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Ici et ailleurs

di Raffaele Pavoni
  Les Bienheureux
Data di pubblicazione su web 10/09/2017  

Arriva dal Maghreb, per la sezione Orizzonti, il primo film della giovane regista Sofia Djama. La location è quella di Algeri; il tema è quello, complesso, delle conseguenze della guerra civile combattuta tra truppe filogovernative e filoislamiste (1991-2002) che ha devastato fisicamente e moralmente il paese. 

Cinematograficamente, almeno da questo lato del Mediterraneo, si tratta di una strada poco battuta ed estremamente feconda per capire le radici del fondamentalismo di matrice islamica e la sua diffusione nei paesi a maggioranza musulmana. Gli scontri che portarono all’indipendenza dell’Algeria sono stati raccontati a più riprese, a partire dal capolavoro di Gillo Pontecorvo (La battaglia di Algeri, 1966); lo stesso non si può dire per questo secondo, più recente conflitto.


Una scena del film
Una scena del film

Il film, di impianto corale, ripercorre le vicende di vari personaggi, disegnando una complessa rete dai fitti rimandi interni tra individui di sesso, età e convinzioni religiose (e morali) differenti. Da una parte abbiamo una coppia borghese, Samir (Sami Bouajila) e Amal (Nadia Kaci), protagonisti dei moti rivoluzionari democratici del 1988 ma oggi disillusi. Dall’altra il loro figlio Fahim (Amine Lansari), studente universitario, trascorre le sue giornate con gli amici Réda (Adam Bessa) e Feriel (Lyna Khoudri), con i quali si ritrova in un ambiente di individui di ceto sociale differente, in cui si combatte la noia con l’alcool e la droga, senza apparente contraddizione con la propria fede religiosa. 

Sofia Djama non ha vissuto la guerra, se non indirettamente, ma è cresciuta in un clima culturale  condizionato dalla recente memoria storica, o meglio dal suo oblio. In effetti, in Algeria, si è assistito in questi anni a un fenomeno di rimozione collettiva dell’evento, benché gli undici anni di conflitto abbiano provocato un numero di morti altissimo. 

Ben venga, quindi, questa opera di riflessione di un giovane regista sulla persistenza del passato nell’oggi a dispetto di qualsiasi tentativo di repressione. Da qui i conflitti tra storia ufficiale e storie individuali, il cui confine è spesso indistinguibile. In una delle scene più significative, all’interno di un ristorante, Samir osserva che in fondo negli anni della guerra stavano bene, là dove Amal replica elencando le notti di terrore in cui ha temuto che il marito non facesse più ritorno a casa. La Storia ufficiale entra nei vissuti individuali fino ad alterarli: nelle parole della coppia si riflette implicitamente, seppur in maniera non sempre efficace, la storia nazionale.


Una scena del film
Una scena del film

Più disimpegnate ma sincere le vicende dei tre ragazzi, che vivono in un mondo caratterizzato da una grande confusione ideologica, dove le ragazze guidano la macchina, fumano erba, ascoltano musica occidentale, girano da sole di notte senza veli mentre ferventi religiosi si tatuano messaggi inneggianti ad Allah e inseriscono riferimenti alla fede musulmana nei testi delle loro canzoni. Emblematico il brano Sharia Law in The USA (che scorre sui titoli di coda) dei The Kominas, musicisti taqwacore (sorta di punk rock islamico) che riprende sin dal titolo l’Anarchy in the UK dei Sex Pistols traslandone il senso («I am an islamist, I am an anarchist…»). 

Les bienheureux (letteralmente: “i fortunati”, in riferimento a coloro che hanno lasciato il paese per fare fortuna altrove) offre uno spaccato sociale complesso e problematico dell’Algeria contemporanea: da un lato l’islamismo appare molto meno refrattario alle influenze culturali occidentali di quanto i tragici recenti fatti di cronaca ci porterebbero a credere; dall’altro le rigidità dei costumi sembrano persistere, più che per un diffuso fondamentalismo religioso, per una semplice consuetudine sociale. Così, ad esempio, vediamo una scena in cui un ristoratore, su una terrazza all’aperto, si rifiuta di servire Amal, in quanto donna, semplicemente perché in passato «alcuni vicini si sono lamentati».


Una scena del film
Una scena del film

Il film, purtroppo, non riesce a essere altrettanto convincente sul piano formale: la recitazione è spontanea (e non sempre è un bene), e la camera si limita a mostrare gli eventi senza provare realmente a darne un’interpretazione. Ma forse l’epoca del cinema di ricerca è finita, e ai giovani emergenti viene richiesto di sviluppare non tanto un proprio modo di raccontare, quanto un soggetto personale e originale. In questo senso Djama onora il suo compito più che discretamente, firmando un’opera prima forse un po’ acerba ma accettabile. La speranza è che la piazza veneziana possa garantirle una distribuzione europea, magari nei circuiti d’essai dei paesi francofoni, che le permetta di continuare a crescere. Perché materiale su cui lavorare ce n’è tanto, ma da solo, alla lunga, non basta. 




Les Bienheureux
cast cast & credits
 

Sofia Djama,
La regista,
Sofia Djama


 
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