Il circo umano
La commedia della vanità è un lungo saggio in forma teatrale scritto dal premio Nobel Elias Canetti negli anni Trenta del secolo scorso, ma pubblicato solo nel 1950. Tra i possibili motivi di odio o discriminazione, tanto “di moda” in quegli anni presso i totalitarismi europei, un non identificato governo decide di mettere al bando la vanità. La prima misura dell'oligarchia, che conquista il consenso sull'opinione pubblica di una massa ingenua e beota, è quella di vietare – e poi distruggere in un grande falò celebrativo –, tutti gli specchi, le fotografie, i ritratti. L'odio iconoclasta ingloberà infine anche l'autocelebrazione o l'adulazione, divenuti droga e trasgressione di una popolazione disperata che, perdendo la propria identità, si mostrerà alla fine nella sua nuda bestialità.

Un momento dello spettacolo
La messinscena del regista si compone di tre parti (durata complessiva tre ore e quarantacinque minuti), stazioni che celebrano la nascita del regime, la sua apoteosi con conseguenti sintomi di cedimento, la caduta rovinosa. La prima parte, quella più frizzante e coinvolgente, è un rito preparatorio alla celebrazione del nuovo governo per mezzo del grande fuoco purificatore in cui specchi e ritratti vanno in frantumi insieme ai diritti e alla libertà dei cittadini. Canetti prese spunto, per questo episodio, dal tragico rogo dei libri avvenuto a Berlino il 10 maggio 1933. Il seguito del nazismo è storia purtroppo nota; i due atti seguenti in cui si articola la Commedia di Canetti-Longhi non saranno certo più felici.
Se questa è a grandi linee la trama, lo spessore delle riflessioni sociologiche, filosofiche e politiche di Canetti, le scelte espressive e gli infiniti piani di significato che Longhi non ha voluto tralasciare pongono lo spettatore, anche quello più attento, di fronte a un prodotto-spettacolo di difficilissima comprensione e fruizione. Longhi pare essere volutamente elitario e non dà spazio a una visione di superficie, che la nota grottesca, vagamente comica, potrebbe prevedere. Insiste sui concetti, non taglia i lunghissimi monologhi dei personaggi, reitera le azioni degli attori, provocando così un senso di costrizione, di irritazione, di disorientamento e fastidio, che forse è il fine ultimo della sua operazione. A tutti balza in mente l'analogia con la nostra società schiava dell'immagine e selfie-dipendente, ma non tutti hanno magari voglia di riflettere su come da ogni piccola azione personale si possa giungere alla barbarie e su quanto il cittadino, la società siano perennemente in pericolo.

Un momento dello spettacolo
L'artigianato teatrale di Emilia Romagna Teatro Fondazione è qui ribadita, ancora una volta, attraverso tutti i codici espressivi che collaborano alla drammaturgia di questo spettacolo: scena, costumi, musica dal vivo, attori, utilizzo dello spazio. Longhi crea una situazione espressionista che ricorda i dipinti di Otto Dix e della Nuova oggettività; la nota grottesca si insinua nel rosso dei tendaggi, nella costruzione dei costumi e negli attori stessi. Trucco, mimica, postura, cifra recitativa mostrano brechtianamente un certo grado di distorsione, di “ghigno”.
La scena di Guia Buzzi rappresenta un enorme circo con al centro una gabbia. Il tendone fa da scatola a innumerevoli micro-ambientazioni, create funzionalizzando passerelle e pedane sopraelevate di ronconiana memoria. Anche la platea diventa spazio scenico, un altrove o una realtà che vomita sul palco (e non viceversa) mostruosi personaggi. Gianluca Sbicca segue la scelta circense anche per i costumi che, scuri e consunti, ingombranti e deformanti non hanno nulla dell'allegria della festa e costringono gli attori in posture innaturali.

Un momento dello spettacolo
La prova attoriale è davvero intensa: la numerosa compagnia è quasi sempre tutta in scena o impegnata tra palchetti e platea. Attori e attrici danno vita a un coro da cui si differenziano alcuni personaggi principali; gli stessi interpreti, inoltre, incarnano più personaggi. Tra loro merita una lode particolare Fausto Russo Alesi, il presidente Heinrich Föhn: soprabito scuro, cappello a cilindro e barba lunga e nera riesce a interpretare con chirurgia freddezza i diversi stati della follia, da quella che distrugge l'altro a quella che annienta sé stessi.
Dal 19 al 23 febbraio La commedia della vanità sarà in scena al Teatro La Pergola di Firenze: non è uno spettacolo semplice, ma è merce rara poiché, avendo dietro un pensiero forte, mette lo spettatore seriamente alla prova.
La commedia della vanità

Un momento dello spettacolo visto al Teatro Argentina di Roma il 9 febbraio 2020 @ Serena Pea
Cast & credits
| Titolo
La commedia della vanità |
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| Origine
Italia |
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| Durata
3 h e 45 min. |
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| Data rappresentazione
9 febbraio 2020 |
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| Città rappresentazione
Roma |
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| Luogo rappresentazione
Teatro Argentina |
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| Titolo testo d'origine
La commedia della vanità |
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| Autori
Elias Canetti |
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| Autori testo d'origine
Elias Canetti |
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| Traduzione
Bianca Zagari |
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| Regia
Claudio Longhi |
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| Interpreti
Fausto Russo Alesi Donatella Allegro Michele Dell’Utri Simone Francia Diana Manea Eugenio Papalia Aglaia Pappas Franca Penone Simone Tangolo Jacopo Trebbi Rocco Ancarola Simone Baroni Giorgia Iolanda Barsotti Oreste Leone Campagner Giulio Germano Cervi Brigida Cesareo Elena Natucci Marica Nicolai Nicoletta Nobile Martina Tinnirello Cristiana Tramparulo Giulia Trivero Massimo Vazzana |
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| Produzione
Emilia Romagna Teatro Fondazione, Teatro di Roma, Fondazione Teatro della Toscana, LAC Lugano Arte e Cultura nell’ambito del progetto “Elias Canetti. Il secolo preso alla gola” |
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| Scenografia
Guia Buzzi |
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| Costumi
Gianluca Sbicca |
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| Luci
Vincenzo Bonaffini |