La marionetta che si fece re e schiavo

di Gianni Poli

Data di pubblicazione su web 03/11/2025

La marionetta che si fece re e schiavo

Il Teatro della Tosse è nato nel 1975 e cresciuto all’insegna dell’opera di Alfred Jarry, assumendo quale marchio le figure di Père e Mère Ubu. Nel cinquantesimo dalla fondazione, la pièce capitale del poliedrico artista “patafisico” francese viene riallestita con la regia di Emanuele Conte. Attingendo alla memoria delle diverse versioni create dal padre, Tonino, in collaborazione con Emanuele Luzzati, oggi torna in scena ulteriormente scorciata e adattata, per rivolgersi alle novissime generazioni. L’impressione è di abile manipolazione del materiale drammaturgico e linguistico, con inevitabili perdite di pregnanza, continuità e coerenza, ma al fine d’una trasmissione più immediata. Evasi gli scrupoli filologici inerenti al testo del 1896 (con l’appendice del 1900), assistiamo alla rappresentazione di un’epopea molto fantasiosa, generata secondo una trama verbale e gestuale consona al genere delle marionette, strumenti ai quali s’ispirava l’autore, avendone costruiti e manipolati al Théâtre des Pantins.


Un momento dello spettacolo

© Teatro della Tosse

Ubu roi enfatizzava i paradossi dell’originale coppia simbolica in un’avventura eversiva e anarchica, di contrasto e di provocazione contro le convenzioni, i comportamenti sociali del suo tempo. Ne scaturiva l’impulso culturalmente intenso capace di influenzare le avanguardie fino al Surrealismo e oltre. Il canovaccio, soggetto ad ampi tagli e contrazioni, mostra la conquista del regno immaginario dei Polacchi di re Venceslao da parte degli Ubu capostipiti, poi in marcia contro lo zar di Russia. Sequenze concitate e farsescamente confuse vedono la morte della Regina madre e la vendetta giurata dall’erede Bugrelao, la cui spada viene estratta dalla roccia. In mezzo a battaglie su cavalli di cartone, duelli di guerrieri valorosi, ma famosi per le fughe, il filo conduttore della guerra si perde in episodi personali, quali l’esilio della famiglia reale, l’elargizione di Finanze dell’usurpatore, i suoi massacri di nobili e potenti. Fino al ritorno pacificato in Francia, via nave.

 Senza preavviso inizia allora la fase di “conversione” dell’eroe, dettata dal soggetto di Ubu incatenato. Una rivoluzione al contrario nella quale Ubu s’insinua nella società per sovvertirla gerarchicamente, incarnando la sottomissione: con un salto dal sadismo al masochismo, ma come mezzo di mistificazione pur sempre falsa e vantaggiosa. Entrato a servizio nella notabile famiglia del Marchese di Grandair, detto Pisciaimbocca, viene accusato di disturbo e sconvenienze recati alla nipote Eleuteria, fidanzata in procinto delle nozze. Con quel pretesto Ubu sarà processato, solleciterà la propria condanna e verrà spedito palla-al-piede alle galere.


Un momento dello spettacolo

© Teatro della Tosse

Lo spettacolo avviene in due spazi, quello del proscenio che ospita la conversazione degli Ubu con l’intervistatrice d’un talk show odierno, e quello del palco dell’azione principale. Un velario fisso separa la scena della finzione ormai leggendaria da quella dell’intrattenimento. La commedia avventurosa vissuta ieri è commentata dalla coppia compiaciuta, ormai invecchiata, stanca e distante. Raddoppiare gli attori per gli stessi ruoli protagonisti comporta distrazione, variabilità dell’attenzione richiesta dai piani narrativo e temporale. L’arredamento è composto di elementi eterogenei, mobili e suppellettili scelti dal gusto d’un rigattiere, che bene si conformano all’ambiente. I costumi di Danièle Sulewic e Daniela De Blasio usano tinte del folclore, favolistiche e vivaci. La coppia invece resta in bianco e nero; vistosa nel pancione ovoide, nel naso prominente di Ubu, le due figure segnate dalla spirale esoterica a tracciare l’ascesi iniziatica di aspirazione patafisica, quale “scienza delle soluzioni immaginarie”. 

La recitazione – bandito il naturalismo che il simbolismo della creazione di Aurelien Lugné-Poe osteggiava – a Genova tende alla parodia e alla caricatura; ammette qualche eccesso nel rapporto con la marionetta, esigente stilizzazione ed espressione epurata, più che empatia. Pure lo sfogo del turpiloquio (quasi sempre disinnescato dall’argot), lo squillante Merdre! e i neologismi, che tradotti perdono ambiguità inquietante, sortiscono un effetto attutito. Gli Ubu di “oggi”, Enrico Campanati e Susanna Gozzetti, serbano una naturale, giusta distanza dai giovani che furono. L’uomo contrappunta l’Io scenico con commenti a volte ovvi, poiché tratti dallo stesso copione dell’azione rievocata in diretta. La donna imita la perfida compagna complice del re spregiudicato e violento, comunque misogino e a lei inferiore se non succube.


Un momento dello spettacolo

© Teatro della Tosse

Maggior rilievo è conferito agli interpreti della storia già vissuta. Marco Taddei recita un sovrano irrazionale e gratuito. Perentorio nel comando, nell’eseguire sentenze, nobili e vittoriose, mentre viene smentito dalla paura, la viltà e l’inconsistenza malgrado la forzuta presunzione. Antonella Loliva (anche Regina di Polonia) ha brusche resistenze e impennate volitive che disorientano l’imbelle, tetragono marito. Ruoli molteplici, ben caratterizzati per Pietro Fabbri (Cordolo, Spettro, Uomo libero, Zio Pisciaimbocca, Beghina), per Marco Rivolta (Re Venceslao, Zar, Giron, Caporale Pisciadolce, Frate) e per Ludovica Baiardi (Bugrelao principino polacco, Uomo libero, Eleuteria, nipote di buona famiglia). 

Il finale raccoglie la Compagnia in sala – dove gli attori si mostrano come altrettanti Ubu – a ricevere appalusi calorosi anche nel farsi testimone silenzioso e scandalizzato, solidale con il pubblico, per il consenso tributato a simile “scatenato” interprete del potere. Il divertimento cresce infatti per un’intuizione profetica che allude alle più insensate, grossolane provocazioni di Donald Trump, dato quale esemplare Ubu contemporaneo. Peccato che l’ultimo copione di Conte non abbia potuto approfittare della sortita in video del Presidente-Re americano: momento in cui l’aspersione di letame dal cielo del suo popolo, gregge di sudditi sbandati, pare coincidere davvero con i rituali scatologici di Père Ubu all’apice della sua carriera. Quella sì follemente visionaria e creativa.



Ubù, re scatenato

Cast & Credits



Un momento dello spettacolo
© Teatro della Tosse


Cast & credits

Titolo 
Ubù, re scatenato
Durata 
90 min.
Data rappresentazione 
16 ottobre 2025
Città rappresentazione 
Genova
Luogo rappresentazione 
Teatro della Tosse
Titolo originale 
Ubu roi, Ubu enchainé
Autori 
Alfred Jarry
Adattamento 
Emanuele Conte
Regia 
Emanuele Conte
Interpreti 
Ludovica Baiardi (Bugrelao, Uomo libero, Beghina, Eleuteria)
Enrico Campanati (Padre Ubu, oggi)
Pietro Fabbri (Cordolo, Spettro, Uomo libero, Zio Pisciaimbocca, Beghina)
Susanna Gozzetti (Madre Ubu, oggi)
Antonella Loliva (Madre Ubu, ieri, Regina di Polonia)
Sarah Pesca (Intervistatrice, Uomo libero, Beghina)
Marco Rivolta (Re Venceslao, Zar di Russia, Giron, Caporale Pisciadolce, Frate)
Marco Taddei (Padre Ubu, ieri)
Produzione 
Teatro della Tosse, Genova
Scenografia 
Emanuele Conte
Costumi 
Danièle Sulewic, Daniela De Blasio
Luci 
Andrea Torazza