Purché se ne parli

di Lara Lensi

Data di pubblicazione su web 08/09/2025

82ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia 2025

A quasi ventiquattr’ore di distanza dal momento della premiazione, si può dire con certezza che l’82ª edizione della Mostra passerà alla storia come una delle più discusse. Nel mondo della critica c’è sgomento, perplessità e a tratti rancore in seguito all’assegnazione dei premi, in particolare per quello di maggior prestigio, assegnato a Father Mother Sister Brother di Jim Jarmusch. Una frustrazione che nasce dalla quasi certezza di aver individuato il vincitore in The voice of Hind Rajab di Kaouther ben Hania, già al momento dell’uscita in sala. Una sensazione che non era frutto soltanto dell’euforia della visione “a caldo”, ma che accresceva a ogni riflessione postuma, a ogni confronto, a ogni nuova informazione raccolta. Eppure, la giuria presieduta da Alexander Payne ha voluto smentire la maggior parte della temporanea comunità del Lido, optando per una scelta che ha il gusto dell’approssimazione. Per non rassegnarsi del tutto, c’è chi si interroga su cosa possa aver motivato una scelta così inaspettata e chi cerca segnali nascosti nei gesti affettuosi e negli sguardi d’intesa di alcuni membri della giuria sul palco.


Jim Jarmusch 
© Biennale Cinema

Il direttore Alberto Barbera ci tiene molto affinché non si scambi la Biennale Cinema per un festival, ricordando di appellarla per quel che è, ovvero una Mostra di Arte Cinematografica. La contraddizione di fondo di questa sua preoccupazione sta nel far perdurare l’ormai tradizionale assegnazione dei premi al termine dei dieci giorni, decretando un’inevitabile differenza tra vincitori e non.


Kaouther ben Hania 
© Biennale Cinema

Una retorica che non risponde più molto alla realtà della distribuzione di questi ultimi anni, dove si sono registrati casi “anomali” di film che hanno ottenuto grande successo a livello globale senza passare da nessun festival o mostra che sia (si pensi a Saltburn di Emerald Fennell del 2023 o al più recente How to Make millions before Grandma Dies dello sconosciuto Pat Bunnithipat, non ancora uscito in Italia ma che ha già guadagnato al box office oltre 73 milioni, diventando uno dei film thailandesi di maggior successo nella storia. Entrambi i film non hanno ottenuto premi ma si sono giovati quasi esclusivamente della visibilità ottenuta sui Social, in particolare TikTok, diventando “virali” grazie anche al vantaggio di essere istantaneamente disponibili per la visione domestica grazie alle piattaforme MUBI e Netflix. 

Ma se le regole, o tradizioni, sono queste, sarebbe meglio farle valere per quel che sono. Il premio massimo di un festival viene conferito se nell’opera si riconoscono degli elementi di originalità o di eccellenza. Allo stesso tempo, chiunque dispensi un premio internazionale, è ben cosciente dell’effetto domino positivo che esso innesca al momento dell’uscita nelle sale. Basti ricordare l’exploit di Parasite all’indomani della vincita della statuetta d’oro, quando dopo novantadue anni una pellicola non in lingua inglese riuscì ad accaparrarsi l’Oscar al Miglior film. Nonostante la sua distribuzione nelle sale cominciata ben diciannove settimane prima e la distribuzione domestica già avviata, Parasite di Bong Joon-ho guadagnò, solo nel Nord America, cinque miliardi e mezzo nel weekend successivo alla vittoria, stabilendo un comportamento del mercato da quel momento soprannominato gladiator effect, espressione che si riferisce al grande successo ottenuto dal film di Ridley Scott quando vinse nel 2001.

Sono informazioni che i giurati di Venezia avrebbero dovuto tenere a mente, anche senza la precisione dei numeri. Si consideri che, in media, un film uscito vincitore da una competizione gode non solo di un aumento delle possibilità di accumulare guadagni (il caso Parasite parla di una crescita del 230%), ma stimola anche la sua distribuzione. Il film di ben Hania, nel caso specifico, non ha ancora trovato un suo distributore per il cruciale mercato americano e certamente il pedigree del Leone d’oro avrebbe coadiuvato il suo ingresso oltreoceano. Per fortuna la Tunisia lo ha già scelto come candidato agli Oscar. 

Certamente di critiche The Voice ne ha già sollevate e quella che divide di più al momento è se riconoscerne il valore non solo per il suo aspetto umanitario ma anche per le sue qualità tecniche. A proposito di quest’ultimo aspetto, vale la pena sottolineare la scelta da parte del cast di ascoltare la voce originale di Hind solo una volta sul set, preservando la forza originaria dell’impatto emotivo. Le reazioni degli attori sono quindi genuine e tra queste spiccano quelle di Motaz Malhees, che in conferenza stampa ha voluto precisare le sue origini palestinesi, affermando che il suo impegno nel film è stato dettato da un sentimento di dovere: un vero viaggio nel tempo nella sua difficile infanzia (quanto chiedere di più per un lavoro attoriale?). Se poi si volessero trovare dei parallelismi cinematografici, The Voice sembrerebbe far riferimento a stili americani di film d’azione, come la lunga chiamata di The Call (Brad Anderson, 2013) o trovate sceniche alla Kathryn Bigelow. Ma è il cinema che si ispira alla realtà o viceversa? Il dubbio decisamente sorge quando in The Voice viene mostrato, con un brillante e inaspettato escamotage, che l’integrità delle scene viste fino a quel momento altro non sono che la copia esatta dei momenti vissuti dai volontari della Red Crescent. Tant’è vero che il cast al completo è stato scelto perseguendo criteri di somiglianza con i volontari che hanno lavorato al caso di Hind. The Voice non è, dunque, solo la storia di Hind, ma uno squarcio nella quotidianità di coloro che hanno votato la propria vita al salvataggio di quella altrui. 

A chi andranno i ricavi del film? Forse è questa una delle domande che si è posta la giuria di Payne, considerando che, nella storia di pellicole incentrate su tematiche umanitarie, tanti sono i casi di promesse fatte dalla produzione, pochi i dati che ne confermano la realizzazione. Le uniche eccezioni provengono dall’attivismo volontario di star come Don Cheadle e il suo impegno nella liberazione di Paul Rusesabagina, l’eroe di Hotel Rwanda (2004). Oppure si pensi alle donazioni di Leonardo di Caprio durante le riprese di Blood Diamond (2006). Non rimane che seguire gli sviluppi della vicenda The Voice. 

Insomma, “purché se ne parli”. Nonostante la delusione, The Voice è già considerato il film a cui è stato usurpato il trono. Per contro, l’ultima fatica di Jarmusch ha lasciato l’audience veneziana del tutto tiepida, al limite della noia, bollando il suo lavoro come uno dei non memorabili nella carriera del regista e musicista statunitense. Il Leone d’oro a Father Mother Sister Brother è un premio a un’opera che sembra essere tornata indietro, ritrovando la divisione in episodi del Jarmusch di Coffee and Cigarettes, un déjà-vu appollaiato nella sua aura di maestro dell’indie che non sfida né sé stesso, né il pubblico. L’idea che trasmette questa giuria dell’82a Mostra sembra fare eco al principio schopenhaueriano di arte come evasione estetica dalla realtà. L’artista è vate in quanto latore della sua visione che eleva lo spirito non perché veicolante una morale, ma proprio per il suo astenersi da ogni insegnamento. La sola contemplazione dell’arte nel suo valore estetico migliorerà l’uomo grazie alla sua capacità di sollevarlo dalla percezione individualista. Nell’era della ricerca spasmodica del bello, è ancora credibile la speranza nella redenzione dell’animo? 

Il premio alla miglior regia è stato assegnato a Benny Safdie per il suo lavoro nel biografico The Smashing Machine, che ripercorre alcuni anni della carriera di Mark Kerr, interpretato da Dwayne Johnson, uno dei pionieri della UFC, la lotta di arti marziali miste. Un premio che si configura come una sfida, in quanto consegnato al regista al termine del suo primo lavoro in singolo dopo aver abbandonato la collaborazione con il fratello Josh, a sua volta alle prese con il suo prossimo film, sempre su tematica sportiva, dal titolo Marty Supreme, con Timothee Chalamet. Quali siano le eccezionalità registiche individuate nel lavoro di Safdie rimangono un mistero, soprattutto davanti alla maestria dimostrata da Kathryn Bigelow nel suo dramma universale sul filo del rasoio, A House of Dynamite.


Benny Safdie 
© Biennale Cinema

La Coppa Volpi per la miglior interpretazione femminile va a Xin Zhilei per The Sun Rises on Us All. La fama dell’attrice cinese si è costruita principalmente sul suo lavoro televisivo dove ha impersonato personaggi storici e d’azione. Ha riscosso attenzione nel suo ruolo di donna del mistero nella prima serie televisiva diretta dal regista Wong-Kar Wai Blossoms Shanghai. Senza mettere in dubbio le qualità dimostrate da Zhilei, la prova attoriale fornita in The Sun era un habitat troppo confortevole, non giustificativo di un premio. Ci siamo scordati di prove intense come quella di Emma Stone in Bugonia (Lanthimos) e dell’inaspettata Amanda Seyfried, a cui con The Testament of Ann Lee è stata lanciata una sfida non da poco, che ha saputo sfruttare.


Xin Zhilei 
© Biennale Cinema

La miglior interpretazione maschile ha invece riscosso la quota italiana nominando Toni Servillo per il ruolo del presidente della Repubblica in La Grazia. È un dato di fatto che La Grazia non sarebbe potuta esistere senza Servillo, la cui interpretazione è certamente memorabile, ma forse per questo scontata. Sarebbe stata una buona idea quella di assegnare il premio a Jesse Plemons prima che lo faccia l’Academy, oppure valorizzare attori ancora sconosciuti in Italia come Grégory Gadebois, il controverso padre di Orphan che risolleva l’intera pellicola di Laszlo Nemes.


Toni Servillo 
© Biennale Cinema

La miglior sceneggiatura è invece stata assegnata a À pied d’œuvre di Valérie Donzelli. Il film è una sceneggiatura non originale che prende il nome dal romanzo omonimo di Franck Courtès e racconta la storia personale dell’autore quando decide di lasciare la sua carriera da fotografo di successo per dedicarsi alla scrittura, affrontando un periodo di povertà quasi assoluta. Il riconoscimento lascia attoniti forse quanto il premio principale, perché dimostra nuovamente l’orientamento di una giuria che privilegia il sogno irriverente, quasi adolescenziale, di chi critica la società creandosi una fasulla gabbia sopraelevata da cui osservare. Uno sguardo che è accettabile per giovani promettenti come Ben Salah-Cazanas (Le monde après nous, 2021) e apprezzabile nelle declinazioni di genere come À plein temps (Éric Gravel, 2021). Il film proletario di Stéphane Brizé (presente in giuria) non necessita scimmiottamenti, soprattutto quando si tagliano fuori soggetti originali e necessari come quello di Silent Friend di Ildikó Enyedi.


Valérie Donzelli 
© Biennale Cinema

Penultimo premio del palmarès è lo Speciale della Giuria che con soddisfazione viene assegnato a Gianfranco Rosi per il documentario Sotto le nuvole. Il lavoro di Rosi mantiene il suo sguardo fantasmatico con cui osserva la città di Napoli da punti di vista del tutto inediti. Il filo che compone la tela di Sotto le nuvole passa da sotto e sopra, dentro e fuori, lontano e vicino, passato e presente. Fuoriesce l’immagine di una città ai limiti della realtà, in cui i riferimenti spazio-temporali collassano. Pare sempre più evidente che il premio della Giuria sia ormai diventato una sorta di categoria per quelle opere originali e d’impegno che non potranno mai aspirare al massimo premio.


Gianfranco Rosi 
© Biennale Cinema

Infine, il premio Mastroianni al miglior attore o attrice emergente se lo è guadagnato Luna Wedler per Silent Friend. Nel film, l’attrice interpreta la parte della prima donna che nel 1908 entrò a far parte del corso di Agraria in un’università tedesca. Wedler è un’attrice certamente promettente, ma il lavoro di Enyedi le offre uno spazio troppo ristretto, nemmeno sfruttato nella sua interezza.


Luna Wedler 
© Biennale Cinema


Cast & Credits



Alexander Payne, presidente di giuria di Venezia 2025 @ Biennale Cinema