Nebbie e tenebre rifluenti dal passato

di Gianni Poli

Data di pubblicazione su web 23/01/2026

Lungo viaggio verso la notte
A riesumare pagine drammatiche autobiografiche e psicopatologiche di Eugene O'Neill contribuisce quest’anno anche Gabriele Lavia, partecipando a riletture di drammi novecenteschi che furono esemplari e resi celebri da attori e compagnie importanti. Nel Lungo viaggio verso la notte (1942), penultima opera dell’autore statunitense d’origini irlandesi, la vicenda della famiglia Tyrone echeggia quella dei Mannon del Lutto si addice ad Elettra, rappresentato in stagione con la regia di Davide Livermore. Dai quattro atti originali alle due parti, l’adattamento di Chiara De Marchi riduce e sfoltisce un copione denso, fluttuante in stati d’animo e sentenze seriose sui tormenti di personaggi che somigliano in tutto ai famigliari dell’autore. Segnati da traumi e risentimenti lontani, profondi, che da Ibsen e Strindberg traggono modelli in pensieri, parole e gesti. Ma ai ricordi assillanti tradotti in battute, certo rudi e sincere, manca la forza mitica che costituiva l’analogia riconoscibile con gli Atridi, applicata funzionalmente alla saga dei Mannon. 


Un momento dello spettacolo
© Tommaso Le Pera 

Un ampio soggiorno in penombra e una libreria a parete incombente (che fornirebbe spunto e fonte culturale alla creazione del metteur en scène) compongono la scena unica e fissa dell’azione, estesa in una giornata estiva del 1912 e conclusa all’alba seguente. Vicenda rievocativa di molto scontento e rammarico, di scontri e accuse crudeli. L’ambiente è ingabbiato al proscenio da una cancellata, barriera di carcere che limita lo spazio vitale agli abitanti, vieta loro lo scambio esterno. La musica di Andrea Nicolini, composta di note singole, rarefatte, diffonde con la sirena d’allerta per la nebbia un segnale ossessivo che echeggia valenze simboliche, sia ambientali sia intimistiche. 

Tutto l’essenziale è già accaduto, quando s’avvia una conversazione che, calma, equilibrata, muta e denuncia artificio e menzogna, nel malessere pervasivo dei protagonisti. Il fallimento presagito procede verso l’acme fatale nei moti rivelatori dell’aggravarsi del male. Il passato impone le conseguenze di tare ed errori vecchi, da situazione genetica psicosomatica degenerata. Vizi e abitudini s’alimentano a stereotipi letterari, quali l’alcolismo, la droga, il sesso a pagamento.


                                         Un momento dello spettacolo
© Tommaso Le Pera


La condizione sociale difficile, la malattia incurabile sono premesse o concause di disgrazia e miseria: congeniti nella realtà dell’autore, nell’opera del quale biografia e arte s’incrociano. Al presente, James Tyrone è un attore a riposo, già reso famoso per un’unica interpretazione di successo che lo aveva distratto da ruoli e impegni più autentici. Sposato con una giovane sensibile, di famiglia borghese, a tal punto innamorata da accantonare la vocazione religiosa e l’inclinazione innata alla musica. Moglie fedele e devota, Mary ha sofferto inoltre le incomprensioni e le disattenzioni del teatrante vagabondo. Di quel ménage squilibrato i due figli hanno risentito e sono cresciuti irrealizzati, insufficienti a sé stessi, purtroppo viziati: malato, il minore, di tubercolosi, sminuita a disturbo passeggero. Amore e odio turbano le loro relazioni, istintive e velleitarie, incostanti in umori e atteggiamenti. I limiti paterni, aggravati da vanità, avarizia, senso di decadenza e frustrazione, concorrono alla crescita distorta dei rampolli maleducati. 

Le scene-madre riscritte subiscono tagli e contrazioni che ne rendono incomprensibili certe ragioni e significati. La dipendenza di Mary dalla droga (legata a cure cliniche), che il figlio dovrebbe scoprire all’inizio, resta celata nel gesto sfuggente della prima iniezione di morfina, il cui senso sarà chiarito tardivo dalla cameriera. Così anche le virtù naturali della donna, dai “capelli lunghi”, dalle “belle mani, dita sottili, della pianista ideale”, sono appena sottolineate, perdendo la connotazione simbolica importante e, al confronto con il marito, il fascino erotico potenziale. La bugia che implica la salute del minore comporta la mancanza al ragazzo d’un aiuto solidale e affettivo. 

La figura paterna assume in Gabriele Lavia un tratto smorzato, sottotono, rispetto agli enunciati del ruolo. Le sue citazioni declamate di brani del repertorio classico sorgono in tono svagato, d’obliosa demenza senile, inadeguati a un’attesa disperata in prossimità della fine. Non enfasi, non un registro sopra le righe, nel ritratto dai latenti contrasti violenti e senza un apporto linguistico attinto alla scarsa poeticità della traduzione di Bruno Fonzi. Forse ha prevalso il bisogno di esprimere la propria personalità d’attore, più che quella creata da O’Neill. Oppure la rappresentazione, durante la tournée, ha segnato un calo d’energia e di ritmo, all’origine più vigorosi. La recitazione iper-naturalistica, sommessa se non soffocata, rinuncia a scatti e scarti d’intensità, tipici d’un espressionismo che nel drammaturgo sperimentatore e riformatore s’avvertiva. Si nota la funzione della sedia a dondolo nel suggerire allusioni allo stato del personaggio che di volta in volta la usa, spesso a sollievo dalla fatica nella lotta contro il destino.


                                      Un momento dello spettacolo
© Tommaso Le Pera

Intervistato, Lavia regista cita Eraclito, a conferma di quanto trovi arduo affrontare il caos del vivere mediante l’arte: «Il caos disordinato è ciò che dobbiamo ricercare per trovare un ordine nascosto e misterioso. In scena occorre sempre dare l’idea che non ci sia niente di deciso e, anzi, che tutto ci accada per caso o per necessità del caso». La recitazione, improntata a naturalezza, non cerca la tensione delle situazioni estreme. 

Spontaneità e sicurezza offrono d’altra parte gli interpreti più giovani. Ian Gualdani le fa apprezzare nel suo Edmund, disorientato e mutevole, risucchiato da un gorgo a cui oppone rinunce estenuate e deboli sussulti. Jamie, il maggiore (Jacopo Venturiero), condivide in genere rassegnazione invece di rabbia o esasperazione. Le zuffe fraterne si stemperano in gioco vano, inerme, più che in rito doloroso, ma liberatorio. Poi prevale il proposito per cui il primogenito tende a trascinare con sé alla rovina anche il secondo. Le frasi sensibili, discrete, della cameriera (Beatrice Ceccherini) rompono appena la claustrofobica convivenza del gruppo. La coppia principale pare scegliere l’attenuazione degli effetti malsani e rovinosi del dialogo, mentre s’adagia in sussurro quasi inudibile, dispersivo delle domande dai significati più gravi. La madre trova in Federica Di Martino momenti di reattività scenica e vocale, di introspezione e partecipazione vibranti e sincere. Così nella scena finale, quando con incedere nobile reinterpreta la cerimonia nuziale sotto effetto di stupefacente. Gesto che sottintende la coincidenza con la consacrazione monacale mancata e che, nel candore della veste e del velo, conferma il desiderio d’ascesi all’amore puro. «Fui molto felice…», sospira, per lasciarsi librare forse nel sogno, nell’illusione definitiva.          

 



Lungo viaggio verso la notte

Cast & Credits


Un momento dello spettacolo
 © Tommaso Le Pera

Cast & credits

Titolo 
Lungo viaggio verso la notte
Durata 
160 min. (con intervallo)
Data rappresentazione 
16 gennaio 2026
Città rappresentazione 
Genova
Luogo rappresentazione 
Teatro Ivo Chiesa
Prima rappresentazione 
18 febbraio 2025
Titolo originale 
Long Day’s Journey Into Night
Autori 
Eugene O’Neill
Adattamento 
Chiara De Marchi
Traduzione 
Bruno Fonzi
Regia 
Gabriele Lavia
Interpreti 
Gabriele Lavia (James Tyrone)
Federica Di Martino ( Mary Tyrone, sua moglie)
Jacopo Venturiero (Jamie, primogenito)
Ian Gualdani (Edmund, secondogenito)
Beatrice Ceccherini (Cathleen, cameriera)
Produzione 
Produzione Effimera, Fondazione Teatro della Toscana
Scenografia 
Alessandra Camera
Costumi 
Andrea Viotti
Suono 
Riccardo Benassi
Luci 
Giuseppe Filipponio
Musiche 
Andrea Nicolini