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Storia di ordinaria follia

di Luigi Nepi
  Jusqu'à la garde
Data di pubblicazione su web 18/09/2017  

Tra i tantissimi esordi nel concorso principale della 74a Mostra di Venezia quello di Xavier Legrand (fino a oggi attore teatrale e cinematografico) era forse quello che suscitava minori aspettative, anche perché Jusqu’à la garde è la sua opera prima, preceduta solo da un corto, Avant de que tout perdre, di cui si può dire essere la diretta emanazione: lo stesso cast, la stessa dinamica narrativa e la stessa tematica di forte impatto, ovvero quella violenza domestica (che i francesi, più precisamente, chiamano violence conjugale) che rappresenta una vera e propria piaga sociale, anche e soprattutto nella “civilizzata” Europa.

Myriam e Antoine Besson stanno divorziando. Il film si apre con l’udienza chiesta da Myriam per ottenere l’affido esclusivo di Julien, il loro figlio minorenne, mentre l’altra figlia, Josephine che ha appena compiuto diciotto anni, ha già scelto di vivere con la madre. Assistiti da due giuriste i due presentano punti di vista opposti: da una parte viene denunciata la necessità di sottrarre il bambino a una persona violenta e pericolosa, dall’altra si cerca di evidenziare come il ruolo della madre, a causa di rancori personali, sia ingiustificatamente manipolatorio verso i figli riguardo alla figura del padre, adombrando anche l’idea di un certo lassismo della donna nella loro educazione. La giudice decide per un affido congiunto per cui il padre potrà trascorrere con il figlio un fine settimana ogni due; questa decisione, apparentemente equilibrata, innescherà una serie di conseguenze che né i genitori, né tantomeno il piccolo Julien saranno in grado di gestire. 


Una scena del film

“Necessario” è l’aggettivo riferito a film come questo: ci sono problemi di cui è doveroso occuparsi e ogni occasione per portarli all’attenzione è da considerarsi giustificata. Ma il rischio è affrontare il tutto secondo una tesi precostruita e voler guidare lo sguardo dello spettatore all’interno della tesi. È il caso di tanta parte del cinema di Ken Loach, cui Legrand sembra guardare con un certo interesse anche formale. Lo stesso succede in Jusqu’à la garde dove, alla fine, si ha la netta impressione che la sceneggiatura, scritta dallo stesso regista, finisca per prevalere sulla messa in scena.

La situazione infatti appare subito chiara fin dalle prime inquadrature, a partire dall’impatto che i due protagonisti hanno sullo spettatore. La minuta figura di Léa Drucker è irrigidita in un’espressione a metà strada tra il rancore e la paura, mentre la fisicità debordante e lo sguardo tagliente di Denis Menochet lasciano fin da subito pochi dubbi sulla sua natura violenta. Un personaggio che anche i dialoghi ingabbiano nello stereotipo del maschio autoreferenziale e possessivo, sempre pronto a sottolineare con gli aggettivi “mio” e “mia” la sua potestà sui figli, fino all’esplosivo “mia moglie” finale. E certo non basta a Legrand indugiare talvolta sul punto di vista di Julien (un efficacissimo Thomas Gioria) per fare “respirare” più liberamente il testo. Tuttavia il film riesce a mantenere il suo carattere “necessario”, creando empatia verso i personaggi.  

Una scena del film
Una scena del film

Tra le opere in concorso, Jusqu’à la garde era probabilmente quella in cui venivano riposte le minori attese, una sorta di Cenerentola relegata all’ultimo posto del programma. Eppure, forse proprio per l’attualità dell’argomento trattato, le scelte delle giurie l’hanno portata essere la più premiata: Leone del futuro per la miglior opera prima e Leone d’Argento per la miglior regia. Il primo Leone è ampiamente giustificato dalla solidità, soprattutto tematica, del film, chiara dimostrazione delle possibilità del suo autore. Più sorprendente è il riconoscimento a una regia tutto sommato ancora non perfettamente strutturata, con pochi veri lampi di cinema. Si veda il piano sequenza che ci accompagna nella festa di compleanno di Josephine. Senza dimenticare la bella inquadratura finale: improvvisamente ci troviamo sbalzati nella soggettiva della vicina di casa della protagonista che, chiudendo la porta, manda “a nero” un’immagine che si fa filmicamente inquietante.

In un concorso in cui non mancavano grandi maestri con grandi film, come Schrader e Wiseman, oppure autori che hanno dimostrato di attraversare un periodo particolarmente felice, come Koreeda, Kechiche, Haig e McDonagh, premiare la convenzionalità di Legrand può sembrare francamente eccessivo.



Jusqu'à la garde
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La locandina
La locandina


 
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