Sono brutta o sono bella?

di Martina Armanini*

Data di pubblicazione su web 20/01/2026

Il mostro di Belinda

È andato in scena al Teatro Era Il mostro di Belinda. Chiara Guidi, cofondatrice della storica Societas, ha così affrontato una delle fiabe più note della tradizione, La bella e la Bestia: un percorso di scoperta e accettazione del mostruoso da parte di Belinda, anche della sua stessa parte imperfetta, capace di far emergere luce e oscurità tramite una necessaria lotta; la peripezia, irrinunciabile per andare dove qualcosa si nasconde e poter sentire una voce in un’altra voce. 

La bella e la bestia, è una fiaba ricca di rimandi e angolazioni, la cui trama è nota e ha diverse varianti, il racconto portato in scena da Chiara Guidi ha un collegamento diretto con Bellindia, versione italiana della fiaba classica raccolta e trascritta Gherardo Nerucci nelle sue sessanta novelle popolari montalenesi (1880).

Il sipario si apre su una scenografia suggestiva: una cascata di foglie e massi dominata da una rosa rossa, grande quanto un melone. Prima ancora dell'azione, è La Rosa a dialogare con le voci di bambini in sottofondo che la avvisano dell’arrivo di uno sconosciuto; appare così il Mostro (Eugeniu Cornitel), una figura incappucciata che nasconde la propria fisionomia, unico corpo fisico in un mondo, fino a quel momento, fatto solo di voci.


Una scena dello spettacolo
© Eva Castellucci

Su mediazione della Rosa stessa, la creatura accetta di dare rifugio al padre di Belinda (Alessandro de Giovanni). Durante il sonno dell'uomo, la scenografia si anima: le voci delle tre figlie appaiono come lucciole luminose che danzano a ritmo vocale. In questo sogno emerge il contrasto tra le sorelle maggiori, desiderose di regali costosi, antipatiche e spocchiose, e Belinda (Maria Bacci Pasello) che, pur non volendo niente, incalzata dalle sorelle chiede solo una rosa.

Al risveglio, il tentativo del padre di cogliere il dono per Belinda rompe l'incanto. La Rosa muta registro, rivelando la propria dicotomia: da creatura gentile si fa aggressiva, "mostruosamente bella". Rivela lei, per prima, la dicotomia di bruttezza e bellezza che sta in ognuno di noi. È in questo clima di tensione che il Mostro accusa l'uomo di furto, ma, colpito dalle belle parole del padre su Belinda, concede lo scambio: la libertà del padre per la prigionia volontaria della figlia.

L'arrivo di Belinda, pronta al sacrificio, dà il via al cuore della vicenda: la difficile convivenza tra la Bella e la Bestia. La regia gioca sapientemente sul dualismo tra apparire ed essere: Belinda è terrorizzata dalla voce mostruosa del padrone di casa, ma si scioglie quando a parlarle è la voce del Principe, ignara che entrambe appartengano allo stesso essere.

In questo percorso spicca la figura dell’Uomo Rana, un personaggio buffo che funge da proiezione metamorfica del padre e un po’ da guida spirituale, aiutando la protagonista a decifrare l'animo del Mostro. Fondamentale è anche il ruolo degli Amorini: le loro voci accompagnano lo spettacolo. Le loro frecce invisibili colpiscono Belinda ogni volta che prova un sussulto emotivo, fino al momento in cui le viene concessa la fuga e i sensi di colpa che la porteranno a tornare.



Una scena dello spettacolo
© Masiar Pasquali

Qui emerge l'interrogativo centrale: ‹‹Sono brutta o sono bella?››. Belinda ribalta la prospettiva, chiedendosi se la vera bruttezza non risieda nella sua iniziale incapacità di provare empatia. È una domanda che trafigge il pubblico di ogni età, spingendo a riflettere su quante volte abbiamo negato agli altri la possibilità di mostrarci la loro bellezza.

Nel finale, l'abbraccio tra i due protagonisti scioglie ogni divergenza. Belinda comprende che la Bestia e il Principe sono la stessa persona e, grazie alla forza dell'amore, il volto umano emerge dalla maschera. Resta però un dubbio: era davvero necessaria questa trasformazione? O il mostro poteva essere amato così com'era? Lo spettacolo ci ricorda che l'amore è cambiamento: un’energia che agisce sul cuore e muta il senso stesso del racconto, facendo emergere il bene dall'oscurità.

Registicamente Chiara Guidi è riuscita a far passare in modo semplice e chiaro il messaggio che il mostro è un qualcosa che appartiene a tutti noi. La cosa che colpisce di più, è la scenografia: la rosa gigante sullo sfondo, i coriandoli dorati, le lucciole che ballano, le maschere che sembrano fatte di fuoco e tanto altro fanno restare a bocca aperta. L’unico appunto è che forse l'insieme risultava un po’ troppo buio; un po’ di luce in più avrebbe permesso di -godere appieno di alcune scene.


Una scena dello spettacolo
© Eva Castellucci

In conclusione, quella che Chiara Guidi consegna è una storia che fa riflettere su di noi. Attraverso le musiche, le voci e la storia, ogni elemento è come se parlasse direttamente all'essere umano, che deve accettare ed essere consapevole che in ognuno di noi, grandi e piccoli, c’è sia il brutto che il bello, e che va bene così.


*Studentessa del Laboratorio di culture digitali e arti performative nel corso di Scienze dello Spettacolo del Dipartimento SAGAS. 



Il mostro di Belinda

Cast & Credits

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Una scena dello spettacolo
© Eva Castellucci


Cast & credits

Titolo 
Il mostro di Belinda
Sotto titolo 
Metamorfosi di un racconto
Anno 
2026
Durata 
1 ora
Data rappresentazione 
06/01/2026
Città rappresentazione 
Pontedera
Luogo rappresentazione 
Teatro Era
Prima rappresentazione 
17/11/2024
Titolo testo d'origine 
Bellindia
Autori 
Chiara Guidi, Vito Matera
Regia 
Chiara Guidi
Interpreti 
Maria Bacci Pasello (Belinda)
Eugeniu Cornitel (Il mostro)
Alessandro De Giovanni (Il padre di Belinda)
Alessandro De Giovanni (Uomo rana)
Produzione 
Societas, Piccolo Teatro di Milano - Teatro Grande d'Europa, Fondazione Teatro Ragazzi e Giovani - Onlus, Emilia Romagna Teatro ERT
Scenografia 
Vito Matera, Attosecondo
Costumi 
Vito Matera
Fotografia 
Eva Castellucci
Suono 
Andrea Scardovi
Luci 
Vito Matera
Musiche 
Scott Gibson