Paris lui appartient

di Margherita Giabelli

Data di pubblicazione su web 27/08/2025

Le Paris d’Agnès Varda, de-ci, de-là

Intervistata nel 1965 dai «Cahiers du Cinéma», Agnès Varda – cineasta tra le più originali e rilevanti del secondo Novecento europeo – dichiarava: «j’étais photographe, je le suis restée… c’est plutôt une façon de voir. J’en ai vécu pendant des années, je n’en vis plus. On perd la main, mais on ne perd pas l’œil» (J-A. Fieschi e C. Ollier, La grâce laïque. Entretien avec Agnès Varda, in «Cahiers du cinéma», 165, 1965, p. 45). Sebbene Varda abbia presto designato il cinema come suo mezzo espressivo d’elezione, gli insegnamenti derivatile dalla sua prima attività di fotografa hanno infatti plasmato con tutta evidenza il suo sguardo, contribuendo in modo determinante alla definizione delle forme così peculiari del suo singolare universo poetico.

Nonostante l’importanza cruciale da lei apertamente attribuitale, l’opera fotografica di Agnès Varda non gode oggi della stessa fortuna critica che interessa la sua attività di cineasta. L’intento di colmare almeno parzialmente questa significativa lacuna ha animato in tempi recenti alcune interessanti iniziative: la pubblicazione di due piccoli volumi contenenti una preziosa selezione di scatti perlopiù inediti (si tratta, nello specifico, di R. Varda, H. Bertin e S. Moreu, La Maison de Rosalie. Valentine Schlegel - Agnès Varda, Saint-Tropez, Sébastien Moreu, 2020 e H-U. Obrist e R. Varda, Agnès Varda. Photographies. Calder - Richier - Schlegel - Székely, Saint-Tropez-Paris, Sébastien Moreu-Atelier Daguerre, 2022) e la realizzazione di alcune altrettanto piccole ma dense esposizioni, dedicate ciascuna a uno specifico segmento del corpus fotografico di Varda (si pensi, ad esempio, alla mostra “La Pointe Courte”, des photographies au film organizzata nell’ambito dell’edizione del 2023 dei Rencontres d’Arles, o a quella intitolata Valentine Schlegel par Agnès Varda tenutasi nell’inverno del 2020 presso la Galerie Nathalie Obadia di Parigi).


Agnès Varda, Alexander Calder
Agnès Varda, Alexander Calder dans la cour (giugno 1952)
© Succession Agnès Varda, 
Fonds Agnès Varda déposé à l'Institut pour la photographie


Ulteriori spunti per questa importante ricostruzione sono stati recentemente proposti da Le Paris d’Agnès Varda “de-ci, de-là”, la ricca e suggestiva esposizione tenutasi al Musée Carnavalet di Parigi dal 9 aprile al 24 agosto scorsi. Curata da Anne Mondenard e Valérie Guillaume con il supporto di Antoine de Baecque, Dominique Païni, Carole Sandrin e Rosalie Varda, la mostra si proponeva di interrogare la produzione fotografica di Varda a partire da una prospettiva particolare, quella dell’intimo e stretto rapporto che l’ha legata alla città di Parigi (alla cui storia l’intero Musée Carnavalet è, come è noto, dedicato). Per il tramite di circa centotrenta fotografie organizzate in nove sezioni tematiche, la mostra intendeva guidare il visitatore alla scoperta di un ritratto inedito della capitale francese negli anni tra il 1943 – quando Varda vi approda per la prima volta – e il 2019 – l’anno della sua scomparsa. Ad essere carpita dallo sguardo curioso e sensibile dell’artista non è in effetti la Parigi raffinata e mondana dei salotti borghesi o quella iconica, auratica e maestosa dei grandi monumenti: quella fotografata da Varda è una Parigi di volti e gesti comuni cristallizzati nella grazia della loro discreta solennità; è una Parigi minuta, sommessa e quotidiana, fatta di scorci silenziosi e di spazi abbandonati; ma è anche, al contempo, una Parigi mossa e chiassosa, brulicante di un’umanità varia, animata da un’inesauribile vitalità. 

 

I soggetti degli scatti esposti nelle nove sezioni della mostra sono in effetti assai variegati. Vi riconosciamo anzitutto alcune tra le persone più care all’artista: i tre figli di Jean Vilar, presso il cui Théâtre National Populaire Varda aveva ottenuto uno dei suoi primi incarichi da fotografa professionista; la scultrice Valentine Schlegel, la sua “Linou”, con cui la giovane Agnès aveva condiviso i primi anni parigini; il piccolo Ulysse Llorca, figlio della coppia di rifugiati spagnoli che l’artista aveva accolto in casa sua; e, naturalmente, suo marito “Jacquot” –Jacques Demy. Ad essi si aggiunge un nutrito gruppo di artisti e intellettuali di primissimo rilievo: si pensi, tra i tanti, a Federico Fellini e Giulietta Masina che accettano di posare per Varda che costruisce per loro curiose messe in scena; ad Alexander Calder, amico dell’artista e assiduo frequentatore del suo studio in Rue Daguerre o a Gérard Philipe e Delphine Seyrig, i cui ritratti riescono a cogliere – grazie all’adozione di iconografie inconsuete – gli umori più fugaci e sottili celati dietro le “maschere” dei loro volti iconici. Accanto a questi nomi altisonanti, però, si scorgono anche innumerevoli esponenti quel vasto e ricco milieu popolare che ha così spesso abitato anche l’opera cinematografica dell’autrice: ai bambini mascherati per il Carnevale ai Jardin du Luxembourg si affiancano infatti in questi scatti i venditori ambulanti del mercato di Bastille, i senzatetto del Boulevard du Montparnasse o gli operai al lavoro nella casa-atelier dell’artista.


Agnès Varda, Delphine Seyrig
Agnès Varda, Delphine Seyrig (marzo 1961)
© Succession Agnès Varda 

A ulteriore attestazione del fitto e fecondo dialogo che Varda ha intrecciato negli anni con la capitale francese, la mostra proponeva – oltre ai molti oggetti esposti accanto ai bellissimi scatti fotografici – numerosi inserti audiovisivi in parte inediti e in parte estratti dalla sua opera cinematografica. L’accostamento sistematico di queste due tipologie di testi risulta particolarmente efficace e profondamente suggestivo poiché riesce a illustrare icasticamente l’intima relazione – ben nota a chi abbia una certa dimestichezza con l’opera di Varda – che l’autrice stabilisce tra il cinema e gli altri mezzi espressivi da lei adoperati nel corso della sua carriera. Pur prendendo le mosse da una questione tutto sommato laterale come il suo rapporto con la città di Parigi, dunque, la mostra del Musée Carnavalet riesce nell’intento di proporre degli spunti fecondissimi utili a illuminare da una prospettiva fertile e inconsueta tutta la proteiforme opera di un’artista di grande rilievo.

 

Le rime tematiche, stilistiche e poetiche sistematicamente stabilite tra le fotografie di Varda (autentiche protagoniste dell’esposizione) e i brani tratti dalla sua produzione cinematografica documentano infatti efficacemente un aspetto cruciale di quest’ultima, ovvero il suo carattere per così dire “centrifugo”. Valorizzando discorsivamente e mettendo propriamente al lavoro la dimensione “impura” costitutivamente connaturata – secondo la lezione di André Bazin (passim, ma soprattutto A. Bazin, Che cosa è il cinema?, Garzanti, Milano, 1991, pp. 119-198 e Id., Le Journal d’un curé de campagne et la stylistique de Robert Bresson, in «Cahiers du cinéma», 3, 1951, pp. 7-21) – al linguaggio cinematografico tout court, il cinema di Varda sembra infatti intessere proprio con il medium fotografico un dialogo particolarmente fruttuoso. Nel fornire un importante contributo agli studi sull’opera fotografica dell’artista, dunque, la mostra appena tenutasi al Musée Carnavalet ha costituito altresì un’occasione produttiva per penetrare il funzionamento profondo della sua ricchissima e stratificata opera cinematografica.












Le Paris d’Agnès Varda, de-ci, de-là






Alfonso Lombardi: il colore e il rilievo e La fortuna visiva di Raffaello nella grafica del XVI secolo. Da Marcantonio Raimondi a Giulio Bonasone (Bologna, Pinacoteca Nazionale, 4 marzo-31 agosto 2020)

Le Paris d’Agnès Varda, 
de-ci, de-là 

(Parigi, Musée Carnavalet Histoire de Paris, 
9 aprile - 24 agosto 2025)