Ricordo di Glauco Mauri

di Alessandro Tinterri

Data di pubblicazione su web 23/10/2024

Ricordo di Glauco Mauri


Sabato 28 settembre è scomparso a Roma Glauco Mauri; tre giorni dopo avrebbe compiuto novantaquattro anni, essendo nato a Pesaro il 1° ottobre 1930. Proprio nella sua città natale, il sipario si è chiuso per lui un’ultima volta, al Teatro Rossini, dove il 20 settembre ha debuttato con il suo ultimo spettacolo, De Profundis, elaborazione delle lettere scritte da Oscar Wilde, nella solitudine del carcere di Reading, ad Alfred Douglas “Bosie”, atteso al Teatro del Vascello di Roma per il 26 settembre e annullato per l’indisposizione dell’attore. Uno spettacolo particolare, dedicato a Roberto Sturno, scomparso nel 2023, con il quale aveva stretto un sodalizio durato cinquantuno anni, all’insegna della Compagnia Mauri-Sturno: «ho sempre amato questa poeticissima lettera ideata in un penitenziario, – raccontava in una recente intervista sul “Venerdì” di «Repubblica» – e voglio affrontarla come in una lettera a casa mia, con lacrime agli occhi, senza recitarla, vivendola, realizzando qualcosa di nuovo. […] Non faccio l’interprete, non rappresento un testo teatrale: ci lavoro dentro col mio sentire, perché è come se Roberto fosse ancora in scena con me ogni sera» (Rodolfo Di Giammarco, Caro Roberto questa lettera è solo per te, in «il Venerdì» de «la Repubblica», 20 settembre 2024, pp. 77-79).

Dopo averne ascoltato il monologo nel Timone di Atene di Shakespeare, Stefano Massini citava Socrate, che diceva esservi tre tipi di insegnanti: il mediocre che elenca e parla, quello bravo che non elenca e non parla, ma spiega e, infine, la categoria a parte dei maestri che trasmettono. Mauri apparteneva a quest’ultima, perché era davvero in grado di trasmettere i complessi significati dei testi che interpretava con grande lucidità, con una dizione chiara, capace di repentini cambi di tono, ora imperiosa ora suadente, grazie a un timbro di voce inconfondibile, impossibile da dimenticare. Intonazioni e variazioni di ritmo, che aveva avuto modo di osservare e fare sue negli anni in cui ha recitato accanto a Memo Benassi, il grande attore che da giovane era stato con Eleonora Duse nella sua ultima tournée. Un nome, quello di Benassi, citato sovente nel bel libro di memorie che Glauco Mauri ci ha lasciato: Le lacrime della Duse. Ritratto di un artista da vecchio (Falsopiano, dicembre 1923), a cura di Mauro Paladini, nel 1997 autore di un libro (Memo Benassi Attore indipendente, Parma, Silva), che si concludeva con una bella intervista a Glauco Mauri.

Il titolo si riferisce alla giacca indossata da Benassi come Osvaldo negli Spettri di Ibsen, quando nella scena finale del dramma la grande attrice bagnava di lacrime la sua spalla. Benassi la donò a Mauri, che a sua volta la diede a Roberto Sturno, in un passaggio di testimone che ricorda la trasmissione del leggendario anello di Iffland per gli attori di lingua tedesca. Del resto, Mauri, che non perde occasione di sottolineare la sua stima devota per Benassi, ha avuto modo di osservarlo a lungo e da vicino, avendo più volte recitato con lui. Una sorta di incontro predestinato, che ci riporta ai tempi dell’Accademia Silvio d’Amico, dove ebbe come compagni di classe Franco Graziosi, Giulio Bosetti, Luigi Vannucchi, Edmonda Aldini e, al primo anno di regìa, Andrea Camilleri. Infatti, Mario Pelosini, insegnante di dizione, avendo ravvisato delle assonanze, lo invitò a non imitare Benassi, e molto si stupì, quando Mauri gli disse di non averlo mai visto a teatro. Risiede, forse, qui la particolarità di Glauco Mauri, attore moderno, informato ai dettami dell’Accademia, sui quali ha saputo innestare quella tradizione attoriale, cui apparteneva Memo Benassi.

Il giovane Glauco muove i primi passi sotto la direzione del suo maestro di Accademia, Orazio Costa (Il poverello di Copeau e Aminta del Tasso), ma a segnalarlo all’attenzione della critica, già nel 1954, è l’interpretazione del giovane Smerdjakov ne I fratelli Karamazov di Dostoevskij, regista André Barsacq: «Il vecchio fiume del teatro mostra di svegliarsi, – scrisse Orio Vergani nella sua prosa immaginifica – le sue fonti non sono inaridite. Come il fellah sulle rive del Nilo, quando vede le acque impigrite ondeggiare di nuovo con nuove correnti, “Lassù” dice il povero fellah “lassù sugli altipiani è piovuto”. Andate a vedere Glauco Mauri, questo attore che a nostra memoria è un inedito, andate a sentirlo e anche voi direte che sugli altipiani del teatro italiano ha piovuto» (Le lacrime della Duse, cit., p. 89). 

Risale alla metà degli anni Cinquanta l’incontro con il regista Franco Enriquez, ma data al 28 aprile 1961, al Teatro Comunale di Modena, la nascita della Compagnia dei Quattro, composta da Glauco Mauri, Valeria Moriconi, Franco Enriquez, Emanuele Luzzati, cui in seguito si sarebbe aggiunto Mario Scaccia: «In tre anni portammo in scena dieci spettacoli. Furono anni pieni di entusiasmo e lavoro […] un periodo di furibonda energia per me» (ivi, p. 120). All’attivo della formazione la prima italiana de Il rinoceronte, in cui Mauri vestiva i panni di Berenger, che erano stati di Jean-Louis Barrault, interpretazione che gli vale la dedica autografa di Ionesco sull’edizione Einaudi del testo: «Per Glauco Mauri che recita con una tale sincerità, con una tale emozione, con una tale verità da fare apparire Berenger così come questo deve essere obiettivamente (allo stesso tempo simpatico e antipatico nella sua testardaggine). Così bene che mi ha fatto conoscere il mio personaggio – rivelandolo a me stesso per il suo talento e la sua generosità, la mia ammirazione e la mia riconoscenza profonda. Eugène Ionesco, Milano 8 ottobre 1961» (ibid.).

Il Tito Andronico di Shakespeare segna l’incontro con Aldo Trionfo: «Era un regista geniale, di una fantasia e di un coraggio degno di un grande artista. Inspiegabilmente se ne parla poco e non capisco il perché. Forse perché i suoi spettacoli erano così innovativi e provocanti da non suscitare grandi successi popolari. È stato lui a far interpretare, in un grande bar di Genova, “La borsa di Arlecchino”, testi nuovi e provocanti, a un ancora sconosciuto Paolo Poli» (ivi, p. 132).

Al Teatro Stabile di Genova partecipa alla stagione di Luigi Squarzina, come Tersite nel Troilo e Cressida (1964), uno Shakespeare in abiti moderni, con la scena di Gianni Polidori, ammiccante a Plastiche di Burri, e nel 1969 è protagonista (Pécuchet) con Tino Buazzelli di Bouvard e Pécuchet (1969) di Flaubert nella riduzione di Tullio Kezich.

Nel 1970 è un Mauler «comico, grottesco e drammatico» nella Santa Giovanna dei Macelli di Brecht con la regìa di Strehler, un’interpretazione magistrale, apprezzata da Helene Weigel: «Peccato che Brecht non l’abbia visto questa sera. Lei sarebbe certamente stato il suo attore ideale!» (ivi, p. 140). Dopo aver interpretato a Siracusa nel 1972 l’Edipo re di Sofocle per la regìa di Alessandro Fersen e nel 1976 l’Edipo a Colono, regista Aldo Trionfo (con i Pink Floyd in una delle sue estrose colonne sonore), nel 1982 esordisce nella regìa con il dittico sofocleo in unica serata nella traduzione di Dario Del Corno.

Troppe le interpretazioni della sua lunga carriera per poterle ricordare tutte, ma una non si può certamente tralasciare: I quaderni di conversazione di Ludwig van Beethoven, cui era particolarmente legato, che lo vede nelle vesti di autore, regista e interprete. Uno spettacolo intenzionalmente senza musica, in cui solo di quando in quando il protagonista accennava con la voce qualche motivo. Un successo culminato con l’esibizione nel 1974 al Maggio Musicale Fiorentino, sotto un tendone da circo montato nel Giardino di Boboli.

Ma se il teatro è stato il grande amore della sua vita, Mauri è stato anche uno dei volti della stagione televisiva dei grandi sceneggiati e della prosa sul piccolo schermo, voce riconoscibile della prosa radiofonica della Rai e, quanto al cinema, sono poche, ma qualificate le sue partecipazioni con selezionati registi, da Pasquale Festa Campanile (La costanza della ragione, 1964, con una giovanissima Catherine Deneuve) a Marco Bellocchio (La Cina è vicina, 1967), da Liliana Cavani (L’ospite, 1972) a Dario Argento (Profondo rosso, 1975), sino alla figura del padre in crisi in Ecce bombo (1978), secondo film del giovane Nanni Moretti.

Mauri è stato attore dalla profonda umanità, quale emerge dalle tre lettere di corrispondenza con Silvio d’Amico, cui Mauri si rivolge alla vigilia del suo debutto nei panni di Smerdjakov, incastonate nella ricca galleria fotografica che completa il libro di ricordi: «Durante gli anni di Accademia – scrive Mauri il 6 ottobre 1953 – è stato per me veramente quello che lei desiderava: un buon padre! Un padre col quale avevo pochissimi contatti, ma che ero certo che pensava a me e vigilava su me con affetto e premura. Desidero ardentemente di continuare a non deluderla non solo come attore ma anche come uomo perché la stima che ho di lei è artistica ed umana». Il 18 ottobre la risposta del “Presidente” ai due giovani allievi dell’Accademia (l’altro è Davide Montemurri) è paterna e affettuosa: «Vorrei poi aggiungere anche un’esortazione: ma non per guastare la vostra gioia, anzi per aiutarvi a farla durare negli anni: non inebriatevi troppo del primo successo, non crediate d’aver fatto tutto. Ho conosciuto qualche caso simile al vostro, in cui tutto si è risolto in una fiammata di breve durata. Per voi non dev’essere così. Voi dovete far sì che cotesto, nella vostra vita di uomini e d’artisti, sia un punto non d’arrivo ma di partenza; dovete perseverare e durare. È con questo augurio che vi abbraccio» (ivi, pp.182-185).





La copertina del libro
Le lacrime della Duse. Ritratto di un artista da vecchio