Smarrimento e rivelazione tra fede e desiderio
Il
debutto de Il
nome della rosa
di Francesco
Filidei
al Teatro alla Scala rappresenta una sfida artistica ambiziosa:
trasferire un soggetto complesso e ricco di sfumature come il celebre
romanzo di Umberto Eco da un medium narrativo quale è la letteratura
a uno spettacolo operistico contemporaneo è sempre un’operazione
delicata, che comporta rischi e scelte non semplici. Commissionata
congiuntamente dal Teatro alla Scala e dall’Opéra national de
Paris, in coproduzione con quest’ultima e la Fondazione Teatro
Carlo Felice di Genova, l’opera in due atti si basa su un libretto
firmato dallo stesso Filidei e Stefano
Busellato,
con la collaborazione di Hannah Dübgen e Carlo Pernigotti.La
recita del 3 maggio ha evidenziato un lavoro di grande densità e
originalità, che mette in dialogo linguaggi musicali contemporanei,
dimensioni filosofiche e tensioni emotive. La regia di Damiano
Michieletto,
con scenografia di Paolo
Fantin
e luci di Fabio
Barettin,
costruisce un percorso scenico labirintico, riprodotto da
un’imponente struttura esagonale luminosa sospesa, simboleggiante
la biblioteca-labirinto del romanzo di Eco, sormontata da una croce.
Questa immagine potente rappresenta un controllo opprimente della
fede sulle vicende e sulle pulsioni represse dei personaggi, in
particolare di Adso, il giovane novizio. L’allestimento scenico
risulta particolarmente efficace nel creare un’atmosfera sospesa e
claustrofobica. La cantoria perimetrale che ospita il coro agisce
come presenza costante, a volte acusmatica, suggerendo la costante
sorveglianza della fede sul microcosmo abbaziale. La tensione emotiva
si concentra in Adso, il cui desiderio represso trova finalmente
espressione nel catartico finale, quando il labirinto e la biblioteca
vanno in fiamme, simboleggiando la distruzione di un ordine
intellettuale e morale.

Francesco
Filidei suddivide l’opera in sette giorni, che raggruppa in due
atti e ventiquattro
scene, chiamate “Stanze”. L’architettura musicale si basa sui
dodici suoni della scala cromatica, con i quali le “Stanze” si
alterano, ricreando una struttura labirintica. La musica si distingue
per un’orchestrazione ricca e audace, capace di creare atmosfere
suggestive dalle tinte forti. La partitura è pensata per grande
orchestra, con l’impiego massiccio di ben cinque gruppi di
percussioni tradizionali e non convenzionali – crotali, raganelle,
nacchere e fruste, ma anche fogli di plexiglass, campane di bambù,
pagine di giornale, libri, posate, piatti e persino una paperella
sonora. Quest’idea di strumentazione, unito all’uso di una vasta
gamma di voci, dal baritono al tenore leggero, dal contralto al
controtenore, crea un universo sonoro originale e coinvolgente. La
direzione di Ingo
Metzmacher
è impeccabile, riuscendo a dare forma e coerenza a una partitura
complessa e stratificata. L’orchestra della Scala risponde con
precisione e passione, mentre il Coro del Teatro alla Scala, diretto
da Alberto
Malazzi
e Giorgio
Martano,
e il Coro di voci bianche dell’Accademia, preparato da Bruno
Casoni,
aggiungono un livello di profondità e suggestione che valorizza
l’impianto sonoro e drammaturgico.
L’opera
è ricchissima di citazioni musicali e culturali che spaziano da
Gustav
Mahler
a opere liriche come Falstaff,
Peter
Grimes,
Don
Giovanni
e altre ancora, fino al Sederunt
principes
di Perotinus
e ad altre sequenze e temi gregoriani. Tuttavia, la presenza di
questi riferimenti, benché raffinata, risulta piuttosto
autoreferenziale e poco funzionale alla costruzione drammaturgica
complessiva, lasciando in molti momenti un senso di distacco
piuttosto che di efficace dialogo con il materiale originale o con lo
spettatore.

Un momento dello spettacolo
© Brescia e Amisano
La presenza di numerosi personaggi, vestiti in abiti
monastici da Carla
Teti,
genera un senso di confusione e sovrapposizione. Le continue entrate
e uscite di figure poco caratterizzate, spesso indistinguibili,
contribuiscono a un senso di smarrimento nel pubblico, intensificato
dall’uso esteso del latino anche nei recitativi che, pur
aggiungendo autenticità storica, complica la comprensione e la
connessione emotiva. Tale scelta registica, resa da un gioco di
apparizioni e sparizioni, sembra voler riprodurre la sensazione
labirintica di spaesamento del protagonista; ma questa strategia,
mantenuta per tutta la durata (forse eccessiva?), quantomeno del
primo atto, diventa a tratti respingente. Una riduzione dei
personaggi e una maggiore attenzione alla chiarezza drammaturgica
avrebbero potuto giovare all’equilibrio complessivo.

Dal
punto di vista vocale, il cast si è distinto per la qualità
interpretativa. Lucas
Meachem
nel ruolo di Guglielmo da Baskerville offre una prova solida e
misurata; Kate
Lindsey,
che interpreta Adso en
travesti,
emerge su tutti gli interpreti per una linea melodica ben definita e
coerente, dal fraseggio notevole soprattutto nell’aria del primo
atto, in cui dà sfoggio di una coloratura pulita e inserita
perfettamente nel lirismo richiesto dalla drammaturgia. Si distingue
la particolare vocalità del dolciniano pentito, Salvatore,
interpretato dal baritono Roberto
Frontali.
Altre voci di rilievo, come Daniela
Barcellona
(Bernardo Gui) e Carlo
Vistoli,
offrono prestazioni vocali impeccabili.Il
nome della rosa
si configura dunque come un’opera di grande spessore intellettuale
e sonoro, capace di stimolare riflessioni profonde sul rapporto tra
sapere, potere e desiderio. Il pubblico ha accolto lo spettacolo con
entusiasmo e lunghi applausi, generosi nei confronti del compositore,
sul palco a termine della recita. Una significativa riconoscenza alla
forza e alla novità di un progetto che, seppur con alcuni tratti di
criticità, rappresenta un notevolissimo contributo all’opera
contemporanea.

Un momento dello spettacolo
© Brescia e Amisano
Il nome della rosa

Un momento dello spettacolo
© Brescia e Amisano
Cast & credits
| Titolo
Il nome della rosa |
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| Anno
2025 |
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| Durata
3h 10m |
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| Data rappresentazione
3 maggio 2025 |
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| Città rappresentazione
Milano |
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| Luogo rappresentazione
La scala |
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| Prima rappresentazione
27 aprile 2025 |
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| Titolo testo d'origine
Il nome della rosa |
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| Autori
Francesco Filidei |
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| Libretto
Francesco Filidei e Stefano Busellato |
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| Autori testo d'origine
Umberto Eco |
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| Regia
Damiano Micheletto |
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| Interpreti
Kate Lindsey (Adso da Melk) Lucas Meachem (Guglielmo da Baskerville) Katrina Galka (La Ragazza del Villaggio / Statua della Vergine) Gianluca Buratto (Jorge da Burgos) Daniela Barcellona (Bernardo Gui) Fabrizio Beggi (Abbone da Fossanova) Roberto Frontali (Salvatore) Giorgio Berrugi (Remigio da Varagine) Owen Willetts (Malachia) Paolo Antognetti (Severino da Sant’Emmerano) Carlo Vistoli (Berengario da Arundel / Adelmo da Otranto) Leonardo Cortellazzi (Venanzio / Alborea) Adrien Mathonat (Un cuciniere / Girolamo vescovo di Caffa) Cecilia Bernini (Ubertino da Casale) Flavio D’Ambra (Michele da Cesena) Ramtin Ghazavi (Cardinal Bertrando) Alessandro Senes (Jean d’Anneaux) |
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| Produzione
Nuova Produzione Teatro alla scala in co-produzione con Opéra National de Paris e Fondazione Teatro Carlo Felice di Genova |
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| Scenografia
Paolo Fantin |
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| Costumi
Carla Teti |
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| Coreografia
Erika Rombaldoni |
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| Luci
Fabio Barettin |
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| Direzione d'orchestra
Ingo Metzmacher |
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| Coro
Coro di Voci Bianche dell'Accademia Teatro alla Scala |