Un direttore generoso, volitivo e instancabile

di Gabriella Gori

Data di pubblicazione su web 27/09/2025

Frédéric Oliveri

Intervista a Frédéric Olivieri, Direttore del Corpo di Ballo del Teatro alla Scala di Milano, settembre 2025.

 

«Settembre, andiamo. È tempo di migrare» recita un celebre verso di Gabriele D’Annunzio, ma per il Corpo di Ballo del Teatro alla Scala è tempo di danzare e lo sa bene il Direttore artistico Frédéric Olivieri, che per la ripresa delle attività propone tre capolavori del secondo Novecento: Études di Harald Lander, Petit Mort di Jiří Kylián e Boléro di Maurice Béjart. Un trittico speciale, in scena fino al 3 ottobre, a cui segue a novembre il ritorno di Serata William Forsythe/The Black Works e a dicembre la stagione di balletto.

 

Nominato direttore il 1° marzo 2025, Olivieri succede a Manuel Legris e per la terza volta torna a guidare l’organico milanese, dopo averlo già diretto dal 2002 al 2007 e dal 2016 al 2020, mantenendo le direzioni del Dipartimento Danza dell’Accademia Teatro alla Scala e della Scuola di Ballo.

 

Grandi sono le sue idee e altrettanto grande è la voglia di far crescere la compagnie – come lui la chiama con il suo inconfondibile accento francese – con progetti di altissimo livello e con un rapporto basato sulla professionalità e onestà reciproche. Qualità mai disgiunte da una spiccata artisticità che traspare da questo inizio settembrino e dalle proposte della stagione 2025-2026, la prima a sua firma del terzo incarico.

 

Il cartellone prosegue il discorso sul Novecento nelle riprese e nell’acquisizione di novità. È palese l’intento di affinare la versatilità del Corpo di Ballo con gli intramontabili classici, con i pezzi forti del contemporaneo e per la prima volta con il Tanztheater di Pina Bausch. Un evidente eclettismo che nella fattispecie comprende La Bella addormentata di Rudol’f Nureyev a dicembre e gennaio, il Gala Fracci a gennaio e febbraio, il trittico McGregor/Maillot/Naharin a marzo, Alice’s Adventures in Wonderland di Christopher Wheeldon a maggio, Don Chisciotte di Nureyev a luglio, Giselle di Yvette Chauviré a ottobre e Balanchine-Bausch-Stravinskij a novembre.

 

A illustrare il progetto artistico e direttivo è lo stesso Frédéric Oliveri, un maestro dai modi cortesi ed eleganti ma diretto nell’esporre i suoi principi e nel ritenere la generosità il tratto distintivo del suo essere direttore.

 

Maestro, partiamo dal trittico di settembre con il quale lei riapre le danze al Teatro alla Scala e mostra il suo biglietto da visita.

 

Questo trittico è molto importante perché ci sono tre chef-d’oeuvre con tre stili diversi che hanno caratterizzato periodi differenti della storia della danza del Novecento. Étude di Lander su musica di Carl Czerny è un omaggio alla danse d’école e pochissime compagnie al mondo possono farlo, per la precisione, l’accademismo e la virtuosità che richiede. Viene eseguito raramente ma avendo la Compagnia che abbiamo adesso è possibile proporlo. L’ultima apparizione alla Scala è del 2001 e la ritengo una grossa opportunità di crescita artistica. Petit Mort di Kyliàn su musica di Mozart è stato acquisito nel 2006. All’epoca come Direttore riportai Kyliàn al Piermarini e l’anno prima facemmo Symphony of Psalms agli Arcimboldi. Sono diversi anni che Petit Mort non viene rappresentato ed è un balletto perfetto che si abbina bene al Boléro di Béjart su musica di Ravel. Boléro alla Scala ha avuto famosi interpreti italiani e internazionali. Poi, con la mia seconda direzione, i protagonisti sono diventati gli stessi scaligeri e in questa occasione la melodia è impersonata sia da Roberto Bolle, che da Martina Arduino, Virna Toppi e Gioacchino Starace. In novembre c’è anche la Serata Forsythe a cui tengo particolarmente.

 

Anche la prossima stagione è incentrata sul Novecento come secolo d’oro della danza tra tradizione e novità.

 

Assolutamente sì. Non bisogna dimenticare che La Bella addormentata è stata ideata da Nureyev nel 1966 per il Corpo di Ballo della Scala. È di una bellezza straordinaria ed è giusto riproporla regolarmente. Don Chisciotte, sempre di Nureyev, è un balletto molto brillante di tradizione romantica come Giselle nella versione di Yvette Chauviré. Si combinano perfettamente fra di loro e il mio proposito è quello di abbinare i classici anche nelle prossime stagioni. Quello che mi prefiggo è trovare un equilibrio tra repertorio e novità.

 

Prendendo in esame le novità si arriva al contemporaneo con Chroma di Wayne McGregor, Dov’è la luna di Jean-Christophe Maillot e Minus 16 di Ohad Naharin, mai presentati prima alla Scala.

 

Vero. Chroma di McGregor non si è mai visto neppure in Italia e già nella mia seconda direzione volevo metterlo in cartellone ma non fu possibile. Sono convinto che debba diventare patrimonio della Compagnie per la sua unicità, e lo stesso dicasi per Minus 16 di Naharin, una creazione sorprendente. La presenza di Jean-Christophe Maillot è artistica e affettiva in quanto ho ballato molto nei Ballets de Monte-Carlo, che Maillot dirige da molti anni, e di lui ho scelto il riflessivo Dov’è la Luna. In questo trittico miro a unire la dinamica di McGregor con la poeticità di Maillot e la potenza di Naharin. Un equilibrio per me ideale e un arricchimento stilistico per i danzatori.

 

Tra gli spettacoli inediti non passa inosservato Alice’s Adventures in Wonderland di Christopher Wheeldon, nato nel 2011 per il Royal Ballet.

 

Alice è un balletto che pochissime compagnie hanno in repertorio perché è molto impegnativo per il numero degli interpreti e per il complesso allestimento in termini di luci, scene, musiche. C’è addirittura un numero di claquette che obbliga i ballerini a imparare il tip tap e lo stile di questo genere di danza. La storia è conosciutissima ed è ben inserito nel cartellone con le date di maggio.

 

E arriviamo alla serata dedicata a Stravinskij con due opere fondamentali del Novecento: Le Sacre du printemps di Pina Bausch, che entra in repertorio, e Apollo di George Balanchine.

 

Sono molto orgoglioso di essere riuscito in poco tempo a portare sul palcoscenico del Piermarini Le Sacre con i ballerini scaligeri. È una prima assoluta per la Scala, che decine di anni fa ha ospitato la Bausch con il suo Tanztheater Wuppertal in Kontaktof. L’acquisizione della Sagra è un passo fondamentale e una novità per tutti noi, per il pubblico milanese e non solo. Anche in questo caso ho unito La Sagra ad Apollo di Balanchine, trovando il trait d’union nella musica di Stravinskij. Vedremo il perfetto equilibrio tra teatrodanza e linguaggio neoclassico e sarà un’ulteriore dimostrazione della versatilità del Corpo di Ballo, che può cimentarsi indifferentemente nell’uno e nell’altro in virtù del livello raggiunto. Naturalmente Apollo sarà il nostro Roberto Bolle.

 

Non manca neppure il Gala Fracci, giunto alla quinta edizione.

 

Il Gala Fracci è anticipato a inizio 2026 rispetto alle scorse edizioni primaverili. Ben due sono le serate del Gala Fracci e può darsi che ci sia qualche cambiamento legato alla disponibilità degli ospiti, ma il programma è sostanzialmente lo stesso nei due appuntamenti.

          

Lei è per la terza volta direttore del Corpo di Ballo: quale sarà la particolarità di questo mandato?

 

Il primo mandato mirava a incrementare il repertorio e a sviluppare le tournées della compagnia; il secondo aveva l’obiettivo di promuovere i giovani talenti scaligeri e non sono mancate promozioni a solisti e primi ballerini. In questo terzo mandato continuerò ad ampliare il repertorio, mi adopererò per incrementare le tournées e mi dedicherò a scoprire nuovi nomi della coreografia anche italiana. Penso che in Italia ci siano giovani coreografi che meritano di essere sostenuti e sarà il momento giusto per presentarli alla Scala. Si prospetta un vero e proprio tourbillon, ma va bene così.

 

La sua carriera direttiva è iniziata con MaggioDanza al Teatro del Maggio Musicale Fiorentino nel 2000 dopo essere stato maître de ballet. Cosa ricorda di questo inizio e di questo ensemble?

 

Li ricordo benissimo entrambi perché la prima direzione è stata a Firenze con MaggioDanza. Era una formazione di ottimo livello e nel periodo in cui sono stato direttore abbiamo fatto La Bella addormentata, Il lago dei cigni, La Ronde e per il contemporaneo Campi magnetici su musica di Franco Battiato. Era un momento di cambiamento e di sviluppo per MaggioDanza e mi sono rimasti impressi la sua totale dedizione alla danza e il suo forte attaccamento al Teatro del Maggio Musicale. È triste pensare che non ci sia più.

 

Lei come ballerino ha conosciuto grandissimi coreografi e direttori quando era all’Opéra di Parigi, nei Ballets de Monte-Carlo, nell’Hamburg Ballet. A quali ritiene di essere maggiormente legato?

 

Diciamo che un coreografo che ho ballato tanto, oltre a quelli incontrati all’Opéra di Parigi e ai Balletti di Montecarlo, è stato John Neumeier nel cui Balletto di Amburgo ho terminato la mia carriera. Con Neumeier c’è stata un’incredibile sintonia artisticamente parlando e mi ha lasciato il segno. Oltre a lui, senza voler far torto agli altri, ci sono anche Béjart e Kyliàn. Come direttore non posso che pensare a Nureyev quando era a capo del Balletto dell’Opéra di Parigi. Ricordo la sua fortissima presenza fatta di decisionismo, di chiarezza, di determinazione nel motivare la compagnia che all’epoca era un po’ statica. In poco tempo rivoluzionò il corpo di ballo e gli dette nuova linfa con un piglio volitivo straordinario. Il suo andare avanti con dedizione e abnegazione senza cadere nella routine e mantenendo vivi la passione, la positività, l’onestà, l’artisticità e la curiosità sono tuttora di esempio e ne faccio tesoro nel dirigere una Compagnie come quello della Scala.

 

Non è sempre facile guidare un corpo di ballo in quanto non mancano tensioni e incomprensioni. Cosa per lei in questa gestione è imprescindibile e su cosa è disposto a transigere?

 

Per me è fondamentale essere onesti e professionali. L’onestà e la professionalità in quello che si fa sono imprescindibili e su questo non transigo. Ai ballerini e alle ballerine chiedo di averli entrambi e me li aspetto da loro. In questa professione non si può mentire perché la danza non mente, si vede, c’è o non c’è. Per questo bisogna essere onesti e professionali fino in fondo.

 

Lei è stato nominato solista all’Opéra di Parigi da Nureyev nel 1981. Nel 1985 è diventato primo ballerino e successivamente étoile nella nuova compagnia dei Ballets de Monte-Carlo e nel 1993 Principal dell’Hamburg Ballet. Poi diventa maître de ballet di MaggioDanza e del Ballo scaligero e infine direttore a Firenze e a Milano. Cosa lega queste tre professioni?

 

La generosità. Generosità nel fare al meglio la mia professione di ballerino, generosità nel cercare di migliorare il più possibile i miei ballerini come direttore e generosità nel dare il massimo nella direzione di una compagnia. Questa generosità mi accompagna da sempre in ogni mio ruolo ed è una sorta di faro che illumina la mia strada.

 

Venendo agli incarichi accademici, lei è direttore del Dipartimento Danza dell’Accademia Teatro alla Scala dal 2003 e dell’annessa Scuola di Ballo dal 2006. Come concilia questi impegni con quelli della direzione del Corpo di Ballo?

 

Diciamo che la vicinanza delle tre istituzioni mi aiuta ma non sarebbe sufficiente se non avessi nella Scuola e in Teatro dei veri professionisti che mi affiancano e mi seguono. Sanno cosa fare e cosa mi aspetto che facciano. Arrivo sempre al mattino e mi divido tra il Dipartimento, la Scuola e la Compagnia. Dormo poco ma la mancanza di sonno è compensata dalle soddisfazioni che mi procurano queste incombenze. Ne vale la pena. Inoltre c’è un legame forte tra la Scuola di Ballo e la Compagnia perché molti allievi, una volta terminati gli studi, entrano a farne parte e questo travaso di talenti è la conferma dell’ottimo insegnamento impartito dalla Scuola. L’offerta formativa prevede, oltre alle consuete lezioni di danza, masterclass con danzatori e coreografi, messinscene di titoli del repertorio classico, moderno e contemporaneo, creazioni autoriali realizzate per gli allievi e, quando necessario, la partecipazione ai grandi balletti allestiti dal Corpo di Ballo. Ogni anno in cartellone gli allievi hanno l’opportunità di esibirsi in uno spettacolo di cui sono protagonisti e non mancano le uscite (il 28 giugno la Scuola di Ballo ha inaugurato il Festival di Nervi con La fille mal gardée coreografata da Olivieri ndr). Certo non tutti i diplomati trovano posto nella compagnie ma tanti si fanno onore in altre realtà nazionali e internazionali e di questo andiamo fieri.

 

Maestro, un’ultima domanda: si è parlato tempo fa della riapertura dei Corpi di Ballo. Cosa ne pensa di questa ventilata possibilità?

 

Non posso che essere d’accordo. È una speranza in cui voglio credere perché ci sono tantissimi ballerini italiani di ottimo livello che non trovano lavoro in Italia e sono costretti ad andare all’estero. Non nego che sia un’esperienza significativa e formativa ma dopo dovrebbero poter tornare e dare il loro contributo nel loro paese. Anche se si riformasse una sola compagnia, tra quelle ipotizzate nei teatri che l’hanno prevista, sarebbe già un successo. La danza è seguita, apprezzata, amata e rispettata e spero che la rinascita dei corpi di ballo si avveri.








Il Corpo di Ballo del Teatro alla Scala 2025 
foto Brescia e Amisano © Teatro alla Scala