La fine, l'inizio

di Vincenzo Borghetti

Data di pubblicazione su web 07/11/2024

Rheingold

Il Teatro alla Scala chiude la stagione 2023/2024 col Rheingold, e inaugura così il nuovo Ring des Nibelungen che sarà completato nel 2026, con l’esecuzione dell’intero ciclo. Si conclude con questo nuovo inizio una delle stagioni più problematiche tra quelle recenti del teatro milanese. Tra le nuove produzioni poche sono state quelle davvero riuscite (Medée, Werther, Orontea), splendide eccezioni in mezzo a una serie di fallimenti inanellati a partire dal Don Carlo del 7 dicembre scorso – fallimenti dovuti per lo più alle regie (Don Carlo, Simon Boccanegra, Guillaume Tell, La rondine), ma in alcuni casi anche alla parte musicale (Don Carlo). Oltre alle eccezioni di cui sopra, a brillare sono state soprattutto le riprese di allestimenti ormai “classici” (Ratto dal serraglio di Strehler, Cavalleria/Pagliacci di Martone, Rosenkavalier di Kupfer), segno che nella programmazione artistica qualcosa non ha funzionato benissimo. E a giudicare da questo Rheingold i problemi non sono risolti.


Un momento dello spettacolo
© Brescia e Amisano

L’ultimo Ring completo alla Scala risale al 2010-2013, diretto da Daniel Barenboim con la regia di Guy Cassiers (recensione). A poco più di dieci anni, il teatro decide di sostituirlo, tanto poco felice era stato l’esito (della messinscena, non della componente musicale), e affida il nuovo allestimento a David McVicar con la direzione di Christian Thielemann. Una scelta forse poco avventurosa: McVicar e Thielemann sono due grandi personalità con una fama ampiamente consolidata nei rispettivi ambiti, ma che proprio per questo promettevano una produzione al riparo dagli squilibri della passata edizione. E infatti McVicar propone un Ring decisamente fantasy, che sostituisce i simbolismi, i Konzepte, le scene minimali di tanti Ring precedenti, compreso ovviamente quello di Cassiers. Il suo è però un fantasy che si prende sul serio senza mai essere davvero spettacolare e senza un briciolo di salutare follia – come per esempio negli allestimenti visionari della Fura dels Baus del Maggio musicale fiorentino di qualche anno fa (recensione) –, e anche senza tentativi di lavoro interpretativo sulla vicenda, i suoi personaggi, i suoi significati possibili, come aveva invece tentato con scarsi risultati Cassiers. Ne risulta un Rheingold illustrativo in modo didascalico: assistervi è come sfogliare un libro per ragazzi di tanti anni fa che avevamo dimenticato, e sfogliandolo capiamo perché. Alla fine, questo è un Rheingold triste, come lo sono i giochi dei nerd che anche da grandi non riescono a staccarsi dalla propria adolescenza. Salvo sorprese, l’inizio del ciclo non promette bene; staremo a vedere che cosa accadrà con le prossime “giornate” (Die Walküre andrà in scena già nel febbraio 2025).


Un momento dello spettacolo
© Brescia e Amisano

Thielemann ha abbandonato la produzione. È notizia dello scorso settembre: a meno di due mesi dalla prima, il direttore si è sfilato, accampando come scusa problemi di salute, e lasciando la Scala col problema di trovare una sostituzione a tempo di record, non solo per il Rheingold, bensì per l’intero Ring – che, come ciclo unitario in genere si preferisce oggi affidare a un solo direttore. L’impresa non era semplice, e la soluzione è stata trovare due direttori disponibili a così stretto giro, Simone Young e Alexander Soddy, che si sono divisi le recite del Rheingold e faranno altrettanto per i titoli successivi. Il 3 novembre dirigeva Young. A dispetto delle critiche negative ricevute (soprattutto preventive, va detto), Young ha fatto un ottimo lavoro: la sua è una direzione incalzante, che mette in evidenza le asprezze della partitura wagneriana, prediligendo colori e suoni ruvidi, perfetti per il mondo primordiale che la storia presenta – di grande effetto a questo proposito è stata la scena del Nibelheim. Il successo di questo Rheingold si deve soprattutto alla sua capacità di creare attraverso la musica quella tensione narrativa assente nello spettacolo di McVicar.


Un momento dello spettacolo
© Brescia e Amisano

Ottima in generale la prova dei cantanti, cosa rimarchevole per un’opera che prevede tanti personaggi. Michael Volle ricopre ancora una volta i panni di Wotan: non avrà lo smalto, la potenza e il registro acuto di un tempo; conserva però l’autorevolezza e la classe musicale necessarie per il ruolo. Di grande impatto Ólafur Sigurdarson e Wolfgang Abliger-Sperrhacke, rispettivamente Alberich e Mime, così come Christa Meyer, un’Erda dal fraseggio nobile e, finalmente, dalla voce davvero grave e potente. Con lei, molto bene anche il resto del cast femminile. Meno convincente la prova di Norbert Ernst (Loge), la cui voce si perdeva nell’ampia sala del Piermarini. 

Alla fine, grande successo per tutti gli interpreti, in particolare per Sigurdarson, Ablinger-Sperrhacke, Meyer e per la direttrice Young. 



Rheingold

Cast & Credits

Trama




Un momento dello spettacolo visto il 3 novembre 2024 al Teatro alla Scala di Milano 
© Brescia e Amisano



Cast & credits

Titolo 
Rheingold
Origine 
Italia
Anno 
2024
Durata 
2 h e 30 ca.
Data rappresentazione 
3 novembre 2024
Città rappresentazione 
Milano
Luogo rappresentazione 
Teatro alla Scala
Prima rappresentazione 
28 ottobre 2024
Libretto 
Richard Wagner
Regia 
David McVicar
Interpreti 
Michael Volle (Wotan)
Andrè Schuen (Donner)
Siyabonga Maqungo (Froh)
Norbert Ernst (Loge)
Ólafur Sigurdarson (Alberich)
Wolfgang Ablinger-Sperrhacke (Mime)
Jongmin Park (Fasolt)
Ain Anger (Fafner)
Okka von der Damerau (Fricka)
Olga Bezmertna (Freia)
Christa Meyer (Erda)
Andrea Carroll (Woglinde)
Svetlina Stoyanova (Wellgunde)
Virginie Verrez (Flosshilde)
Produzione 
Nuova produzione Teatro alla Scala
Scenografia 
David McVicar, Hannah Postlethwaite
Costumi 
Emma Kingsbury
Coreografia 
Gareth Mole
Luci 
David Finn
Musiche 
Richard Wagner
Orchestra 
Orchestra del Teatro alla Scala
Direzione d'orchestra 
Simone Young
Note 
Video: Kathy Tucker; Maestro arti marziali/prestazioni circensi: David Greeves

Trama

SCENA PRIMA

Nel fondo del Reno Woglinde, Wellgunde e Flosshilde, figlie del fiume, nuotano, scherzano e cantano. Il Nibelungo Alberich sbuca da un crepaccio, le vede e le invita una dopo l'altra ad accoppiarsi con lui. Woglinde si allontana subito beffarda e va a nuotare poco lontano; Wellgunde si rivolge in modo carezzevole al nano, per poi sottrarsi rapidamente; Flosshilde lo alletta con unaspecie di serenata sentimentale che però improvvisamente volge al grottesco lasciando di nuovo il nano scornato e deluso. Improvvisamente l'oro che giace in fondo al Reno, illuminato dai raggi del sole, si desta e sfavilla: le ondine cantano festose la bellezza incontaminata dell'oro. Incuriosito, Alberich chiede maggiori ragguagli e le tre gli rivelano incautamente il potere del tesoro da loro custodito: chiunque sarà capace di forgiare con l'oro del Reno un anello, dominerà il mondo. Per dar forma al terribile monile è però necessario rinunciare per sempre all?amore, cioè al legame che unisce ogni creatura alle altre. Alberich, attirato dall'idea del dominio assoluto con il quale volendo potrà anche acquistarsi il piacere, compie il furto, maledice l?amore e fugge. La scena è invasa dalle tenebre e dalla nebbia.

SCENA SECONDA

In un prato fiorito circondato da cime montane, Wotan riposa accanto alla moglie Fricka. Il giorno nascente illumina sempre più una rocca dalle merlature scintillanti che sorge su una vetta rocciosa oltre la valle del Reno. Quando il castello è diventato completamente visibile, Fricka si sveglia e lo nota spaventata. Nel dormiveglia Wotan, re degli dei, si compiace intanto della monumentale dimora costruitagli dai giganti Fasolt e Fafner. In cambio egli ha promesso loro la sorella di Fricka, Freia, dea della giovinezza e della fecondità: ella coltiva le mele d?oro che danno agli dei la gioventù eterna, senza le quali essi invecchierebbero all?improvviso e morirebbero. Fricka, che pure ha voluto anch?essa la nuova reggia con la quale spera di trattenere presso di sé lo sposo, eterno girovago, è però molto preoccupata per l?incauto impegno preso da Wotan.

Arriva di corsa Freia, inseguita dai giganti Fasolt e Fafner che esigono il pagamento convenuto. Consapevole di quanto Freia sia essenziale, Wotan non vuole accondiscendere alle giuste richieste dei giganti. Egli temporeggia, ma i giganti non cedono: Fasolt perché invaghito sinceramente di Freia, Fafner perché conosce le qualità della dea, necessarie ai numi. I fratelli di Freia, Froh (un equivalente di Apollo) e Donner, dio degli uragani, cercano di ribellarsi, tanto che Wotan deve interporre la propria lancia per sedare il conflitto. Giunge finalmente il dio Loge, che vaga fiammeggiando per il cosmo: egli narra di aver cercato inutilmente un sostituto da offrire ai giganti al posto di Freia. In nessun luogo egli ha trovato qualcuno disposto a rinunciare alla bellezza della donna e all?amore, tranne Alberich, il Nibelungo che ha rubato l?oro al Reno e si è foggiato l?anello che conferisce il potere supremo. Loge riferisce anzi a Wotan le recriminazioni delle ondine, le quali si rivolgono al più grande degli dei affinché faccia restituire l?oro rubato. Wotan, pensieroso, decide di conquistare l?anello per sé, e Loge gli suggerisce di sottrarlo ad Alberich con l?inganno. Fafner e Fasolt dichiarano di accettare l?oro in cambio di Freia, ma per precauzione portano in pegno con loro la dea piangente. In assenza dei frutti di Freia gli dei deperiscono immediatamente. Wotan si riscuote e accompagnato da Loge si inoltra nell?abisso, per conquistare oro e anello.

SCENA TERZA

Nel Nibelheim Alberich, divenuto signore dei Nibelunghi grazie al potere dell?anello, sta insultando il fratello Mime, abilissimo fabbro, che non gli ha ancora consegnato l?elmo magico che gli aveva commissionato. Rendendolo invisibile, consentendogli di assumere l?aspetto di qualunque altro essere, uomo o animale, o di essere trasportato da un luogo all?altro con la velocità del pensiero, questo oggetto gli eviterà di essere derubato durante il sonno dell?anello magico che porta al dito. Strappato l?elmo a Mime, Alberich lo prova e, resosi invisibile, percuote il fratello con una frusta. Scende quindi a spronare al lavoro il popolo dei Nibelunghi, affinché strappino l?oro alla terra accrescendo sempre più il suo tesoro.

Giunge Loge assieme a Wotan: Mime racconta loro che Alberich, foggiato l?anello, costringe i nani a lavorare senza interruzione nei pozzi. Fa ritorno Alberich, di nuovo visibile, con l?elmo magico alla cintola. Loge lo blandisce e astutamente gli chiede di mettersi alla prova: grazie all?elmo magico il Nibelungo dapprima si trasforma in un drago enorme, poi in un minuscolo rospo. Loge e Wotan immobilizzano il piccolo animale, gli strappano l?elmo e portano con sé Alberich prigioniero, restituito alle fattezze originarie.

SCENA QUARTA

Lo stesso prato della seconda scena, avvolto dalla nebbia. Loge deride il nano prigioniero, che deve sottomettersi per riottenere la libertà: Wotan gli intima di consegnargli il tesoro, l?elmo magico e infine l?anello. Prima di sparire nelle viscere della terra il Nibelungo maledice l?anello: chi lo possiederà sarà divorato dal timore di perderlo, chi ne sarà privo vorrà conquistarlo ad ogni costo, chi se ne impadronirà sarà destinato alla morte.

I due giganti si presentano all?appuntamento convenuto: essi hanno trattenuto Freia nel Riesenheim (casa dei giganti) e l?hanno rispettata, tuttavia ora esigono il pagamento della loro opera. Fasolt e Fafner piantano a terra due pali, dietro di loro viene messa Freia e davanti Loge, Froh e Donner incominciano ad ammucchiare l?oro. La dea è coperta dal tesoro, ma Fafner riesce a vedere ancora i suoi capelli lucenti e per impedirne la vista impone a Loge di gettare sopra il tesoro anche l?elmo magico. Fasolt vede ancora sfavillare l?occhio della dea e chiede a Wotan di consegnare l?anello che questi ha al dito. Ora il nume si trova nella stessa condizione in cui poco prima si trovava Alberich: è concentrato sull?anello che dà il potere sul mondo, replica incollerito a Loge che gli suggerisce di restituirlo alle figlie del Reno, e non vorrebbe più separarsene. Fasolt fa per afferrare Freia e portarla con sé. Una fenditura si apre tra le rocce: appare Erda, dea veggente della terra, madre delle tre Norne, filatrici del destino. Erda ammonisce Wotan a cedere l?anello per sfuggire alla maledizione del Nibelungo: ella gli ricorda la provvisorietà di ogni condizione e la fine di tutto ciò che esiste. Wotan, turbato, si slancia verso Erda per trattenerla ma questa sparisce inghiottita dalla terra. Il dio deve cedere e consegna ai giganti l?anello. Subito i due fratelli litigano orribilmente: Fafner, il più avido, comincia ad accaparrarsi il tesoro. Fasolt protesta inutilmente, poi, istigato da Loge, si impadronisce con la forza dell?anello. A quel punto Fafner vibra il suo randello sul capo di Fasolt, che crolla a terra con il cranio spaccato. Nell?atterrimento generale, si riappropria dell?anello, finisce di insaccare il tesoro e se ne va col bottino sulle spalle.

La nebbia si è levata e la rocca è di nuovo visibile. Fricka è contenta di andare ad abitare nella nuova casa, mentre Wotan è in preda a cupi pensieri. Con voce di tuono Donner chiama a sé le brume e i densi vapori: il suo martello rimbomba, il tuono si propaga e un fulmine placa e ricompone il cielo. Froh getta un ponte alato: un arcobaleno oltrepassa la valle del Reno giungendo fino al castello. Wotan saluta la rocca, rasserenato da un improvviso segreto pensiero: egli creerà una stirpe di eroi che toglierà l?anello a Fafner, e per difendere la rocca dalle trame di Alberich vi adunerà un gran numero di guerrieri. Il nume invita Fricka a seguirlo nel Walhall (aula degli eroi) e vi si avvia con gli altri dei. Nel corteo vi è anche Loge, il quale però sa quanto la speranza di Wotan sia fallace e d?ora in poi non comparirà più, se non sotto forma di fiamma. Dal Reno giunge il canto delle ondine che reclamano e rimpiangono l?oro perduto e con il loro canto riassumono tutto il dolore del mondo: «Oro del Reno! Oh lucesse ancora nel profondo il tuo puro gioco! Schietto, fedele solo è nel profondo: falso e vile è quel che lassù trionfa!».