Musica e voci per i fantasmi del male

di Gianni Poli

Data di pubblicazione su web 29/10/2024

The Turn of the Screw

Opera potente e delicata, pudica e tremenda, per il mistero che semina angoscia e lascia insolute domande capitali. In un prologo e due atti, impone una drammaturgia dalle rispondenze geometriche precise, sia nella scansione scenica (otto scene per atto), sia negli sviluppi prettamente musicali. La struttura è regolata da 'dissolvenze' acustiche e visive. 

Al racconto di Henry James nel libretto di Myfanwy Piper il compositore dedica un’attenzione creativa atta a emularne il ritmo ondulatorio, di 'alto e basso' originato dal Prologo, la cui funzione introduttiva si svolge in recitativo e pianoforte. La partitura assume d’allora quell’oscillazione peculiare per cui dal pacato e prezioso tessuto solistico passa al crescendo, fino alla pienezza degli accordi. Metodica che consiste nella scelta di tonalità in scala 'ascendente' (atto I), indi 'discendente' (atto II). Un candeliere acceso da Miles avvia la voce di Livermore recitante il riassunto della vicenda. Quando in carrozza l’istitutrice innominata sogna l’impiego che l’attende alla solitaria dimora di Blay, avviene il passaggio «dalla memoria al tempo reale» (Programma di sala). La giovane intraprendente vi appare subito protagonista coraggiosa, nell’accettare dallo zio degli orfani il compito grave di istruirli ed educarli. 


Un momento dello spettacolo
© Federico Pitto

Il regista si rifà alla sua interpretazione data a Valencia nel 2017, della quale è debitore anche l’allestimento in prosa. Di un’opera infrequente in repertorio si rivelano aspetti compositivi pregnanti, quali l’equilibrio e lo stile pervasivi l’intera rappresentazione. Mentre tagliava il copione per limitarne alcune licenze drammaturgiche, qui segue il libretto per esaltare le virtù espressive salienti di Britten, in momenti quali la ricezione della lettera su Miles studente, i presunti giochi ingenui dei bambini già immersi nel dramma, l’affrontamento degli amanti spettrali e la loro battaglia d’angeli dannati per la conquista delle anime supposte candide, in bilico fra nativa innocenza e perversione complice.

Fra gli interpreti valenti, un’efficace Grose (Polly Leech, soprano) è la governante ipocrita, in fuga da una realtà scomoda e inaccettabile. Semplice e un po’ volgare, rispetto all’istitutrice, quasi voce autorevole dell’autore. Il soprano Karen Gardeazabal, con rattenuti monologhi, sfoga in canto, fremente, calibrato, le reazioni intense alle apparizioni paurose, che i ragazzi avvertono, ma negandone gli effetti. Condensa nella voce la missione salvifica per le vittime e l’ansia per la propria condizione; travolta forse da un destino che su tutti stende la sua ombra spaventosa. L’iniziale parvenza felice dei bambini si trasforma, specialmente in Miles (Oliver Barlow), voce bianca d’ambiguità crescente e sospettabile di malizia. In Flora (Lucy Barlow) una maggiore coerenza, quasi modello affettato e stereotipato, d’un carattere dolce e d’una grazia innata. Il soprano lo rende con cantabilità stranamente serena e fluida (gioca con l’uccellino di carta), abile nel mascherare le pulsioni sorgenti dal doppio. Segni del privilegio riconosciuto – da James e Britten – ai più deboli, ai semplici, sebbene non esenti da errori e peccati. Più vulnerabili appunto dal potere insondabile del male.


Un momento dello spettacolo
© Federico Pitto

Quint, che lo incarna esasperato, serba un sedimento di disperazione diabolica nel tenore Valentino Buzza. In Jessel, interpretata dal soprano Marianna Mappa, traspare la sudditanza all’amante e la conquista di Flora le vale rivalsa, compensazione d’un vuoto, d’una assenza, resi con timbri fondi e oscuri. Solitudine profonda in Quint, esigente una liberazione necessaria e impossibile. 

Ciascun personaggio si staglia preciso nella sua situazione drammatica e musicale. Nel primo atto, scena VIII (At night) tocca un apice onirico esemplare la vocalità intrecciata dei duetti, di Quint con Miles e di Jessel con Flora. Tra le finestre, la torre e il lago, s’inseguono immagini mitologiche, poetiche visioni, d’un delirio che finirà per coinvolgere sia Grose, impotente arresa, sia l’istitutrice sempre più dubbiosa e consapevole. Poi nel duetto straziato fra Jessel e Quint, l’esposizione del loro vizio, l’implorazione d’una paradossale pietà, reciproca e volta agli spettatori, testimoni anch’essi responsabilizzati. Il rituale di corruzione si rivela nel verso di Yates, «The ceremony of innocence is drowned» (atto II, scena I), pronunciato dai due demòni. Simmetrici, ma distinti, i rapporti tra fratelli, nei giochi, cantati e mimati, librati su una partitura improntata a simbolismi fiabeschi e onomatopeici. Giungendo all’epilogo, il grido di Miles scaccia l’ossesso: «Peter Quint, devil!» e crolla. Nel lettino che avanza, verticale, l’immobile silenzio non evidenzia l’agonia del ragazzo. 

Tutto della morte resta sottaciuto, rimosso; intuito, ma impronunciabile. Le ultime parole e note toccano all’amica-madre-amante che ripete «malo, malo, malo», il mantra enigmatico, insensato, grumo udibile dell’onnipresenza fatale. Un ritornello inventato da Miles, liberatoria reverie neologica; o leitmotiv, sigla della sua ansia disperata e legame pur simbolico fra i vivi e i morti. L’abisso ha risucchiato la vittima, vanificando il soccorso generoso e velleitario di un’eroina (un po’ sorella d’Ellen Orford in Peter Grimes), anch’essa delusa e perdente.



Un momento dello spettacolo
© Federico Pitto

Nell’atmosfera turbata, bellezza e dolore si fondono; meraviglia e spavento scuotono i personaggi, dolenti, pudichi nel tormento, storditi dal mistero che sgomenta. Riccardo Minasi dirige con trasporto il complesso 'da camera', nel quale i solisti diventano attori interagenti con i cantanti e al contempo lo guida ad arricchire le 'variazioni' d’interludio a ogni scena. Per la rarefazione di organico, suono e canto producono unisono inedito, d’armonia agile e tagliente, nel riecheggiare un certo espressionismo.

L’avventura fantastica dello scrittore, trasfigurata musicalmente in linguaggio di sconcertante libertà e attualità (oltre la dodecafonia e le avanguardie), giunge alla sensibilità di spettatori già avvertiti dalla versione in prosa. Gli applausi sono lunghi e convinti, per un assenso estetico, una commozione sinceri.


The Turn of the Screw

Cast & Credits




Un momento dello spettacolo
 © Federico Pitto



Cast & credits

Titolo 
The Turn of the Screw
Sotto titolo 
Musica e voci per i fantasmi del male
Origine 
Gran Bretagna
Anno 
2024
Durata 
1 h 50
Data rappresentazione 
13 ottobre 2024
Città rappresentazione 
Genova
Luogo rappresentazione 
Teatro Ivo Chiesa
Prima rappresentazione 
12 ottobre 2024
Libretto 
Myfanwy Piper
Autori testo d'origine 
Henry James
Regia 
Davide Livermore
Interpreti 
Valentino Buzza (Quint)
Karen Gardeazabal (The Governess)
Oliver Barlow (Miles)
Lucy Barlow (Flora)
Polly Leech (Mrs. Grose)
Marianna Mappa (Miss Jessel)
Davide Livermore (The Prologue)
Produzione 
Teatro Carlo Felice, Genova – Teatro Nazionale di Genova
Scenografia 
Manuel Zuriaga
Costumi 
Mariana Fracasso
Luci 
Antonio Castro, Nadia Garcia
Musiche 
Benjamin Britten
Orchestra 
Orchestra del Carlo Felice
Direzione d'orchestra 
Riccardo Minasi