Smarrimento e rivelazione tra fede e desiderio

di Matteo Quattrocchi

Data di pubblicazione su web 19/05/2025

Il nome della rosa
Il debutto de Il nome della rosa di Francesco Filidei al Teatro alla Scala rappresenta una sfida artistica ambiziosa: trasferire un soggetto complesso e ricco di sfumature come il celebre romanzo di Umberto Eco da un medium narrativo quale è la letteratura a uno spettacolo operistico contemporaneo è sempre un’operazione delicata, che comporta rischi e scelte non semplici. Commissionata congiuntamente dal Teatro alla Scala e dall’Opéra national de Paris, in coproduzione con quest’ultima e la Fondazione Teatro Carlo Felice di Genova, l’opera in due atti si basa su un libretto firmato dallo stesso Filidei e Stefano Busellato, con la collaborazione di Hannah Dübgen e Carlo Pernigotti.

La recita del 3 maggio ha evidenziato un lavoro di grande densità e originalità, che mette in dialogo linguaggi musicali contemporanei, dimensioni filosofiche e tensioni emotive. La regia di Damiano Michieletto, con scenografia di Paolo Fantin e luci di Fabio Barettin, costruisce un percorso scenico labirintico, riprodotto da un’imponente struttura esagonale luminosa sospesa, simboleggiante la biblioteca-labirinto del romanzo di Eco, sormontata da una croce. Questa immagine potente rappresenta un controllo opprimente della fede sulle vicende e sulle pulsioni represse dei personaggi, in particolare di Adso, il giovane novizio. L’allestimento scenico risulta particolarmente efficace nel creare un’atmosfera sospesa e claustrofobica. La cantoria perimetrale che ospita il coro agisce come presenza costante, a volte acusmatica, suggerendo la costante sorveglianza della fede sul microcosmo abbaziale. La tensione emotiva si concentra in Adso, il cui desiderio represso trova finalmente espressione nel catartico finale, quando il labirinto e la biblioteca vanno in fiamme, simboleggiando la distruzione di un ordine intellettuale e morale.



Un momento dello spettacolo 
© Brescia e Amisano

 Francesco Filidei suddivide l’opera in sette giorni, che raggruppa in due atti e ventiquattro scene, chiamate “Stanze”. L’architettura musicale si basa sui dodici suoni della scala cromatica, con i quali le “Stanze” si alterano, ricreando una struttura labirintica. La musica si distingue per un’orchestrazione ricca e audace, capace di creare atmosfere suggestive dalle tinte forti. La partitura è pensata per grande orchestra, con l’impiego massiccio di ben cinque gruppi di percussioni tradizionali e non convenzionali – crotali, raganelle, nacchere e fruste, ma anche fogli di plexiglass, campane di bambù, pagine di giornale, libri, posate, piatti e persino una paperella sonora. Quest’idea di strumentazione, unito all’uso di una vasta gamma di voci, dal baritono al tenore leggero, dal contralto al controtenore, crea un universo sonoro originale e coinvolgente. La direzione di Ingo Metzmacher è impeccabile, riuscendo a dare forma e coerenza a una partitura complessa e stratificata. L’orchestra della Scala risponde con precisione e passione, mentre il Coro del Teatro alla Scala, diretto da Alberto Malazzi e Giorgio Martano, e il Coro di voci bianche dell’Accademia, preparato da Bruno Casoni, aggiungono un livello di profondità e suggestione che valorizza l’impianto sonoro e drammaturgico.

L’opera è ricchissima di citazioni musicali e culturali che spaziano da Gustav Mahler a opere liriche come Falstaff, Peter Grimes, Don Giovanni e altre ancora, fino al Sederunt principes di Perotinus e ad altre sequenze e temi gregoriani. Tuttavia, la presenza di questi riferimenti, benché raffinata, risulta piuttosto autoreferenziale e poco funzionale alla costruzione drammaturgica complessiva, lasciando in molti momenti un senso di distacco piuttosto che di efficace dialogo con il materiale originale o con lo spettatore.

La presenza di numerosi personaggi, vestiti in abiti monastici da Carla Teti, genera un senso di confusione e sovrapposizione. Le continue entrate e uscite di figure poco caratterizzate, spesso indistinguibili, contribuiscono a un senso di smarrimento nel pubblico, intensificato dall’uso esteso del latino anche nei recitativi che, pur aggiungendo autenticità storica, complica la comprensione e la connessione emotiva. Tale scelta registica, resa da un gioco di apparizioni e sparizioni, sembra voler riprodurre la sensazione labirintica di spaesamento del protagonista; ma questa strategia, mantenuta per tutta la durata (forse eccessiva?), quantomeno del primo atto, diventa a tratti respingente. Una riduzione dei personaggi e una maggiore attenzione alla chiarezza drammaturgica avrebbero potuto giovare all’equilibrio complessivo.



Un momento dello spettacolo 
© Brescia e Amisano

Dal punto di vista vocale, il cast si è distinto per la qualità interpretativa. Lucas Meachem nel ruolo di Guglielmo da Baskerville offre una prova solida e misurata; Kate Lindsey, che interpreta Adso en travesti, emerge su tutti gli interpreti per una linea melodica ben definita e coerente, dal fraseggio notevole soprattutto nell’aria del primo atto, in cui dà sfoggio di una coloratura pulita e inserita perfettamente nel lirismo richiesto dalla drammaturgia. Si distingue la particolare vocalità del dolciniano pentito, Salvatore, interpretato dal baritono Roberto Frontali. Altre voci di rilievo, come Daniela Barcellona (Bernardo Gui) e Carlo Vistoli, offrono prestazioni vocali impeccabili.

Il nome della rosa si configura dunque come un’opera di grande spessore intellettuale e sonoro, capace di stimolare riflessioni profonde sul rapporto tra sapere, potere e desiderio. Il pubblico ha accolto lo spettacolo con entusiasmo e lunghi applausi, generosi nei confronti del compositore, sul palco a termine della recita. Una significativa riconoscenza alla forza e alla novità di un progetto che, seppur con alcuni tratti di criticità, rappresenta un notevolissimo contributo all’opera contemporanea.

Il nome della rosa

Cast & Credits





Un momento dello spettacolo 
© Brescia e Amisano

Cast & credits

Titolo 
Il nome della rosa
Anno 
2025
Durata 
3h 10m
Data rappresentazione 
3 maggio 2025
Città rappresentazione 
Milano
Luogo rappresentazione 
La scala
Prima rappresentazione 
27 aprile 2025
Titolo testo d'origine 
Il nome della rosa
Autori 
Francesco Filidei
Libretto 
Francesco Filidei e Stefano Busellato
Autori testo d'origine 
Umberto Eco
Regia 
Damiano Micheletto
Interpreti 
Kate Lindsey (Adso da Melk)
Lucas Meachem (Guglielmo da Baskerville)
Katrina Galka (La Ragazza del Villaggio / Statua della Vergine)
Gianluca Buratto (Jorge da Burgos)
Daniela Barcellona (Bernardo Gui)
Fabrizio Beggi (Abbone da Fossanova)
Roberto Frontali (Salvatore)
Giorgio Berrugi (Remigio da Varagine)
Owen Willetts (Malachia)
Paolo Antognetti (Severino da Sant’Emmerano)
Carlo Vistoli (Berengario da Arundel / Adelmo da Otranto)
Leonardo Cortellazzi (Venanzio / Alborea)
Adrien Mathonat (Un cuciniere / Girolamo vescovo di Caffa)
Cecilia Bernini (Ubertino da Casale)
Flavio D’Ambra (Michele da Cesena)
Ramtin Ghazavi (Cardinal Bertrando)
Alessandro Senes (Jean d’Anneaux)
Produzione 
Nuova Produzione Teatro alla scala in co-produzione con Opéra National de Paris e Fondazione Teatro Carlo Felice di Genova
Scenografia 
Paolo Fantin
Costumi 
Carla Teti
Coreografia 
Erika Rombaldoni
Luci 
Fabio Barettin
Direzione d'orchestra 
Ingo Metzmacher
Coro 
Coro di Voci Bianche dell'Accademia Teatro alla Scala