Il Fondo Eleonora Duse della famiglia Gemmi
Nel fiorire delle iniziative dedicate a Eleonora Duse nel centenario della morte, la mostra curata da Francesca Simoncini e Gabriele Guagni al Teatro della Pergola di Firenze rischia di essere tra i migliori appuntamenti delle celebrazioni, per la novità dei materiali proposti, quasi tutti inediti, per le prospettive di ricerca che apre e per l’eccellente allestimento, che unisce a un’equilibrata eleganza accostamenti critici efficaci.
Una serie di non invadenti pannelli esplicativi introduce il visitatore attraverso un materiale eterogeneo e consistente – abiti, fotografie, lettere, copioni, gioielli, un pianoforte, un letto, oggetti da lavoro e da viaggio, ecc. – che la Duse conservava a Firenze, presso un teatrino situato in via Ghibellina. Per un fortuito fraintendimento, quel materiale fu preso da Luigi Gemmi – contabile della Banca d’Italia, dal 1911 in relazione prima di affari e poi di amicizia con l’attrice – che lo trasferì nella propria dimora fiorentina tramandandolo agli eredi, che ancora considerano la Duse «una vecchia amica sempre con noi», come racconta la nipote Lucia Gemmi nelle pagine del bel catalogo curato da Francesca Simoncini ed edito da Sillabe (p. 27).

Il malinteso che ne ha permesso la conservazione, e che ne consente oggi l’esposizione, è narrato dalla stessa Duse in una lettera confidenziale, purtroppo priva di data, indirizzata all’amica Emma Garzes: «Emma cara, per amore della verità, devo rettificare la suite des choses, tell quelles sont. Ho riletto ieri sera (!) le ultime lettere del Gemmi, e se le avessi lette meglio, non avrei dovuto rileggerle. Appare dunque che Gemmi scriveva: (nel costone di una pagina): “Partirò e porto le cose a casa, se sbrigo, ect, ect, se lei consente”. = io non lessi il “se lei consente”, così, dal mio silenzio Gemmi interpretò il consenso. Le cose furono rimosse dal Pallotti e allora, io risposi: “approvo” perché era fatto compiuto, così, quel teatrino che pare un campo di rottami dopo il passaggio di soldati, è così perché io non lessi bene le lettere del brav’omo - così desidero rendergli giustizia. Siamo d’accordo che Gemmi non lo avrebbe fatto, (nella prima ipotesi) che nel concetto di essermi utile, ma, ora, constato, che egli fece, solo credendo che il mio tacere, fosse compreso. = così, succede, a non leggere bene le lettere dei Gemmi, in tempo di guerra. = Allora, stamane, gli parleremo con maggiore conoscenza di causa».
Il documento, pubblicato da Marianna Zannoni in «Forse tu sola hai compreso». Lettere di Eleonora Duse a Emma Lodomez Garzes (Venezia, Marsilio, 2021, pp. 211-212) e riproposto nel catalogo della mostra (p. 11), vale la trascrizione integrale in quanto pone l’accento su quel teatrino di cui Eleonora Duse si servì a partire dal 1908 per provare il repertorio delle sue ultime tournées estere e per avviarvi personali e segrete sperimentazioni. L’improvviso ritiro dalle scene nel gennaio 1909 e lo scoppio della Grande Guerra scrissero un’altra storia, ma quello di un “teatro piccolo” riservato a pochi iniziati fu per l’attrice «un sogno reale, bello e labile, ma tuttavia tenace e duraturo, profondamente sentito, anche se per lei purtroppo impossibile da realizzare» (p. 12).

Fino ad oggi sapevamo che il teatro di via Ghibellina, detto anche teatro Berteau perché di proprietà dell’omonima famiglia, era stato ricavato dai locali dell’ex convento dei Santi Jacopo e Lorenzo e che, a partire dal 1852, era stato utilizzato da diverse compagnie filodrammatiche della città, tra cui quella dei Fidenti. La sua esatta locazione era però ancora incerta. Le ricerche condotte in occasione della mostra hanno permesso di identificarlo con quello attualmente di proprietà dello studio di architettura di Marco Pozzoli. Un attento restauro ha infatti reso visibile su quel che rimane dell’arcoscenico lo stemma dell’accademia dei Fidenti. Non è invece ancora chiaro quando, come e con quali modalità contrattuali il teatro fu a disposizione della Duse che, come accennato, lo utilizzò a partire dal 1908 dopo averlo ristrutturato e abbellito, rinominandolo Teatro Brendel in omaggio al personaggio di un dramma di Henrik Ibsen, Rosmersholm, a lei particolarmente caro.
L’individuazione del teatro è solo una delle tante novità proposte dalla mostra. Tra i preziosi materiali esposti, che meriteranno sicuramente una futura, puntuale attenzione, va segnalato il nutrito corpus di copioni, ben dieci, con note e tagli di mano dell’attrice. I nomi degli interpreti fissati a mano da Eleonora Duse, confrontati con affidabili fonti esterne, hanno permesso di affermare, «con buona convinzione», «che la quasi totalità dei copioni rinvenuti nel Fondo Gemmi sia stata annotata da Eleonora Duse tra il 1907 e il 1908, sia durante le fasi preparatorie, sia durante lo svolgimento di un ampio giro artistico che la portò ad attraversare buona parte dell’Europa (Italia, Francia, Austria, Ungheria, Romania) per poi salpare per l’America Latina (Brasile, Argentina, Uruguay)» (p. 16). Siamo dunque di fronte a fonti insostituibili, che permetteranno di meglio comprendere il lavoro drammaturgico della capocomica e le modalità con cui adattava i testi teatrali da recitare.
Da non trascurare neanche la consistente parte fotografica. Si tratta di circa una trentina di scatti che, seppur noti agli studiosi dusiani, aprono, almeno in un caso, nuove possibilità di attribuzione. Sono più che meri oggetti di curiosità anche gli altri pezzi esposti. Nella loro varietà restituiscono la “materiale quotidianità” dell’attrice-capocomica: «si tratta di “strumenti del mestiere” e accessori di uso quotidiano che forniscono diretta testimonianza sia del suo lavoro, sia della sua vita […]. Oggetti che parlano della sua infaticabile e itinerante attività» (p. 19).

È chiaro dunque come, con la mostra “Partirò e porto le cose a casa”. Il Fondo Eleonora Duse di proprietà della Famiglia Gemmi, non siamo di fronte alla pretestuosa occasione per un dovuto omaggio alla Divina, che nel 1906 presentò proprio alla Pergola una delle sue più innovative e coraggiose produzioni teatrali, quel già ricordato Rosmersholm di Ibsen con le imponenti scene naturalistiche di Edward Gordon Craig, ma alla presentazione di insostituibili documenti e testimonianze mai mostrati al pubblico, ora accuratamente catalogati per essere oggetto (si spera) di future, fruttuose indagini critiche.
