i ruoli protagonisti, negli interpreti “travestiti” in costumi kitsch d’attualità. Saluti, richiami e scambi, si perdono in battute eccitate e frettolose: Maša, subito presente, isolata, tristemente assorta, ascolta una canzone al microfono che dovrebbe rallegrarla e la innervosisce. L’arrivo baldanzoso di Kostja agita le acque stagnanti (come quelle del laghetto retrostante), discutendo di novità teatrali e citando alla rinfusa battute celebri o meno. Propone forme nuove, improvvisa infervorato, mischiando Commedia dell’Arte, prosa dialettale e melodramma, con verve schietta e disinvolta – comicità di Čechov modernizzato? – che merita applausi all’istrionismo del giovane interprete.


Una scena dello spettacolo
© Serena Pea

Purtroppo, si ritrova poco del copione nella traduzione, dichiarata di Macrì, così sapidamente precisa, fornita nel 2017 per lo spettacolo di Marco Sciaccaluga. Si notano ampi tagli, opportuni, ma contrastanti la funzionalità linguistica del testo. Attorno al palco ancora si distinguono a stento i personaggi sopraggiunti: Irina Arkadina (Giuliana De Sio, attrice d’antan) e il suo amante attuale, lo scrittore in cerca di fama Trigorin, con zio Petr seminfermo (Valerio Mazzuccato, saggio e spento). Era giunta intanto Nina, protagonista dilettante della pièce inedita in programma. Fra la ragazza in calzoncini corti e il drammaturgo l’intesa oltrepassa la simpatia, fino a baci e abbracci entusiasti. Lei è spontanea, vivace (Virginia Campolucci, carattere acceso, eccitato) e dovrebbe somigliare a Giulietta al cospetto del suo Romeo.

Fra gli altri spettatori, Maša (Enrica Cortese, generosamente masochista), con i genitori, cerca lo sguardo di Kostja, che nemmeno la vede. Il medico e il maestro del villaggio, indaffarati e smarriti, ma presenti. Sulla scena che costeggia il laghetto, chiuso da alture spoglie e selvagge, Nina, incappucciata da una tuta spaziale gialla, con maschera antigas, getta ombra sul drappo steso a fondalino, dove si proietta una luna su un cimitero, poi su un giardino d’infanzia in periferia. La voce recitante sparge frasi e atmosfere estranee al quotidiano degli astanti, alludendo a immagini avveniristiche, bizzarre chimere. Il giudizio ironizzante della madre sull’opera del figlio è devastante d’ogni ispirazione e ambizione. Nina, invece, riesce a ritorcere il fiasco in risarcimento, grazie al rapporto instaurato con lo scrittore, in cerca di fama e di alternativa sentimentale.


Una scena dello spettacolo
© Serena Pea


Così si palesa anche il travisamento che Filippo Dini applica al ruolo di Trigorin da sé interpretato. Il regista assume un compito caricaturale, parodistico – per la figura tanto prossima, nei sentimenti, all’autore – scegliendo una recitazione impacciata, confusa fino alla balbuzie, per rendere la situazione irrisolta dell’artista esigente e incompiuto. Il trauma progrediente in dramma si manifesta in Kostja (Giovanni Drago, duttile e sensibile, malgrado il travestimento assecondato da principio) quando abbatte il gabbiano, offerto in dono sacrificale all’amata. L’aspirante attrice, incapace di ricambiare, segue l’infatuazione per Trigorin. Fugge con lui, sognando il successo. Tornerà per un addio straziante ai bei ricordi, nei rimpianti. Parallela, la storia di Maša che accetta il matrimonio di ripiego con il maestro Semen. Il rapporto fra Irina Arkadina e Trigorin trova il culmine passando dal vaudeville al melodramma, nello scontro lacerante che ferisce la donna con danno insanabile d’abbandono, di fronte all’uomo deciso, illuso di unirsi alla giovinezza di Nina, a sua volta ingannata dal miraggio, e artistico e amoroso. Precipita, decisamente e stavolta efficace, il finale dei tanti destini infelici coinvolti. Note sospese, dolenti, attraversano tutti i testimoni di quel tramonto che impone un bilancio impietoso. Non effetti teatrali, non vezzi e orpelli, nella vicenda che ormai purificata, essenziale, affonda, diventando sincera. Lo sparo del suicida, udito all’improvviso, durante la tombola in corso dopo cena, esclude la speranza che il gioco possa continuare.


Il Gabbiano

Cast & Credits






Una scena dello spettacolo
 © Serena Pea

Cast & credits

Titolo 
Il Gabbiano
Anno 
2026
Durata 
3 ore con intervallo
Data rappresentazione 
12 febbraio 2026
Città rappresentazione 
Genova
Luogo rappresentazione 
Teatro Ivo Chiesa
Prima rappresentazione 
Torino, 2 dicembre 2025
Titolo originale 
Čajka
Autori 
Carlo Orlando
Autori testo d'origine 
Anton Čechov
Traduzione 
Danilo Macrì
Regia 
Filippo Dini
Interpreti 
Virginia Campolucci (Nina)
Enrica Cortese (Maša)
Giuliana De Sio (Irina Arkadina)
Gennaro Di Biase (Il’ja Šamraev)
Filippo Dini (Boris Trigorin)
Giovanni Drago (Kostja Treplev)
Angelica Leo (Polina)
Fulvio Pepe (Evgeneji Dorn)
Edoardo Sorgente (Semen Medvedenko)
Valerio Mazzuccato (Petr Sorin)
Produzione 
Teatro Stabile Veneto - Teatro Stabile Torino -Teatro di Roma - Teatro Stabile Bolzano - Teatro di Napoli
Scenografia 
Laura Benzi
Costumi 
Alessio Rosati
Luci 
Pasquale Mari
Musiche 
Massimo Cordovani
Note 
Regia di Spettacolo di Kostja Leonardo Manzan