Il Teatro della Tosse è nato nel 1975 e cresciuto all’insegna dell’opera
di
Alfred
Jarry, assumendo quale marchio le figure di Père e Mère Ubu. Nel cinquantesimo
dalla fondazione, la
pièce capitale del poliedrico artista “patafisico”
francese viene riallestita con la regia di
Emanuele Conte. Attingendo
alla memoria delle diverse versioni create dal padre, Tonino, in collaborazione
con
Emanuele Luzzati, oggi torna in scena
ulteriormente scorciata e adattata, per rivolgersi alle novissime generazioni.
L’impressione è di abile manipolazione del materiale drammaturgico e
linguistico, con inevitabili perdite di pregnanza, continuità e coerenza, ma al
fine d’una trasmissione più immediata. Evasi gli scrupoli filologici inerenti
al testo del 1896 (con l’appendice del 1900), assistiamo alla rappresentazione
di un’epopea molto fantasiosa, generata secondo una trama verbale e gestuale consona
al genere delle marionette, strumenti ai quali s’ispirava l’autore, avendone costruiti
e manipolati al Théâtre des Pantins.

Un momento dello spettacolo
Ubu roi enfatizzava i paradossi dell’originale coppia
simbolica in un’avventura eversiva e anarchica, di contrasto e di provocazione
contro le convenzioni, i comportamenti sociali del suo tempo. Ne scaturiva l’impulso
culturalmente intenso capace di influenzare le avanguardie fino al Surrealismo
e oltre. Il canovaccio, soggetto ad ampi tagli e contrazioni, mostra la
conquista del regno immaginario dei Polacchi di re Venceslao da parte degli Ubu
capostipiti, poi in marcia contro lo zar di Russia. Sequenze concitate e
farsescamente confuse vedono la morte della Regina madre e la vendetta giurata
dall’erede Bugrelao, la cui spada viene estratta dalla roccia. In mezzo a battaglie
su cavalli di cartone, duelli di guerrieri valorosi, ma famosi per le fughe, il
filo conduttore della guerra si perde in episodi personali, quali l’esilio
della famiglia reale, l’elargizione di Finanze dell’usurpatore, i suoi massacri
di nobili e potenti. Fino al ritorno pacificato in Francia, via nave.
Senza preavviso inizia allora la fase di “conversione” dell’eroe, dettata
dal soggetto di
Ubu incatenato. Una rivoluzione al contrario nella quale
Ubu s’insinua nella società per sovvertirla gerarchicamente, incarnando la
sottomissione: con un salto dal sadismo al masochismo, ma come mezzo di
mistificazione pur sempre falsa e vantaggiosa. Entrato a servizio nella notabile
famiglia del Marchese di Grandair, detto Pisciaimbocca, viene accusato di
disturbo e sconvenienze recati alla nipote Eleuteria, fidanzata in procinto
delle nozze. Con quel pretesto Ubu sarà processato, solleciterà la propria
condanna e verrà spedito palla-al-piede alle galere.

Un momento dello spettacolo
Lo spettacolo avviene in due spazi, quello del proscenio che ospita la
conversazione degli Ubu con l’intervistatrice d’un
talk show odierno, e
quello del palco dell’azione principale. Un velario fisso separa la scena della
finzione ormai leggendaria da quella dell’intrattenimento. La commedia
avventurosa vissuta ieri è commentata dalla coppia compiaciuta, ormai
invecchiata, stanca e distante. Raddoppiare gli attori per gli stessi ruoli
protagonisti comporta distrazione, variabilità dell’attenzione richiesta dai
piani narrativo e temporale. L’arredamento è composto di elementi eterogenei,
mobili e suppellettili scelti dal gusto d’un rigattiere, che bene si conformano
all’ambiente. I costumi di
Danièle Sulewic e
Daniela De Blasio usano tinte del folclore, favolistiche e vivaci. La coppia invece resta in
bianco e nero; vistosa nel pancione ovoide, nel naso prominente di Ubu, le due
figure segnate dalla spirale esoterica a tracciare l’ascesi iniziatica di
aspirazione patafisica, quale “scienza delle soluzioni immaginarie”.
La recitazione – bandito il naturalismo che il simbolismo della creazione
di
Aurelien
Lugné-Poe osteggiava – a Genova tende alla parodia e alla
caricatura; ammette qualche eccesso nel rapporto con la marionetta, esigente stilizzazione
ed espressione epurata, più che empatia. Pure lo sfogo del turpiloquio (quasi
sempre disinnescato dall’
argot), lo squillante
Merdre! e i
neologismi, che tradotti perdono ambiguità inquietante, sortiscono un effetto
attutito. Gli Ubu di “oggi”,
Enrico Campanati e
Susanna
Gozzetti, serbano
una naturale, giusta distanza dai giovani che furono. L’uomo contrappunta l’Io
scenico con commenti a volte ovvi, poiché tratti dallo stesso copione dell’azione
rievocata in diretta. La donna imita la perfida compagna complice del re spregiudicato
e violento, comunque misogino e a lei inferiore se non succube.

Un momento dello spettacolo
Maggior rilievo è conferito
agli interpreti della storia già vissuta.
Marco Taddei recita un sovrano
irrazionale e gratuito. Perentorio nel comando, nell’eseguire sentenze, nobili
e vittoriose, mentre viene smentito dalla paura, la viltà e l’inconsistenza malgrado
la forzuta presunzione.
Antonella Loliva (anche Regina di Polonia) ha
brusche resistenze e impennate volitive che disorientano l’imbelle, tetragono
marito. Ruoli molteplici, ben caratterizzati per
Pietro Fabbri (Cordolo,
Spettro, Uomo libero, Zio Pisciaimbocca, Beghina), per
Marco Rivolta (Re
Venceslao, Zar, Giron, Caporale Pisciadolce, Frate) e per
Ludovica Baiardi
(Bugrelao principino polacco, Uomo libero, Eleuteria, nipote di buona famiglia).
Il finale raccoglie la Compagnia in sala – dove gli attori si mostrano
come altrettanti Ubu – a ricevere appalusi calorosi anche nel farsi testimone silenzioso
e scandalizzato, solidale con il pubblico, per il consenso tributato a simile
“scatenato” interprete del potere. Il divertimento cresce infatti per un’intuizione
profetica che allude alle più insensate, grossolane provocazioni di
Donald
Trump, dato quale esemplare Ubu contemporaneo. Peccato che l’ultimo copione di
Conte non abbia potuto approfittare della sortita in video del Presidente-Re
americano: momento in cui l’aspersione di letame dal cielo del suo popolo,
gregge di sudditi sbandati, pare coincidere davvero con i rituali scatologici
di Père Ubu all’apice della sua carriera. Quella sì follemente visionaria e
creativa.