Ricordo di Adriana Asti

di Alessandro Tinterri

Data di pubblicazione su web 11/11/2025

Ricordo di Adriana Asti

«Spero promitto iuro vogliono l’infinito futuro» recita la regola grammaticale, che la rima aiuta gli studenti di latino a mandare a memoria. Basta invertire le due ultime parole per avere il titolo del libro dei ricordi di Adriana Asti (Milano, 30 aprile 1931-Roma, 31 luglio 2025): Un futuro infinito (Milano, Mondadori, 2017, p. 7), un libro di scorrevole lettura, ricco di aneddoti e denso di riflessioni, esposte senza pedanteria, con noncuranza, intelligente e autoironico.

Prima di una vita divisa tra Roma, Parigi (ruota intorno al jardin du Luxembourg il suo intrigante romanzo La lettrice dei destini nascosti, edito da Piemme nel 2010, ma apparso in Francia già nel 2007 col titolo Rue Férou) e Todi, la sua infanzia e adolescenza scorrono tranquille, d’inverno a Milano, d’estate in Liguria, a Mulinetti, nella villa al mare, sequestrata dai tedeschi nella fase finale del conflitto. Incline a isolarsi nelle sue fantasticherie, con i suoi occhioni spalancati sul mondo, Adriana è una ragazzina che crescendo rivelerà un carattere anticonformista; più che ribelle, apparentemente impulsiva nelle sue scelte, in realtà guidata da un istinto sicuro, a diciassette anni lascia l’agiata famiglia borghese per aggregarsi al Carrozzone di Fantasio Piccoli, senza una precisa vocazione teatrale, solo per il bisogno di evadere da una situazione confortevole, ma che lei sente estranea. Non pensa di avere un vero talento, ma quel teatro l’attrae per il suo nomadismo e per la possibilità di vivere in un modo fantastico, che lei assapora trascorrendo ore in camerino a truccarsi, e poco importa se le battute sono poche.

In capo a un anno, si ritrova catapultata al Piccolo Teatro di Milano, a recitare con Lilla Brignone sotto la direzione di Giorgio Strehler. È il panico per lei che non si sente attrice e vorrebbe lasciare, ma viene richiamata ai suoi obblighi contrattuali da un inflessibile Paolo Grassi, lo stesso che poi l’attende in quinta per gratificarla con cento lire ogni volta che alla battuta «Digo ben o digo mal» riscuote l’applauso di simpatia del pubblico, nella Lulù di Bertolazzi, dove interpreta una cameriera veneta (ivi, p. 49). Per lei, che non ha frequentato alcuna Accademia, sono anni di apprendistato: il mestiere dell’attore s’impara osservando i colleghi in palcoscenico e dalle quinte “rubando” con gli occhi (Adriana dichiarerà di aver appreso soprattutto da Memo Benassi). Una stagione dopo l’altra, partecipa alla grande avventura del Piccolo Teatro di Milano, la sua città, alle tournées all’estero dell’Arlecchino di Marcello Moretti.

Sono ancora piccole parti. Ma è quando s’accorge che il pubblico la sta ascoltando in silenzio che si persuade di essere diventata davvero un’attrice e prende a divertirsi a stare sul palcoscenico. Accade a Venezia nel 1954 a La Fenice nel Ventaglio di Goldoni, dove lei interpreta Candida. Lì conosce Luchino Visconti, che frequenta il camerino di Lilla Brignone, sua grande amica. L’anno dopo è la volta della scrittura per Il crogiuolo (The Crucible, 1955) di Arthur Miller. Durante le prove di Veglia la mia casa, angelo (Look Homeward, Angel 1958), commedia in tre atti di Ketti Frings da Thomas Wolfe, nella traduzione di Suso Cecchi d’Amico, Visconti le insegna «il gesto della Duse», che «consisteva nel passarsi in modo lento e affettato la mano tra i capelli con un’espressione assorta», un gesto che anni prima le aveva già mostrato Benassi (ivi, p. 63).

Visconti diventa il suo mentore e lei entra a far parte della cerchia più ristretta dei suoi amici. Frequenta la sua casa romana sulla Salaria, dove incontra Maria Callas e Marlene Dietrich, e d’estate la villa di Ischia. Li unisce la milanesità e l’amore per la poesia di Carlo Porta. Chi voglia farsi un’idea della giovane Adriana Asti cerchi nella rete Un mese in campagna di Turgenev, sceneggiato televisivo del 1957, e scoprirà il personaggio di Vera, romantica e trepidante, nell’interpretazione di un’attrice in grado di reggere il confronto con una matura Andreina Pagnani.

Solo due volte Visconti la dirigerà nel cinema: interpreta una giovane stiratrice che bacia un imbarazzato Alain Delon in Rocco e i suoi fratelli (1960) e un’attrice assoldata per sedurre il giovane re di Baviera in Ludwig (1973). A teatro Visconti la dirige nel 1969 ne L’inserzione di Natalia Ginzburg e torna a dirigerla in uno spettacolo che fa scandalo, quel Tanto tempo fa (Old Times, 1973) di Harold Pinter, in cui compare completamente nuda, accanto a Umberto Orsini e Valentina Cortese. In quell’occasione il drammaturgo inglese accusa Visconti di pornografia; tuttavia, ciò non gli impedisce di accettare l’invito della Asti a concederle i diritti di Ceneri alle ceneri (Ashes to Ashes, 1998), in cui lei recita accanto a Jerzy Stuhr, regista lo stesso Pinter: «Harold Pinter era anche un attore, e questo lo rendeva diverso dai suoi colleghi. Non era il solito regista, aveva qualcosa in più: era uguale a noi attori. Ci conosceva come le sue tasche e sapeva dirigerci in modo garbato, senza colpire la nostra fragilità. Era sempre di buon umore, affascinante e sicuro di sé. La sua sapienza gli dava un’aura di mistero. Nella mia lunga vita in teatro, non ho mai conosciuto nessuno come Pinter. E poi, grazie a lui, l’enigma delle pause di cui sono pieni i suoi testi era risolto!» (ivi, p. 207).

Parallelamente al teatro è il cinema a offrirle sempre più frequenti occasioni. Oltre sessanta i film girati: da Prima della rivoluzione (1964), la sua pellicola migliore, del giovane Bernardo Bertolucci, a La meglio gioventù (2003) di Marco Tullio Giordana, in cui dà vita alla dolente madre di un terrorista. Adriana Asti ha lavorato con i migliori registi, da Pier Paolo Pasolini (Accattone, 1961; Che cosa sono le nuvole?, 1968) a Mauro Bolognini (Arrangiatevi, 1959; Per le antiche scale, 1975; Gran bollito, 1977), da Vittorio De Sica (Una breve vacanza, 1973) a Luis Buñuel (Le fantôme de la liberté, 1974). Ma il cinema non diverrà mai il suo mondo preferito: «Nel cinema non c’è traccia dell’impeccabile solitudine che si prova a teatro, perché durante le riprese non si è mai soli. Nemmeno nel proprio camerino. Ti truccano, ti pettinano, ti toccano da tutte le parti. È una cosa che detesto». (ivi, p. 59).

Il 21 giugno 1956 sposa Fabio Mauri e non molto tempo dopo nel mezzo di una crisi matrimoniale (è lei a ispirare a Natalia Ginzburg Ti ho sposato per allegria del 1965 e a portarlo sulla scena l’anno successivo) va in analisi da Cesare Musatti, con il quale instaura un forte legame: «Ho avuto molti anni fa come paziente, l’attrice Adriana Asti. Era molto giovane, poco più di una ragazzina, ed era sposata col suo primo marito. Presentava alcuni lievi disturbi da cui si liberò rapidamente, ma rimanemmo legati da profonda amicizia» (C. Musatti, Psicoanalisti e pazienti a teatro, a teatro!, Milano, Mondadori, 1988, p. 81); «Non faceva che ripetermi che dovevo recitare, recitare, recitare, e non perché fossi Eleonora Duse. Semplicemente perché il mio posto era a teatro. “E quando trovi il tuo posto, te lo devi tenere stretto” mi spiegava» (Un futuro infinito, cit., p. 98). Da quell’esperienza nel 1995 nasce Caro Professore, spettacolo grottesco e divertente, che Adriana Asti scrive e interpreta accanto a Cochi Ponzoni. Nel 1998 è la volta di Tre uomini per Amalia, testo teatrale di Cesare Musatti, dove lei è Amalia, la paziente immobilizzata in un letto, mentre lo psicoanalista è Paolo Bonacelli.

Nell’autunno 1970 partecipa alla tournée a New York dell’Orlando furioso di Ronconi e in quell’occasione conosce Giorgio Ferrara, che gli fa da assistente. I due si sposano nel 1980 e questo secondo matrimonio durerà sino alla morte di lui nel 2023. Attore e regista (dal 2003 al 2007 direttore dell’Istituto Italiano di Cultura a Parigi e dal 2008 al 2020 del Festival dei Due Mondi di Spoleto), Giorgio Ferrara, di sedici anni più giovane di lei, e Adriana Asti stabiliscono un sodalizio anche artistico; basti citare Danza macabra di Strindberg per la regìa di Ronconi a Spoleto nel 2008. Una menzione a parte merita lo spettacolo Tosca e le altre (del 2003 la sua versione cinematografica col titolo Tosca e altre due) scritto nel 1992 da Franca Valeri e da lei interpretato insieme con la Asti, regista Giorgio Ferrara. La pièce ha per protagoniste, appunto, “le altre”: Emilia, portinaia del palazzo di Scarpia sposata con un carceriere di Castel Sant’Angelo, e Iride, un’ex attricetta moglie di un tirapiedi del barone, rispettivamente Valeri e Asti, che, mentre indirettamente partecipano ai sordidi fattacci in corso ai piani nobili del palazzo, via via prendono coscienza sino a maturare una solidarietà femminile. Durante i tre anni di tournée cresce l’affiatamento tra le due attrici, accomunate dalla milanesità e dalla naturale ironia: «Sono sempre stata attratta da quella speciale alchimia che si crea tra le persone. Una comunanza che unisce e ispira, e che il palcoscenico può amplificare più di ogni altra cosa. Così è successo con Franca durante le tournée di nostri due spettacoli» (ivi, p. 223). Il secondo spettacolo è Alcool (1999), scritto e diretto dalla stessa Adriana Asti.

Adriana Asti è stata diretta da personalità di fama internazionale come Susan Sontag nel pirandelliano Come tu mi vuoi (1979) o Bob Wilson in Giorni felici di Beckett (2010), ma su un tavolino di casa troneggiavano tre foto: San Giorgio (Strehler), San Luca (Ronconi) e l’amatissimo San Luchino (Visconti).